martedì 20 ottobre 2026

Frank Zappa: "Zoot Allures" (1976)

Esce il 20 ottobre di cinquant'anni fa "Zoot Allures", ennesimo album del chitarrista, cantante e compositore americano Frank Zappa, sicuramente uno dei più prolifici autori del rock del secondo Novecento. "Zoot Allures", basato fondamentalmente su un blues rock relativamente semplice e orecchiabile, può essere un ottimo punto di partenza per entrare nella sua discografia senza partire con le sperimentazioni più letali e ostili all'ascoltatore. Si tratta anche dell'ultimo disco realizzato da Zappa fino a "Sheik Yerbouti" del 1979, dato che i quattro dischi intermedi verranno editati dal suo ex-manager Herb Cohen in maniera non autorizzata da Frank a causa di questioni legali riguardanti la proprietà dei nastri.



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Slayer: "Reign in Blood" (1986)

Viene pubblicato quarant'anni fa oggi "Reign in Blood", terzo album e consacrazione se non capolavoro degli americani Slayer. Un disco fondamentale della storia del rock & del metallo pesante, per molti il capolavoro assoluto del thrash metal tutto.



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Billy Idol: "Whiplash Smile" (1986)

Esce quarant'anni fa oggi "Whiplash Smile", terzo album solista del cantante inglese Billy Idol e ultima collaborazione con il chitarrista e partner creativo Steve Stevens. Al netto delle ottime prestazioni esecutive dei due, la scrittura appare fiacca rispetto ai due album precedenti, e i due si separeranno dopo questo disco.



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Billy Idol giunge al terzo album solista, terzo in compagnia dell'eccellente chitarrista Steve Stevens. Purtroppo, è evidente come Idol e Stevens non riescano qui a riproporre i fasti compositivi dei primi due album della collaborazione, "Billy Idol" e "Rebel Yell". Il disco si apre con l'ottima "World's forgotten boy" (https://www.youtube.com/watch?v=D0FdlomZZ4g), un hard rock sintetico reminiscente di altri classici di Billy quali "White Wedding" e "Rebel Yell", con Stevens sempre in forma smagliante.

Purtroppo non tutti i brani sono all'altezza: certi pezzi sono proprio fondi di magazzino di un duo che solo occasionalmente è in grado di riproporre il synth-pop-disco-post-punk esilarante dei due album precedenti, a fronte di un power pop talvolta superficiale e non di rado privo di melodie e arrangiamenti interessanti. La cover di "To be a lover" non è da buttare solo per la grande performance vocale di Idol, ma è per il resto assai derivativa. Davanti a un evidente calo di ispirazione, il disco si fonda totalmente sulle capacità dei due - la chitarra meravigliosa di Steve Stevens e l'innato, immutato carisma di Idol - nelle mani di chiunque altro, un pezzo come "Soul standing by" sarebbe semplicemente insignificante.

Il capolavoro del disco è certamente "Sweet Sixteen", una ballad elettrosynth in cui Idol contorce la propria voce ruggente nel più romantico dei crooning, con esito stupefacente, in bilico fra soul, synth pop e rock and roll. "Man for all seasons" è un altro pezzo ripetitivo, il cui maggior motivo di interesse è l'indiscutibile sei corde di Stevens, ma nulla può salvare dal loop tastiera-batteria elettronica di "Don't need a gun", e "Beyond belief" è una delle performance meno riuscite di Billy, che risulta sforzato e poco credibile in questa canzone.

Gli ultimi due brani del disco ne risollevano un po' le quotazioni: "All summer single" è un bel brano intrigante che coniuga nuovamente al meglio tastierine eighties e sensibilità soul rock; "One night, one chance" presenta un discreto crescendo costruito al meglio da Stevens e Idol col supporto del drummer Thommy Price, e chiude l'album in modo positivo.

Ciononostante, nel complesso è chiaro come la fase creativa di Idol e Stevens sia alle spalle, tant'è vero che i due stessi, separandosi dopo questo disco, mostrano di averlo compreso a loro volta. Nonostante tutto, c'è abbastanza di buono da soddisfare il fan di Idol (e anche quello di Stevens), ma se non avete una particolare fascinazione per il faux punk del ragazzo del Middlesex, l'album si può anche trascurare.

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sabato 17 ottobre 2026

13th Floor Elevators: "the Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators" (1966)

Esce il 17 ottobre di sessant'anni fa "the Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators", album di debutto dei 13th Floor Elevators, tra i pionieri del rock psichedelico americano.



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giovedì 15 ottobre 2026

Phish: "Billy Breathes" (1996)

A dieci anni dall'uscita del loro primo disco, il 15 ottobre del 1996 arriva "Billy Breathes", il settimo lavoro in studio degli americani Phish. Nonostante l'orripilante copertina, uno scherzo malriuscito che raffigura da vicino il faccione gigante del bassista Mike Gordon, il disco è un altro tassello significativo della carriera della band.



