Viene pubblicato il 5 agosto di sessant'anni fa "Revolver", settimo album dei Beatles e uno dei loro capolavori conclamati. L'album arriva al primo posto sia nel Regno Unito (dove piazza al #1 il singolo "Eleanor Rigby") e in America (dove piazza al #2 "Yellow Submarine"). Non è il disco della loro consacrazione definitiva, quella arriverà con il grande lavoro di "Sgt. Pepper's". È qualcosa di un po’ più raro: rappresenta il momento esatto in cui quattro ragazzi capiscono di poter fare qualunque cosa e, per un attimo, si guardano intorno per decidere da che parte andare. Senza fretta, ma decisi.
(album completo qui: )
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mercoledì 5 agosto 2026
mercoledì 3 dicembre 2025
Beatles: "Rubber Soul" (1965)
Usciva cinquant'anni fa oggi "Rubber Soul", sesto album dei Beatles. Da molti indicato come il primo capolavoro dell'età matura, sancisce il passaggio dall'era della Beatlemania e dell'attività dal vivo al rifugio nello studio di registrazione e alla fase psichedelica e autoriale del quartetto di Liverpool.
(disco completo qui: )
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mercoledì 6 agosto 2025
Beatles: "Help!" (1965)
Il 6 agosto di sessant'anni fa esce "Help!", album dei Beatles. Costituito di 10 brani firmati dalla coppia Lennon-McCartney (tra cui il brano eponimo, "You've got to hide tour love away" e "Yesterday") e 2 di George Harrison, è l'ultimo in cui compaiono delle cover fino al 1970 (il country "Act Naturally" per la voce di Ringo Starr e l'ultimo sguardo al repertorio rock'n'roll "Dizzy Miss Lizzy"). Il risultato artistico strabiliò i contemporanei e confermò il gruppo alla testa del movimento rock britannico e non solo.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/e648fnh4)
(disco completo qui: https://tinyurl.com/e648fnh4)
mercoledì 4 dicembre 2024
mercoledì 10 luglio 2024
Beatles: "A Hard Day's Night" (1964)
Usciva sessant'anni fa oggi "A Hard Day's Night", album dei Beatles. Colonna sonora del film omonimo, sorta di mega-video di autopromozione commerciale che nessuno ha mai tentato prima, rimane forse il disco culmine della prima fase della carriera del gruppo. Poiché è il film a essere pensato in funzione del disco, e non viceversa, questo capolavoro del beat è del tutto godibile anche quando il film è stato ormai da tempo dimenticato. Oltre alla perfezione pop della title track e di "Can't buy me love", troviamo anche il primo Lennon malinconico, il McCartney romantico ("And I love her") - e per la prima volta tutte le canzoni sono firmate dai nostri eroi.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/mwzds4hx)
(disco completo qui: https://tinyurl.com/mwzds4hx)
mercoledì 22 novembre 2023
Beatles: "With the Beatles" (1963)
Usciva cinquant'anni fa oggi, nelle stesse ore in cui il presidente americano John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato a Dallas, "With the Beatles", secondo album degli 'scarafaggi' di Liverpool. Non più one hit wonder, si consacrano come gruppo destinato a restare, e a rivoluzionare. L'album è quello di "All my loving", della cover di "Roll over Beethoven", della prima composizione di George Harrison ("Don't bother me"). Ma la coincidenza con l'omicidio di JFK fornisce un'altra suggestiva chiave di lettura: finiscono gli anni cinquanta e inizia l'epoca della controcultura, della British Invasion, delle battaglie civili, della rivoluzione rock.
(disco completo qui: )
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mercoledì 22 marzo 2023
Beatles: "Please Please Me" (1963)
Esce sessant'anni fa oggi "Please please me", primo album dei Beatles. Il disco segue di poche settimane il secondo singolo omonimo della formazione (il singolo d'esordio, "Love me do", era uscito a ottobre dell'anno precedente). Tolti i brani già usciti sui singoli, il resto dell'album, costituito complessivamente da otto brani scritti da Lennon/McCartney e sei cover, la più famosa delle quali "Twist and Shout", fu registrato l'11 febbraio, e poi completato il 20 febbraio da sovraincisioni curate dal produttore George Martin. Il disco ebbe un enorme successo, rimanendo in classifica per oltre un anno (un record non eguagliato per mezzo secolo) e creando due precedenti assoluti: primo, quello della rockband dedita principalmente a incidere pezzi propri. Secondo, quello di un gruppo rock orientato alla composizione e incisione di album invece che di singoli, una idea geniale di George Martin. Precedenti che segnano un momento di svolta assoluto nella storia della musica pop.
