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venerdì 24 novembre 2017

Noel Gallagher's High Flying Birds: "Who built the moon?" (2017)

Niente da fare, il Britpop non abita più qui. Citofonare Liam per i nostalgici. 




Due anni dopo il precedente "Chasing Yesterday", che innestava vecchie sonorità ripescate dal televoto (vedi alla voce "Revolution Song"), il Nostro stabilisce la nuova direzione della sua poetica, improntata su quello che lui stesso definisce "un vero rock'n'roll, che significa fare quel cazzo che mi va": solita affermazione boriosa, ma che chiude l'esperienza passata in modo netto. E' David Holmes, produttore del disco, la chiave di interpretazione per comprendere il nuovo corso dell'opera: parliamo di un navigato compositore di colonne sonore per film come "Pi il Teorema del Delirio" e "Ocean's Eleven".

Remixing e new groove sono parole chiave da tenere a mente mentre si ascolta "Who Built the Moon?".
Già nel titolo stesso riecheggia una definizione nuova e forse incomprensibile: "cosmic pop". Cosa significhi nessuno lo sa con esattezza, forse neanche Noel. Se ascoltandolo vi viene in mente qualcosa fatemelo sapere. Innegabile la struttura da opera matura che esce dal bozzolo delle fruttuose collaborazioni con il synto-pop inglese, Chemical Bros. in primis.

Alcune canzoni sono godibilissime e trasmettono una buona atmosfera: come la strepitosa "Fort Knox" e il singolo scoppiettante "Holy Mountain". Sono rimasto impressionato dalla nostalgica "The Man Who Built the Moon" e commosso da "Dead in the Water", ingiustamente lasciata come bonus track, in versione live, e con un arrangiamento da rivedere.

Il resto si fa ascoltare, ma devo essere sincero e vi confesso che lo trovo non così incisivo come i precedenti. Di sicuro l'album ha una sua voce e una complessità tale da renderlo una specie di concept album, quasi fosse una colonna sonora di un film sperimentale alla Wim Wenders, con i sui brani di intermezzo e "End Credit".

Non lo boccio, tranquilli (troppo mi lega al ragazzaccio), ma ascoltandolo mi viene da dire "E adesso?", come se aspettassi a brevissimo un nuovo lavoro, per confermare le premesse.


- Agent Smith

venerdì 6 ottobre 2017

Liam Gallagher: "As you were" (2017)

Il primo album da solista di Liam Gallagher è buono. Voglio scrivere il giudizio per primo, per levarmi di dosso questo peso. Sì, l'album non è affatto male, rappresenta una netta evoluzione rispetto ai due precedenti lavori fatti con la firma "Beady Eye", purtroppo dimenticabili. 




Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro della musica, ma di sicuro si tratta di un prodotto maturo e soprattutto godibile.  


Il Nostro si è levato di dosso l'opprimente corazza del Brit-Pop anni 90', detergendosi in un caldo bagno di umiltà (vedi "For What It's Worth"), aiutato in questa delicata operazione dalla santa Trimurti Kurstin, Wyatt e Grech-Marguerat, vecchie volpi del settore, che infondono nuova linfa al suo sound grezzo. Il prodotto finito è ben calmierato, ed elimina lo spiacevole alone di irrequietezza/menefreghismo che ha portato allo schianto Oasis prima e Beady Eye poi, one-man-band fantoccio costruita attorno al suo ego strabordante.

I tre singoli che hanno anticipato l'uscita dell'album offrono un sound piacevole che aggiorna l'estetica degli Oasis anni 10' con un innovativo brio post elettro-funk-pop british, eredità della lunga militanza tra le file dei Chemical Brothers (come produttori o come host di feste, fate voi). Ok, ma il resto?

Il giudizio è ondivago, perché l'album ha diverse canzoni riempitive costruite a tavolino. Salviamo per il vostro piacere all'ascolto la ballata destrutturata "When I'm in Need", la nevrotica "You Better Run", riempitivo ma di lusso, e la simpatica citazione nel ritornello di "I Get By". Da riascoltare perché al momento convince e non convince "Universal Gleam", mentre conquista più per i testi che per la melodia la sorniona "Paper Crown". Ci spiegherà Liam nel successivo album chi sono tutte queste donne citate nelle sue canzoni, e se si tratta della stessa siamo piuttosto preoccupati.

In definitiva potete ascoltare senza stare male la prima fatica solista del Nostro, dimenticando gli insuccessi passati e soprattutto sperando in un avvenire radioso.


- Agent Smith

domenica 1 ottobre 2017

Deelay: "Deelay" (2017)

(album completo qua: https://www.youtube.com/playlist?list=PLxq0NvHXVd_D-atKM192JI6aUcJ08Qqz4)



Il mondo del post rock (in larga parte) strumentale è stato fittamente occupato negli ultimi due decenni, grazie soprattutto al successo dei Mogwai. L'Italia ha sfornato alcuni dischi notevoli nel genere, dall'opera unica dei pugliesi Muzak alle idee dei NoSound, senza poi contare i tanti ottimi lavori di rock strumentale realizzati, dalle derive mathcore degli Zu al post noise degli Uzeda e del loro side project internazionale Bellini.