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mercoledì 7 ottobre 2026

Balthvs: "Manifest" (2026)

È uscito il 7 ottobre scorso "Manifest", il quinto album in studio dei BALTHVS, trio neopsichedelico colombiano. Atmosferico senza essere moscio, epico e acido pur mantenendo una sorprendente intimità, "Manifest" è l'ultima, piccola gemma prodotta da un movimento internazionale ancora sotterraneo, ma non più carbonaro.



(disco completo qui: "Manifest")

martedì 6 ottobre 2026

A-ha: "Scoundrel Days" (1986)

Usciva il 6 ottobre di quarant'anni fa "Scoundrel Days", secondo album dei norvegesi A-ha, maestri del synth pop anni ottanta. Il disco vende sei milioni di copie nel mondo, arrivando al #1 in Norvegia e al #2 in UK, mentre fra i singoli "I've Been Losing You" arriva al #1 in Norvegia e al #8 in UK; "Manhattan Skyline" arriva al #13 in UK; "Cry Wolf" arriva al #50 in America.



(disco completo qui: "Scoundrel Days")

Tutti noi siamo stati ragazzi inquieti e curiosi, tutti noi abbiamo passato interminabili pomeriggi estivi in cui la noia era l'unica alternativa alla noia stessa, tutti insomma siamo cresciuti con gli anni ottanta, gli occhi davanti alla TV e ai cotonati video di Deejay Television.
Se ne siamo usciti vivi, dai suddetti ottanta, e se siamo qui interessati a raccontare qualcosa di vagamente musicale il merito va anche al fatto che sottotraccia, sotto la grossa sbronza delle luci smarmellate, degli one hit wonder, della parlantina dei deejay (ed era solo la punta dell'iceberg della deriva prossima ventura, ahinoi!) anche a noi faciloni ascoltatori poppettari veniva (molto probabilmente in modo inconsapevole) offerta un'ancora di salvezza, un gancio di una qualità profonda e da esplorare.
Non lo sapevamo ancora, ma c'era del buono anche negli anni dei capelli vaporizzanti.
Sto ovviamente parlando, nel dettaglio, dell'imprinting dato dal video di "Take On Me", della voce malandrina di Morten Harket, del fumettone e del riffettino indimenticabile.

Ecco, poi e in piena sincerità mi piacerebbe dire una cosa diversa, ma la triste verità è che per chi scrive gli A-ha sono stati principalmente questo messaggio subliminale, e sono rimasti parcheggiati e confinati lì, a quei pomeriggi estivi, fino a dieci anni fa.
Però se uno ha la fortuna immeritata di avere amici più informati ed attenti, basta poi un input minimo, un greatest hits in sottofondo ad una serata conviviale per risvegliare curiosità sopite e per rendersi altresì conto che per 30 anni si è sbagliata di chilometri una valutazione. Ma proprio di chilometri.

Si faccia mea culpa, allora, e ci si dedichi quindi all'ascolto del secondo lavoro dei nordici: 'Scoundrel Days'.
Meraviglia: la title track e soprattutto il secondo brano, 'The Swing Of Things', sono delle perle che già in apertura valgono il prezzo del biglietto.
La ricetta emerge ed è articolata: base ritmica multiforme, brani strutturati con sequenze spesso contrastanti, cifra complessiva che anche oggi non mostra assolutamente nè la sua età nè un eccessivo legame con le melodie stroboscopiche dei rullanti ottanta.
La band è in piena comunione di intenti con la new wave, ma se si vuole anche con echi berlinesi e britannici.
Le canzoni, non si può dire altro, sono perfette: spiccano una 'I've been losing you', sorprendente nella interpretazione e nel finale in odore di catarsi jazzistica, la suadente 'October' (che precorre una certa lounge music in voga poi negli anni zero, ma con che classe!) e la doppietta da antologia 'Manhattan Skyline', bipolare nell'alternanza strofa da crooner e incredibile ritornello alla Dave Gahan, e 'Cry Wolf', singolone da classifica che riesce a sfiorare il limite dell'eccesso piacione senza però esserlo fino in fondo.
Il disco si chiude poi con una collana di pezzi oscillanti tra il cristallino pop e i già citati echi epici/wave ("Whales", "Maybe Maybe", "Soft rains of April").

In definitiva: lo scrivente sente di dovere delle scuse e di meritare quanto meno una penitenza per questo atto di disattenzione, sottovalutazione e superbia snob durato trent'anni.
Basterà una serata a passare in heavy rotation filmati da Deejay Television?