(disco completo: https://tinyurl.com/3budpzum)
(disco completo: https://tinyurl.com/3budpzum)
mercoledì 11 gennaio 2023
Beatles: "Please Please Me/Ask me why" (1963)
Esce l'11 gennaio 1963 "Please Please Me" (con retro "Ask me why"), secondo singolo dei Beatles (ma primo negli Stati Uniti), che anticipava la prossima uscita del loro primo LP omonimo. Il disco raggiunge la seconda posizione delle classifiche britanniche. A partire da quel freddo gennaio i Nostri trovano le porte aperte nel grande mondo dello spettacolo, e vengono catapultati in pochissimo tempo nell’Olimpo delle grandi star.
(Please please me: https://www.youtube.com/watch?v=czw8eqepir8)
(Ask me why: https://www.youtube.com/watch?v=2ttGjtfQ7EA)
(Please please me: https://www.youtube.com/watch?v=czw8eqepir8)
(Ask me why: https://www.youtube.com/watch?v=2ttGjtfQ7EA)
mercoledì 5 ottobre 2022
Beatles: "Love me do/PS I love you" (1962)
All'inizio di ottobre del 1962, negli stessi giorni in cui i Beach Boys pubblicano il loro primo album in America, vede la luce nel Regno Unito "Love me do", il singolo d'esordio dei Beatles. Inciso in ben tre versioni diverse, la prima con Pete Best alla batteria, la seconda con il suo sostituto Ringo Starr, la terza andrà sul loro primo album. Ma sul singolo c'è quella con Ringo. La canzone è la prima pubblicata con la firma iconica Lennon-McCartney. L'armonica è quella di John, la voce solista di Paul. Comincia una delle storie più importanti del rock mondiale.
("Love me do" --> https://www.youtube.com/watch?v=7uQuX1sOYk4)
("PS I love you" --> https://www.youtube.com/watch?v=MA5DkiVKSlM)
("Love me do" --> https://www.youtube.com/watch?v=7uQuX1sOYk4)
("PS I love you" --> https://www.youtube.com/watch?v=MA5DkiVKSlM)
venerdì 8 maggio 2020
Beatles: "Let it be" (1970)
Oggi è il cinquantesimo anniversario di un evento epocale: la pubblicazione di "Let it be", ultimo album dei The Beatles, uscito l'8 maggio del 1970 dopo che il gruppo aveva già annunciato lo scioglimento.
Rappresentò la loro fine senza appello: non ci sarebbero state reunion, non ci sarebbero stati passi indietro, perché dieci anni e mezzo dopo, l'8 dicembre 1980, John Lennon sarebbe stato assassinato a New York da un esaltato, cristallizzando per sempre la parabola del quartetto di Liverpool e il ruolo di questo ultimo disco.
(l'album completo si può ascoltare qui --> https://tinyurl.com/y8exnene)
(l'album in versione "naked", remix del 2013 con inediti, si può ascoltare qui --> https://tinyurl.com/y9y42c6u)
Rappresentò la loro fine senza appello: non ci sarebbero state reunion, non ci sarebbero stati passi indietro, perché dieci anni e mezzo dopo, l'8 dicembre 1980, John Lennon sarebbe stato assassinato a New York da un esaltato, cristallizzando per sempre la parabola del quartetto di Liverpool e il ruolo di questo ultimo disco.
(l'album completo si può ascoltare qui --> https://tinyurl.com/y8exnene)
(l'album in versione "naked", remix del 2013 con inediti, si può ascoltare qui --> https://tinyurl.com/y9y42c6u)
giovedì 26 settembre 2019
Beatles: "Abbey Road" (1969)
Il 26 settembre di cinquant'anni fa usciva "Abbey Road", ultimo capolavoro (e penultimo album pubblicato, ma reale canto del cigno) dei The Beatles.