La AMS Records, molto attenta alle nuove proposte prog e dintorni, qui ci presenta il debutto musicale di un trio di ottimi musicisti basati a Roma, i Deelay, formati da Dario Esposito (batteria), Federico Procopio (chitarre) e Roberto Lo Monaco (basso), che realizzano un disco (omonimo) di caratura notevole, che sa spaziare su un buon arco di proghessiverìe e postroccherìe varie, dalle influenze di Pat Metheny e del tardo Terje Rypdal nel riverbero degli accordi jazzati di "Awaken" (https://www.youtube.com/watch?v=3gS7o0ocejI) e di "Apocalypse in three steps" ad atmosfere tra l'ambient e l'hard rock come nella title track (https://www.youtube.com/watch?v=BOT06VkZ2zc). "Rough landing" (https://www.youtube.com/watch?v=3FaZtVr-ZNw) è uno dei pezzi migliori, con seuqenze di chitarra e basso eccezionali sulle quali si esprime il drumming composito di Esposito.

Davvero un bel disco che ci sentiamo di consigliare a chiunque ami gli strumentali dei tardi Pink Floyd e i Mogwai più rarefatti. Sperando in un prossimo bis che, dopo che la band ha riscaldato i muscoli egregiamente, faccia ancora meglio.

- Prog Fox

venerdì 28 luglio 2017

Arcade Fire: "Everything Now" (2017)



Dopo il buonissimo "Reflektor", che dopo l'inutile copia carbone dell'esordio "The Neon Bible" e quel discutibile pasticcio che era "Suburbs" ristabiliva le quotazioni della formazione di Montreal agli occhi di chi non era diventato un adorante azathotiano che in nome dell'esordio lancinante "Funeral" era disposto a passare sopra a qualsiasi fallimento dei propri beniamini, gli Arcade Fire pubblicano "Everything Now" captalizzando sulla loro trasformazione ormai in band di electro pop. È il terzo fallimento in cinque album, che interrompe l'ascesa dei pur volenterosi canadesi all'Olimpo dei rock'n'roll e li arresta nella classifica delle grandi band dell'ultimo ventennio.

Segno preoccupante e sicuro che qualcosa non va sono i nomi che compaiono nel booklet: perché chiamare i pur ottimi Thomas Bangalter (metà dei Daft Punk) e Steve Mackey (bassista dei Pulp) a produrre? Queste collaborazioni che attraversano le generazioni sono talvolta un modo per uscire da un vicolo cieco e di rado riescono - "Everything now" non è purtroppo l'eccezione.

Certo, alcuni brani (e alcuni elementi di altri brani, penso alla voce della mai abbastanza sfruttata Regine Chassagne che da sola salva l'incerto retro synth pop ballabile "Electric Blue") sono dignitosi o anche più che dignitosi, ma a questo disco manca uno degli elementi che può innalzarlo a classico almeno minore o di culto, ovvero a) uno o due pezzoni devastante da traino, b) la sperimentazione, c) un pathos di qualche tipo che impregni di sé l'atmosfera generale. No, amico con la maglietta di "The Neon Bible" (brr) che obietti dal pubblico, 'synth dance' non può essere considerato pathos né atmosfera. Depeche Mode, Madonna, Michael Jackson e Pulp erano molto più che 'synth dance'. Perdiana, anche Lionel Richie era qualcosa più che 'synth dance'.

Con le discutibili "Signs of Life" e "Chemistry" (pezzo datato, che sarebbe suonato debole come ballabile su "Notorious" dei Duran Duran trentuno anni fa) appaiono poi scherzoni metamusicali come "Infinite Content" e "Infinite_Content", due brani da 1 minuti e 40 l'uno dietro l'altro, rispettivamente uno scherzo punk e uno scherzo country, il primo dei quali rovinato dalla voce di Win Butler (dateci Damon Albarn anche sbronzo, anzi meglio se sbronzo) e salvato dagli inaspettati ostinati di archi sul finale, il secondo manco quello. Considerato che tutti hanno odiato l'ultimo eppur decente disco dei Baustelle, soprattutto per il suo citazionismo un po' lurido, mi chiedo che commenti si avrebbero per "Good God Damn" (che clona un po' i Talking Heads, un po' i Supertramp e un po' il Lucio Battisti più funky) se gli Arcade Fire fossero italiani. La ritmica di "Put your money on me" (https://www.youtube.com/watch?v=dHC6I7v-1Pc) potrebbe essere tratta da uno degli strumentali robotici dell'Alan Parsons Project, anche se l'ultimo ritornello, meraviglioso ma rubato agli Abba (archi compresi), riesce a salvare il pezzo in corner.

Lo ripeto: non è un disastro. Come per il secondo e terzo disco della band, c'è abbastanza carne al fuoco a cui gli ammiratori in disperato bisogno di adorazione possono rifarsi per credere che gli Arcade Fire abbiano prodotto un capolavoro (certo "We don't deserve love", https://www.youtube.com/watch?v=NiblaBqJjIg, verso il finale di disco, che da un lato sa di autoplagio ma dall'altro almeno lascia un po' di spazio alla regale (ops) Regine; e allora forse meglio "Creature Comfort",https://www.youtube.com/watch?v=xzwicesJQ7E, verso l'inizio, forse l'unico pezzo che appaia come una riuscita evoluzione di quanto mostrato dal gruppo in "Reflektor"). In generale però c'è troppo retro, mescolato con un marchio di fabbrica vocale che rischia di sfociare nel manierismo. L'electroclash è morto nel 2003 ed era già discutibile all'inizio; quanto alla nostalgia degli anni '80, saremo arrivati almeno alla sua terza ondata.