- il Compagno Folagra

sabato 3 ottobre 2026

Yngwie Malmsteen: "Trilogy" (1986)

Nell'ottobre 1986, il chitarrista svedese Yngwie Malmsteen pubblica il suo terzo album solista, "Trilogy". Confermando i conterranei Jens e Anders Johannson rispettivamente a tastiere e batteria, l'eccentrico guitar hero si occupa anche di suonare il basso, mentre alla voce Jeff Scott Soto è sostituito dall'americano Mark Boals, possente discepolo di Ronnie James Dio. Il disco ha buoni risultati di pubblico: #44 in America, #18 in Svezia, #7 in Finlandia.



(disco completo qui: "Trilogy")

martedì 29 settembre 2026

Iggy Pop: "Blah Blah Blah" (1986)

Quarant'anni fa oggi usciva "Blah Blah Blah", settimo album di Iggy Pop ed ennesima collaborazione con l'amico e 'doppio' David Bowie. Apparso dopo quattro anni di inattività, il disco è il maggiore successo commerciale della sua carriera (la posizione #75 in America, 50'000 copie vendute in Canada, e il #10 nel Regno Unito del singolo "Real Wild Child", una cover del rocker australiano anni cinquanta Johnny O'Keefe, testimoniano di quanto sia 'di culto' e non 'mainstream' questo artista).



(disco completo qui: "Blah Blah Blah"

Quando si pensa a Iggy Pop, la leggendaria Iguana del rock, l’ovvia associazione che tutti noi facciamo è quella dell’eroe proto-punk, autodistruttivo compagno di abusi di David Bowie nonché frontman degli Stooges. Un maledetto, insomma.

"Blah Blah Blah", il suo disco dell’86 nonché maggiore successo commerciale della sua carriera, è invece un disco totalmente in stile pop anni ’80. Certo, ci sono le chitarre taglienti, i momenti votati alla psichedelia e una certa verve iconoclasta, ma senza dubbio è la patina synth-pop che caratterizza maggiormente quest’album. Complice la produzione di David Bowie (che già contribuì alla produzione del capolavoro "The Idiot", primo solista di Iggy e degno compare dei dischi della Trilogia Berlinese), il sound dell’Iguana si addolcisce. Tra sintetizzatori a tratti persino troppo presenti, archi sintetici e suoni riverberati, è davvero difficile distinguere il sound di "Blah Blah" da tanti suoi dischi coevi, ed è difficile, oggi, non ritenerlo “datato”. A partire dall’apertura “Real Wild Child”, rockabilly sintetico in pieno zeitgeist ‘80s, fino alla conclusiva “Little Miss Emperor”, non c’è un istante in cui il decennio di appartenenza non emerga con prepotenza.

Un suono talmente fuori tempo da diventare,oggi, ultramoderno: sentitevi i primi venti secondi dell’intro di “Fire Girl”, e ditemi se non è esattamente questo lo spirito della nostalgia Vaporwave. Lo stesso discorso si può fare per i piano-synth della ballatona “Shades”, o degli archi di “Cry for Love”.

C’è di più, però, oltre all’interesse quasi antropologico per un disco così figlio della sua epoca: ovvero le canzoni. Pur con mezzo disco scritto da Bowie stesso, un fantastico equilibrio compositivo è ottenuto su questi solchi: l’alternarsi di brani sincopati e ballate, di atmosfere più sguaiate e momenti intimi, contribuisce ad un ascolto piacevole e ricco, a tratti persino epico. A questa categoria appartengono piccole perle del decennio come "Vienna" degli Ultravox e lo stesso "Let’s Dance" di Bowie, dischi tanto orecchiabili quanto sofisticati.

Vale davvero la pena ascoltare un Iggy Pop in versione crooner in “Shades” e “Hide Away”, e poi lasciarsi trasportare dalla nervosissima “Winners & Losers”, perfetto esemplare di synth-rock, che nei suoi sei minuti riesce a far coesistere sassofoni psichedelici e chitarre rumoriste con melodie memorabili ed atmosfere cinematiche. E pazienza se l’iperproduzione, in alcuni momenti, offusca l’oggettiva bellezza dei pezzi: questo disco non fu un grande successo per caso o per errore, ma perché la sua qualità è alta.

- Spartaco Ughi

Iron Maiden: "Somewhere in Time" (1986)

Sesto album in studio per gli Iron Maiden, "Somewhere in Time" mostra ancora quanto sia ispirata la formazione britannica, e quanta importanza le sue composizioni elaborate e intelligenti nelle liriche e nella musica abbiano avuto nella storia del metal.



(disco completo qui: "Somewhere in Time)

sabato 26 settembre 2026

Magnum: "Vigilante" (1986)

Il 26 settembre di quarant'anni fa viene pubblicato "Vigilante", album dei rocker britannici Magnum. Il disco segue il grande successo di "On a storyteller's night" con un album, prodotto dal batterista dei Queen Roger Taylor, purtroppo non del tutto a fuoco.



(disco completo: )

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