Uno dei dischi pop rock più perfetti dal 1955 a oggi. Con una copertina iconica, una storia iconica, pezzi iconici.
(disco completo qui: https://www.youtube.com/ playlist?list=OLAK5uy_lj7Sr LMlCLYsWHRdwAe4Qej8bRUQfpp f0)
domenica 13 gennaio 2019
Beatles: "Yellow Submarine" (1969)
Il 13 gennaio del 1969 esce la colonna sonora del film dei Beatles "Yellow Submarine": il lato A era costituito da sei canzoni dei Beatles, di cui quattro inedite; il lato B di brani dello score di George Martin. Mero compendio di un film capolavoro.
Recensire l'album che fa da colonna sonora al film "Yellow Submarine" non è facile. Perché viene voglia di parlare del film, una pellicola che supera con slancio i musicarelli precedenti ed è un grande capolavoro dell'animazione.
Senza timore d'iperbole parliamo di un'opera che supera la vulcanica Disney dell'epoca, per slancio creativo, musicale e programmatico; un vero manifesto lisergico di un mondo che nel 1968 fatica a capire la poetica visiva di quattro geni musicali che di quel mondo hanno posto le basi poetiche. Un'affermazione forte, che non troverete sui libri, è il sospetto che abbia posto le basi per la prima grande diaspora interna al posto più felice della Terra, con l'uscita di Don Bluth e soci dalla Disney.
Il film, inserito nel suo tempo, è il compendio visivo essenziale ad album come "Srg. Pepper" e "White Album". Una Trinità perfetta, da ascoltare e vedere nella loro interezza, con una calma e una capacità critica che i critici del tempo non possono, oppure non vogliono gestire. Ogni rivoluzionario deve prima uccidere il passato, e poi criticare il presente. I critici, novelli Robespierre, non riescono a visualizzare con esattezza il magmatico puzzle che gli si pone davanti.
Per questo è decisamente più facile una critica formale all'album, con solo 4 pezzi sono originali: "All Together Now", ideata appositamente per il film; "Only a Northern Song" destinata originariamente a "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band"; "It's All Too Much" addirittura mozzata per il film (in origine durava 8 minuti); infine "Hey Bulldog", la più recente delle quattro.
Quindi, cosa ci rimane? Il lato B, con brani strumentali per orchestra, scritti, arrangiati e diretti dal quinto Beatle, George Martin. Si dice che nessuno dei Fab Four prese parte a queste registrazioni, pertanto quello che ascoltate è una specie di paradossale ibrido. Non sono brani che possono essere goduti al meglio se ascoltati senza la visione del film; sono in massima parte suggestioni ed impressioni che provengono da una voce privilegiata, che ha vissuto e lavorato all'interno del meraviglioso crogiuolo della creatività beatlesiana.
In buona sostanza, possiamo definire il lato B una specie di omaggio in forma di musica al periodo stupendo tra "Srg. Pepper" e "White Album". Buono quindi, ma guardate il film.
- Agent Smith
Recensire l'album che fa da colonna sonora al film "Yellow Submarine" non è facile. Perché viene voglia di parlare del film, una pellicola che supera con slancio i musicarelli precedenti ed è un grande capolavoro dell'animazione.
Senza timore d'iperbole parliamo di un'opera che supera la vulcanica Disney dell'epoca, per slancio creativo, musicale e programmatico; un vero manifesto lisergico di un mondo che nel 1968 fatica a capire la poetica visiva di quattro geni musicali che di quel mondo hanno posto le basi poetiche. Un'affermazione forte, che non troverete sui libri, è il sospetto che abbia posto le basi per la prima grande diaspora interna al posto più felice della Terra, con l'uscita di Don Bluth e soci dalla Disney.