- Prog Fox

venerdì 16 giugno 2017

Fleet Foxes: "Crack-up" (2017)

Il 16 giugno del 2017 esce "Crack-Up", terzo album dei folk rocker/indie rocker americani Fleet Foxes, guidati dal cantautore Robin Pecknold. Un disco fenomenale, forse il migliore della formazione finora.



(disco completo qui: https://tinyurl.com/yajby277)

venerdì 9 giugno 2017

Phoenix: "Ti amo" (2017)

I Phoenix hanno tanti ammiratori e sicuramente nel Bel Paese essi non diminuiranno dopo che la band francese, compagna di palco e di avventure di luminari quali Air e Daft Punk, ha dedicato un disco all'Italia, intitolato "Ti amo" e pieno di affetto per la disco italiana anni '80, i film degli anni sessanta e la dolce vita ("Via Veneto").




(disco completo ascoltabile qui:https://www.youtube.com/watch?v=7UeSjS7-Jcw o anche qui: http://www.deezer.com/album/42487431)

Alcuni brani dell'album sono davvero riusciti, come il pezzo d'apertura "J-Boy", "Lovelife" o "Goodbye Soleil"; altri sono un po' più tediosi, come "Tuttifrutti" o "Fleur de lys", ma sono tutti improntati a una solarità da cartolina dell'Italia anni '80, quella di "Professione Vacanze" con Jerry Calà a Maracalagonis o dei film di Carlo Verdone, che emergono da un suono orecchiabile che sta all'italodisco quanto le acrobazie degli Air a certo pop e r&b, tra reinterpretazione, omaggio e aggiornamento, anche se forse la band a cui si avvicinano di più in "Ti amo" è il dream pop dei francesi M83. La scelta di rifugiarsi in un paese immaginario e felice, in una Italia irreale e chissà se mai esistita, è stata maturata dai Phoenix come una sorta di antidoto mentale ai recenti attentati in Francia, e questo spiega forse il carattere sognante, nostalgico e fiabesco, che pervade tutta l'opera. L'album finisce in crescendo con "Telefono" (https://www.youtube.com/watch?v=Bg0B0VEM7Tk), forse il pezzo migliore del repertorio.

Nonostante il disco sia piacevole e ben suonato, manteniamo su di esso una lieve riserva: innanzitutto non è un'opera musicalmente particolarmente innovativa (ma probabilmente non voleva neanche esserla), appartiene al filone ampiamente percorso del pop elettronico francese; in secondo luogo, anche la tematica "italiana" non è originale, dato che era stata sfruttata, peraltro con risultati migliori e con un concept ben più intrigante, dal progetto Neon Neon di Gruff Rhys, cantante dei gallesi Super Furry Animals, che nel 2010 ha realizzato un album di synth pop ebbro di riferimenti '80 e italodisco dedicato alla figura dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e agli anni di piombo.

Ma dopotutto non c'è ragione che questo sminuisca il valore del bel disco dei Phoenix: comunque per non sbagliare vi consigliamo di ascoltarli entrambi.

- Prog Fox

venerdì 21 aprile 2017

Parov Stelar: "The Burning Spider" (2017)

Parov Stelar, pseudonimo di Marcus Füreder (Linz, 27 novembre 1974), è un disc jockey e musicista austriaco che con "The Burning Spider" compila un'altra opera eclettica, esemplare nello sfruttare le capacità date dall'uso di elettronica, sapienti campionamenti provenienti dallo swing e dal blues e strumenti veri. Principali collaboratori del disco sono il chitarrista Johnny Sommerer, il batterista Willie Larrson Jr., il chitarrista e bassista Michael Wittner e il cantante e autore Lee Anduze.

La struttura del disco è una alternanza di brani del tutto inediti e un mix di campionamenti dai quali traspare l'amore per il primo jazz e il blues (Lightnin Hopkins, Johnny Mercer, Muddy Waters), beat elettronici, chitarre e archi, con l'occasionale contributo di altri strumenti come piano e tromba.

"The Burning Spider" si basa su "Mojo Hand" di Lightnin Hopkins ed è un'ottima introduzione all'atmosfera del disco; "My man", ancora una volta basato su un classico di Lightnin Hopkins, fa ancora meglio. "Soul fever blues", tratta da "I feel like going home" di Muddy Waters, non arriva invece al loro livello; tra i pezzi migliori forse "Mama Talking", che campiona il violinista swing Stuff Smith, "Cuba Libre", che campiona "The weekend of a private secretary" (voce di Mildred Bailey per Johnny Mercer, registrazione originale del 1938), e "Black Coffee", con la registrazione di Wingy Manone del 1935.

Degli inediti, fra i migliori stanno "Everything of my heart", con la chitarra di Johnny Sommerer e la tromba di Jerry Di Monza, la coinvolgente "State of the Union" e la romantica tecnoballata soul "Beauty Mark". "Step Two" (con ospite la moglie Lilja Bloom alla voce) è forse l'unico passo falso dell'album, con un ritornello trascurabile e che suona più datato dei campionamenti degli anni trenta.

La bellezza del disco di Parov Stelar sta nella sua capacità di mescolare vecchio e nuovo in un formato fluido, spaziando dall'electroswing alla dance vera e propria con naturalezza e senza forzature. È un disco che si lascia ascoltare sia come sottofondo di atmosfera, data la sua orecchiabilità e mancanza di pretenziosità, sia come ascolto di piacere, dati i begli arrangiamenti. Naturalmente tutto questo non sarebbe stato altrettanto coinvolgente senza gli originali; ma nell'era dei mashup e in questo genere musicale, lo accettiamo senza storcere il naso.

- Prog Fox

venerdì 7 aprile 2017

Ulver: "The Assassination of Julius Caesar" (2017)

Una delle migliori e più imprevedibili delle band uscite dalla seconda generazione del black metal norvegese, gli Ulver arrivano con "The Assassination of Julius Caesar" al traguardo dell'undicesimo album in studio dopo oltre vent'anni di onoratissima carriera.




(disco completo qua: https://www.youtube.com/watch?v=FPewKGoPhHA)

Questa volta, Kristoffer Rygg (voce), Tore Ylvisaker (tastiere/elettronica), Ole Alexander Halstensgård (tastiere/elettronica) e Jørn Henrik Sværen (polistrumentista) decidono di realizzare un album che potrebbe tranquillamente essere uscito negli anni ottanta, ovvero un album di synth pop piuttosto radicale, che ha più in comune con Depeche Mode e A-Ha che non col passato black della band. Anzi, col passato black o metal della band non ha veramente nulla di nulla in comune, nemmeno alla lontana, mentre appena alla lontana sono i rapporti con gli ultimi due lavori del gruppo, "ATGCLVLSSCAP" e "Riverhead", entrambi dischi di post rock sperimentale e di atmosfera che concedevano poco e nulla al pop e alla melodia. Che shock.

I quattro sono supportati da un cast di amici e collaboratori fra i quali i "soliti" Håvard Jørgensen e Daniel O'Sullivan alle chitarre, Ivar Thormodsæter alla batteria, e i "nuovi" Stian Westerhus alle chitarre, Anders Møller alle percussioni, Nik Turner (storico membro degli Hawkwind) e Dag Stiberg al sax.

Il synth pop degli Ulver è naturalmente cupo e pastoso, che piacerà probabilmente ai fan di band come i Depeche Mode in primis. "Nemoralia", il brano di apertura, è forse il migliore dell'album, con un testo al solito disturbante che mescola la celebrazione di Diana Nemorense nell'antica Roma, l'incendio di Roma da parte di Nerone, il martirio dei santi Pietro e Paolo, la morte della Principessa Diana; musicalmente interessante "Rolling Stone", che però non giustifica la propria lunghezza (nove minuti sono troppi). Niente male anche la successiva "So falls the world", soprattutto nelle parti strumentali; in generale, la voce baritonale di Rygg fa davvero impressione se si pensa che questo era lo stesso matto urlante che dominava i primi album degli Arcturus.

Nel suo prosieguo, l'album abbandona i momenti più cupi e ospita una serie di brani che si avvicinano di più al synth pop degli A-Ha, con un canto in tonalità più alte e una musica leggermente più uptempo. Il capolavoro di questo stile più 'commerciale', per quanto sia una parola grossa anche in questo contesto, è la fantastica "Angelus Novus", con il ritornello col controcanto che si eleva magistralmente su un mare di elettronica ribollente. Meno riuscite forse "Southern Gothic" e la pur gradevole "Transverberation", che si vanta di menzionare nel testo l'attentato a Papa Giovanni Paolo II (13 maggio 1981); mentre la successiva, buona "1969" è zeppa di citazioni, da "Rosemary's Baby", il film di Polanski, e alla Chiesa di Satana di Anton LaVey (di cui dà l'indirizzo: 6114 California Street, a San Francisco, dove ebbe la sede dal 1966 alla morte del suo fondatore nel 1997), a "Let it be" dei Beatles e poi a un singolo riferimento che contiene tutti i precedenti, ovvero "Helter Skelter" (sia la visione apocalittica che Manson sostenne di avere prima dell'omicidio di Sharon Tate, moglie di Polanski, nel 1969, sia la canzone di Paul McCartney che a suo dire la ispirava). Conclude il disco "Coming home", che cerca di compiere una sintesi fra i momenti più cupi e quelli più melodici, senza riuscirci particolarmente bene.

Pur essendo assolutamente dignitoso, "The Assassination of Julius Caesar" soffre un po' di monotonia - se dovesse rimanere un unicuum della loro produzione allora sarebbe uno scherzo ben riuscito e poco più. Se invece Rygg e soci ne trarranno spunto per nuove evoluzioni, potrebbe essere il principio di un ben più significativo capitolo creativo della sorprendente carriera dei norvegesi.

- Prog Fox

venerdì 31 marzo 2017

Aimee Mann: "Mental Illness" (2017)

(album completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=JF3Xt44VGXo)



È innegabile che Aimee Mann abbia più di una goccia di talento, lo sa chiunque abbia sentito quel capolavoro di "Save me", presente nella colonna sonora di "Magnolia", film di Paul Thomas Anderson del 1998. Il problema di "Mental Illness" è che rispetto a quel sound la Mann non si è poi evoluta molto - e son passati quasi 20 anni. 

Questo disco vorrebbe essere un album di folk delicato, con appena un tocco di country in qualche traccia, un tocco di solennità in qualche altra (quelle con gli archi, come "Phily sinks", sospesa fra il tedioso e il commovente, o "Simple fix", quasi pop), in generale declinato su toni tenui tra il pensieroso e il malinconico, anche se in realtà la tristezza è decisamente in secondo piano rispetto a un atteggiamento sì riflessivo ma più pacato (per non dire sereno, nonostante i temi spesso trattino di disagio psichico, come da titolo dell'album).

Il gioco funziona solo in parte, difficile dire se il problema sia la monotonia del tutto oppure la mancanza di un numero sufficiente di melodie convincenti.

Peccato, perché alcuni dei brani qui sono davvero buoni, come il pezzo di apertura "Goose snow cone" (https://www.youtube.com/watch?v=fhThS-PJOFE), "Lies of Summer", la pianistica "Good for me" o la conclusiva "Poor judge" (https://www.youtube.com/watch?v=xb0N5wGemPQ). Ma nessuno di questi ha davvero qualcosa di innovativo, non in generale né rispetto all'opera della Mann, quindi diventa più difficile perdonare i passi falsi (anche se Aimee non raggiunge mai i livelli di noia di Laura Marling).

Volendo riassumere in poco un giudizio: se siete fan della Mann, il disco vi piacerà; se amate il folk pop americano (She & Him, Fleet Foxes, Iron & Wine, Okkervil River), soprattutto quando privilegia la musica acustica rispetto a certe fracassonate elettroniche, lo troverete gradevole; se non amate particolarmente la musica acustica e cercate qualcosa di energico, potete tranquillamente farne a meno: purtroppo di memorabile qui c'è poco.

- Red

lunedì 27 marzo 2017

Stefano Agnini: "Il cerchio medianico" (2017)

Il tastierista Stefano Agnini giunge alla prima opera solista dopo innumerevoli collaborazioni nel mondo del progressive italiano dell'ultimo ventennio con questo "Il cerchio medianico", il cui sottotitolo è "un'opera prop", per sottolineare il carattere progressive-pop del disco.




(l'album completo si può ascoltare qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PLxq0NvHXVd_CzmPRgw3XXE5vRLYO9cvKV)

Il tastierista Stefano Agnini giunge alla prima opera solista dopo innumerevoli collaborazioni nel mondo del progressive italiano dell'ultimo ventennio con questo "Il cerchio medianico", il cui sottotitolo è "un'opera prop", per sottolineare il carattere progressive-pop del disco.

Il risultato del lavoro è un'opera rispettabile, il cui problema principale è dato - come, a parere di chi scrive, per gran parte del prog di ispirazione 'classica' dagli anni ottanta a oggi, e non solo in Italia - da arrangiamenti e produzione, sempre precisi, corretti e puliti al punto di togliere nerbo alle composizioni. Si perde poi l'occasione di sfruttare il talento di tanti buoni musicisti, e il tag "pop" pare utilizzato per farci capire che la presenza di soli nel disco sarà ridotta al minimo.

D'altronde, poiché de gustibus disputandum non esse, se vi piacciono Fabio Zuffanti (non a caso un ospite dell'album) e i suoi tanti progetti ispirati principalmente a Genesis, Pink Floyd dell'era classica, primissimi King Crimson e spaghetti prog dei primi settanta, l'album va consigliato; ma così realizzata contro il suo stesso potenziale, diventa musica per nostalgici dei bei tempi andati, con l'aggravante di quei classici suoni della batteria e delle chitarre poco incisivi da tipico neo prog anni novanta.

Ci sono alcuni passaggi melodici di notevole bellezza ma a volte il contesto in cui si incastonano, per i motivi sopracitati, non è a nostro parere sviluppato compiutamente. Spiccano in positivo "Canzone delle colpe" (https://www.youtube.com/watch?v=lVGkbWGrzt0), probabilmente la migliore del disco, e "Canzone delle poche cose" (https://www.youtube.com/watch?v=LHJfcPBxkDU&index=11&list=PLxq0NvHXVd_CzmPRgw3XXE5vRLYO9cvKV), forse non a caso pezzi i cui toni dimessi sono maggiormente appropriati alla musica.

Non vogliamo sembrare troppo critici, ma siamo convinti che Stefano Agnini sia in grado di fare molto meglio di così (e l'ottimo "la Curva di Lesmo", progetto di Agnini e Zuffanti di due anni fa, è lì a dimostrarlo).

- Prog Fox

venerdì 24 marzo 2017

Mount Eerie: "A crow looked at me" (2017)

Il 9 luglio 2016, l'illustratrice e musicista canadese Genevieve Castree, moglie del leader dei Mount Eerie Phil Elverum, muore per un tumore al pancreas, diagnosticatole 4 mesi dopo la nascita della loro unica figlia nel 2015. "A crow looked at me" è il frutto dell'esternazione di questo dolore, ed è totalmente avvolto da un senso profondo di rassegnazione e impotenza, prima ancora che dolore.




(l'album completo si può ascoltare qui:https://www.youtube.com/watch?v=tPzkNS4rits o anche qui: http://www.deezer.com/album/15021195)

Phil Elverum è un esponente della scena acustica del nord-ovest americano. Di origine norvegese e residente di Olympia nello stato di Washington, Elverum ha pubblicato numerosi album coi suoi progetti Microphones e Mount Eerie. 

"A crow looked at me" è l'ottavo disco a nome Mount Eerie, e non è un album semplice. È uno degli album più dolorosi e struggenti che siano mai stati incisi, con livelli di depressione e disperazione che superano quelli di "Pink Moon" di Nick Drake e "Oar" di Skip Spence. Canzoni e dischi che affrontano i temi più dolorosi della vita umana sono tante e tanti, ma qui mancano completamente sia la rabbia sia l'elegia: non c'è un senso di ingiustizia o incazzatura, così come non c'è alcun ricordo della gioia passata, alcuna speranza di un aldilà né alcun piacere in ciò che si è costruito insieme. Lo sguardo di Elverum è del tutto apatico e annichilito, al punto che ascoltare il disco e le sue parole, una cronaca giorno per giorno del dolore che prova il cantautore man mano che i giorni e i mesi passano, è straziante.

"A crow looked at me" non è un disco di intrattenimento, ma l'espressione del bisogno di un uomo (peraltro Elverum è stato rovinato economicamente dalle spese per la grave malattia della moglie, anche perché poi è stato a lungo incapace di lavorare), la cui capacità di tradurre questo dolore immenso e insormontabile in parole e musica non può che evocare stupore e meraviglia. E questo nonostante Elverum canti in "Real Death" (https://www.youtube.com/watch?v=zGESP0iePmQ), nelle parole di apertura del disco: "Death is real: someone's there and then they're not and it's not for singing about, it's not for making into art. When real death enters the house poetry is dumb".

La musica è minimalista e chiaramente ha un ruolo del tutto secondario rispetto alle parole. Questo non significa che basterebbe la lettura dei testi per dare un senso al dolore di Elverum: il suo canto dimesso è del tutto necessario a dare comprensione della sua esperienza, perché convoglia tutta la passione e la sofferenza dell'uomo, gli conferisce realtà e lo trasmette all'ascoltatore.

È certamente un disco incredibilmente difficile da ascoltare. Le devastanti parole di "Ravens" (https://www.youtube.com/watch?v=H2R2Ck8qKWM) bastino come ammonimento per chiunque voglia affrontare questo album: "You were probably inside. You were probably aching, wanting not to die, your body transformed. I couldn’t bear to look so I turned my head west like an early death. Now I can only see you on the fridge in lifeless pictures and in every dream I have at night. [...] I watched you die in this room, then I gave your clothes away. I’m sorry. I had to and now I’ll move. I will move with our daughter. We will ride over water with your ghost underneath the boat. What was you is now burnt bones and I cannot be at home. I’m running. Grief flailing."


- Red

venerdì 10 marzo 2017

Hurray for the Riff Raff: "The Navigator" (2017)

Esce il 10 marzo "The Navigator", sesto disco degli Hurray for the Riff Raff, progetto musicale della cantautrice newyorchese Alynda Segarra.




Hurray for the Riff Raff è il progetto musicale della cantautrice newyorchese Alynda Segarra, di formazione Bronx, origine Puertorico e domicilio New Orleans. "The Navigator" è, nelle intenzioni di Segarra, un 'ritorno alle origini'. Si tratta infatti di un album di indie folk pop in cui non mancano riferimenti musicali che per un orecchio non allenato come il nostro appaiono genericamente latinoamericani ma che sicuramente vorranno essere più precisi di così. 

Il disco non è male, sebbene non arriviamo neanche lontanamente a considerarlo degno di "Music from the Big Pink" della Band - che cosa si fumano certi giornalisti musicali? Boh.

Diciamo che il tocco latino dà un po' di spessore a un album che non si discosta troppo dallo standard melodico del cantautorato indie virato al femminile, con qualche pezzo un po' trito e qualche altro più coinvolgente (l'ottima "Pa'lante",https://www.youtube.com/watch?v=AOL2OkV-TkU, uno dei pochi brani ad avere uno sviluppo, invece di essere statico; meno brillanti ma comunque dignitosi gli altri singoli, "Rican Beach",https://www.youtube.com/watch?v=OYVzsmpF--4, e "Hungry Ghost", https://www.youtube.com/watch?v=6xRJ-MuN46E). 


Quello che manca a Segarra è certamente un senso di dinamicità nella scrittura, ancorata a modi strofa-ritornello davvero standard. Poi c'è un altro problema, ma è un problema che riguarda quasi interamente la scena indie contemporanea, ovvero la totale assenza di assoli e di un minimo di attenzione e forse anche rispetto per gli strumenti e gli strumentisti e la loro individualità, a cui non viene in alcun modo consentito di esprimersi. Questo disvalore ormai assurto a linguaggio comune ci preoccupa e toglie forza e interesse a molti dischi del genere.

Detto questo, se siete amanti dell'indie folk, ci sono certamente in giro album molto peggiori di questo.


- Red

Laura Marling: "Semper Femina" (2017)

La cantautrice britannica Laura Marling confeziona un disco noioso come pochi, che per motivi incomprensibili abbiamo scoperto ha ottenuto premi e nomination incredibili pochi mesi dopo che la nostra recensione originale la facesse a pezzi. Il disco continua a non piacerci per niente, ma immaginiamo che fra gli standard dei critici per valutare un disco folk come riuscito ci sia la noia mortale.

(album completo qua: http://www.deezer.com/album/14668626)

Laura Marling gioca a fare la nuova Joni Mitchell, ma è un gioco a cui hanno giocato in diverse e di rado ha funzionato. Già fai folk pop dal passo letargico e dalla strumentazione scarna, se poi ci metti anche il contrabbasso per dare l'idea di essere colta l'unico modo in cui può reagire un ascoltatore è addormentarsi; a parte che non viene nemmeno da addormentarsi perché il disco è troppo irritante per cullarti al sonno. Naturalmente può essere solo che siamo dei bruti senza cervello, ma i problemi di questo album sono gli stessi di altri album della Marling e non solo.

È incredibile che ci siano artisti come la Marling che in effetti riescono a campare con questi dischi. Francamente non riesco a spiegarmi come sia possibile. Poi rendiamoci conto che Laura ha 27 anni: a 50 anni che cosa inciderà? Cover di ninne nanne per neonati? Il disco dura 42 minuti ma sembra lungo il doppio, è davvero dura arrivare in fondo. Per non essere negativi: non c'è nulla di davvero offensivo, nulla di cattivo gusto, nulla di sgradevole. Ma l'effetto musica da ascensore per condo di extralusso che si affacciano sull'Oceano Pacifico, o l'effetto musica giusta per la scena struggente della coppia inusuale che si lascia o si riprende nel film del Sundance è fortissimo, e non aiuta a mettere di buonumore.

Di nuovo: è sicuramente un problema del recensore, dategli una chance voi perché noi una seconda possibilità non gliela daremo di certo (anche perché la Marling è dal primo disco che ce le sfrange, obiettivamente). Alla fine c'è pure una canzone che si chiama "Wild once" (https://www.youtube.com/watch?v=M0c1HIUhTEg), probabilmente la migliore del disco, nella quale c'è una melodia e un minimo di scorrimento. Anche se il titolo la dice lunga sulla filosofia musicale della Marling. E francamente non ricordo un momento della sua carriera in cui suonasse "wild".


- Red

Shins: "Heartworms" (2017)

Dopo cinque anni tornano gli Shins, ma è un fake: James Mercer fa tutto da solo e i risultati sono piuttosto discutibili soprattutto dal punto di vista tecnico: la produzione è davvero sbagliata clamorosamente, nonostante la parte compositiva non sia malaccio.




(disco completo qui: http://www.deezer.com/album/15578742)

Dopo essere stati una band fino al 2011, gli Shins videro il leader James Mercer licenziare tutti i suoi compari di strada per realizzare quello che di fatto era un disco solista, "Port of Morrow", nel 2012. Da allora, Mercer si è dilettato con un po' di collaborazioni e ha inciso un paio di tracce in giro nel 2014 e 2016, prima di arrivare con "Heartworms" al primo album dopo cinque anni. La formazione, tutta rinnovata, è al servizio completo del cantante, polistrumentista e compositore, e vede al suo fianco i polistrumentisti Mark Watrous, Yuuki Matthews, Richard Swift, che assumono ruoli diversi da canzone a canzone, e il batterista Joe Plummer.

Come ci si può facilmente aspettare, si tratta di un disco di pop rock che si rifa dichiaratamente - come tutta la produzione degli Shins - ai grandi maestri del pop rock anni sessanta (Beatles, Beach Boys, Zombies) e a tutti i loro discendenti (da quelli anni '70 come i Fleetwood Mac e i 10cc a quelli anni '90 come gli Apples in Stereo e i Neutral Milk Hotel). L'aspetto fondamentale da giudicare di un disco pop è dunque la sua orecchiabilità, possibilmente senza che questa si traduca in melodie troppo zuccherose, sciocche o banali. In questo senso il risultato è buono, dato che brani come "Name for you" (https://www.youtube.com/watch?v=HbFhEUs6u1k) o "Cherry Hearts" (https://www.youtube.com/watch?v=6-4EEyW61Ok) sono canzoni eccellenti compositivamente parlando - niente di rivoluzionario, ma sicuramente anthem dal tocco vagamente malinconico da cantare a squarciagola ai concerti.

Il problema principale dell'album, a parere di chi scrive, è la produzione davvero cheesy, con onnipresenti suoni di tastierine, discutibili filtri a voci e strumenti, e in generale un feeling di patacca non entusiasmante. Persino un country acustico come "Mildenhall" (che già di per sé sarebbe poco eccitante) viene annegato da una sequela di suonini che ricordano i peggiori eccessi degli anni '80. Ancora più sconvolgente la bruttezza del sound di "Half a million", che distrugge totalmente un pezzo che avrebbe potuto essere una piccola gemma nelle mani dei Cheap Trick. Tutto il disco è devastato da questa scelta assurda: se vuoi fare un disco di pop con suoni moderni devi saperlo fare oppure finisci solo per suonare come quei dinosauri che a metà anni '80 provavano a fare synth pop con risultati agghiaccianti. Che diavolo è quel filtro alla voce più suono da tastierina bontempi su "Dead Alive"?

Ora, è vero che il vostro umile recensore negli anni '90 preferisce il noise al brit pop, ma degli anni '80 adora Depeche Mode, Orchestral Manouvres in the Dark e New Order; e apprezza persino gli MGMT - quindi non c'è una pregiudiziale sulle nuove tecnologie se utilizzate con gusto, che è proprio quello che qui manca. Non basta avere belle melodie in testa se poi si suonano a questa maniera. L'aspetto consolante, se vogliamo, è che dal vivo queste canzoni dovrebbero suonare decisamente meglio, recuperando la loro bellezza coperta da eccessi in fase di produzione. Siamo curiosi di scoprirlo.

- Red

venerdì 3 marzo 2017

Maxophone: "la fabbrica delle nuvole" (2017)

Dopo 42 anni arriva il seguito di "C'è un paese al mondo", finora unico album dei progger italiani Maxophone.




(il disco completo è disponibile qui:http://www.deezer.com/album/15337453)

La riscoperta del progressive italiano negli anni '90, sicuramente incoraggiata dal successo del prog metal americano (Dream Theater, Fates Warning, Symphony X) nel nostro paese, e le nuove possibilità regalate alla musica di culto e di nicchia dall'esplosione di internet negli anni Zero, hanno permesso a tanti musicisti scomparsi dai radar per decenni di riunire le vecchie formazioni per concerti-evento, tour e dischi, in particolare questi ultimi di livello assai diseguale. I Maxophone, protagonisti di un unico disco nel 1975, sono (attualmente) l'ultima delle vecchie band degli anni Settanta ad avere realizzato un album in studio, sebbene l'idea di inciderlo risalisse già al 2011, quando il cantante originale Alberto Ravasini aveva contattato il poeta Roberto Roversi, noto in particolare per la sua collaborazione con Lucio Dalla nella trilogia "Il giorno aveva cinque teste"-"Anidride Solforosa"-"Automobili", per aiutarlo nella stesura di testi per un nuovo disco. La morte di Roversi nel 2012 aveva posto fine al progetto, che però è stato recuperato anche grazie al supporto degli eredi di Roversi, che hanno messo a disposizione dei Maxophone i testi su cui il padre aveva lavorato.

Nasce così "la Fabbrica delle Nuvole", un disco di progressive nostalgico che si colloca nella media dei prodotti del genere. Pur senza essere un capolavoro assoluto, risulta un album di piacevole ascolto, che avrebbe beneficiato di un po' di languore in meno ("Il passo delle ore", con il suo ritornello corrivo; "Estate '41", che ricorda un po' "Fragile" di Sting) e di un po' di nostalgia in meno ("Perdo il colore blu" che cita direttamente "Elzeviro" dal loro vecchio album). 


Molto buono lo strumentale "la Fabbrica delle Nuvole" che dà il titolo al disco, sospeso fra jazz rock, citazioni classiche e momenti che ricordano Gentle Giant ed Echolyn, mostrando una band capace anche di farsi ispirare da opere più contemporanee; molto buono il brano di apertura "Un ciclone sul Pacifico"; molto buona "La luna e la lepre", soprattutto nelle sue armonie vocali impreziosite dal superbo violino del batterista Carlo Monti; buone la lunghe sezioni strumentali de "Il matto e l'aquilone"; e commovente il finale di "Le parole che non vi ho detto", due brevi minuti a concludere l'album con la speranza che sia solo un arrivederci, e che la band possa migliorarsi ulteriormente dopo avere ritrovato la vena compositiva dopo oltre quarant'anni. 

Sebbene non sia un disco perfetto, gli appassionati di spaghetti prog hanno il diritto di chiedere un bis.

- Prog Fox

venerdì 24 febbraio 2017

Edda: "Graziosa Utopia" (2017)

Uno degli artefici del suono della Milano noise/underground anni '90 con i Ritmo Tribale, Stefano Rampoldi in arte Edda lasciò il gruppo nel 1996 e dopo anni di silenzio ha iniziato una fertile carriera solista nel 2008. "Graziosa Utopia", pubblicato il 24 febbraio, è il suo quarto album. 




(album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLNxDN0JpXaUBaXoc8YEZ_pD5qDzoLjcGu)

"Graziosa Utopia" è un lavoro ammirevole, caratterizzato da un chiaro autocontrollo sul materiale musicale, che potrebbe sbavare in ogni direzione ma viene trattenuto con capacità sul punto (a tutto vantaggio dell'orecchiabilità, che non è necessariamente un male). Allo stesso scopo Edda esplora le possibilità della propria voce particolare senza estremismi ma senza rinunciare ai propri tratti specifici.


"Spaziale" è una canzone che starebbe bene su un disco di Paolo Benvegnù: si apre deliziosamente ma è forse troppo lunga; l'interessante "Edda" ricorda certo pop creativo da fine anni novanta; ma le cose migliori arrivano dopo. Gli archi di "Benedicimi", ma soprattutto la strabordante "Zigulì" (https://www.youtube.com/watch?v=xE7tqsytv3U), con il drum pattern tribale della strofa ultraorecchiabile, cantata superbamente da Edda, il fantastico riff di chitarra nell'inciso; buone le suggestioni di chitarra e batteria di "Brunello".

Proseguiamo con la sfaccettata "Un pensiero d'amore", che parte alla Manuel Agnelli per poi tramutarsi in un indie blues rarefatto e poi in un dance pop fuori dal tempo; "Picchiami" ha chitarre alla Cure; "La Liberazione" (https://www.youtube.com/watch?v=-U_kUQaByVA), forse la canzone più delicata, è anche una delle migliori, le chitarre stavolta evocano i King Crimson era "Discipline". "Arrivederci a Roma" ha un altro bel crescendo di batteria e voce che introduce la strofa; "Il Santo e il Capriolo" (https://www.youtube.com/watch?v=sxS1g67labc) chiude con un'altra ballata struggente cantata con grande partecipazione emotiva, abbellita da giri di basso geniali nella strofa.

Di fronte al bel disco di Edda quello che ci chiediamo è: dove sono gli eredi degli artigiani del suono, dei liricisti interessanti, dei cantanti ispirati degli anni novanta? È difficile che uno dei nuovi artisti e gruppi dell'indie italiano riesca a indovinare due dischi di fila, e qui abbiamo gente, da Edda a Manuel Agnelli a Umberto Maria Giardini che, pur perdute le rabbiose ispirazioni giovanili, sono capaci di creare ancora cose interessanti e intelligenti - talvolta più, talvolta meno, talvolta non del tutto a fuoco, ma sempre tali da farci aspettare con desiderio e speranza una nuova pubblicazione anche dopo tren'tanni di carriera.

- Red

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