Il film, inserito nel suo tempo, è il compendio visivo essenziale ad album come "Srg. Pepper" e "White Album". Una Trinità perfetta, da ascoltare e vedere nella loro interezza, con una calma e una capacità critica che i critici del tempo non possono, oppure non vogliono gestire. Ogni rivoluzionario deve prima uccidere il passato, e poi criticare il presente. I critici, novelli Robespierre, non riescono a visualizzare con esattezza il magmatico puzzle che gli si pone davanti.
Per questo è decisamente più facile una critica formale all'album, con solo 4 pezzi sono originali: "All Together Now", ideata appositamente per il film; "Only a Northern Song" destinata originariamente a "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band"; "It's All Too Much" addirittura mozzata per il film (in origine durava 8 minuti); infine "Hey Bulldog", la più recente delle quattro.
Quindi, cosa ci rimane? Il lato B, con brani strumentali per orchestra, scritti, arrangiati e diretti dal quinto Beatle, George Martin. Si dice che nessuno dei Fab Four prese parte a queste registrazioni, pertanto quello che ascoltate è una specie di paradossale ibrido. Non sono brani che possono essere goduti al meglio se ascoltati senza la visione del film; sono in massima parte suggestioni ed impressioni che provengono da una voce privilegiata, che ha vissuto e lavorato all'interno del meraviglioso crogiuolo della creatività beatlesiana.
In buona sostanza, possiamo definire il lato B una specie di omaggio in forma di musica al periodo stupendo tra "Srg. Pepper" e "White Album". Buono quindi, ma guardate il film.
- Agent Smith
giovedì 22 novembre 2018
Beatles: "The Beatles" aka "White Album" (1968)
Il 22 novembre di cinquant'anni fa usciva il "White Album", magnum opus dei Beatles.
Su questo album è stato scritto e detto di tutto; e una nuova messe di commenti e articoli seguirà la pubblicazione, per il cinquantennale, del deluxe set stracolmo di inediti, demo e versioni alternative.
(l'intero box set superdeluxe è disponibile nella gloria delle sue 107 tracce su youtube:https://www.youtube.com/ playlist?list=OLAK5uy_mMcxA y3_NLEnsuSq9I_qWIONOpdRfWl Ww)
Partiamo dalle cose facili, mai scontate. “The Beatles”, meglio conosciuto come il Disco Bianco dei Beatles (White Album), è il loro nono album in studio ed il penultimo prima del loro scioglimento ufficiale. “Let It Be”, convenzionalmente definito l’ultimo album, contiene in realtà tracce precedenti ad “Abbey Road”, e fu realizzato con intenti più che altro commerciali, ma non per questo squalificabile nel corpus beatlesiano.
La precisazione va fatta perché ad un ascolto attento “Let It Be” ed il Disco Bianco hanno molte caratteristiche comuni, si avverte un’atmosfera di forte comunione stilistica, in quanto questi brani furono realizzati nello stesso arco temporale.
Altra ovvietà: il White Album segue il Srg. Pepper, ma solo nominalmente. Nella precedente recensione abbiamo ricordato come Srg. Pepper sia una capolavoro di ensemble stilistica, affiatato e ricco di splendida armonia di testi e musica, un lavoro di gruppo in cui ogni componente della band infonde il suo contributo con la massima compartecipazione. Giusto un anno dopo, questo quadrato slavato ci lascia senza fiato.
Essenziale, evanescente. In realtà così concreto, lontanissimo anche graficamente dalla barocca copertina del suo illustre predecessore. Un doppio album, ben 30 canzoni, gettate lì senza alcun filo conduttore apparente, a tema libero, anarchico e dinamitardo; ma anche pregno di una dolcezza adulta e consapevole, nutrito di sentimenti maturi, complessi, come a dipingere un Amore cosmico, universale e non più adolescenziale. E poi Oriente, India, Rishikesh, esistenzialismo e spiritualità senza fine. In una strepitosa cornice tecnica fatta di “finger-picking”. Il cuore karmico dell’album è puro, le melodie riecheggiano un Oriente diventato mitico, riscoperto con profondità ed eleganza, degne di un filosofo ottocentesco che costruisce l’idealismo tedesco mediante innamoramenti orientali.
I Beatles destrutturano il 68’ in modo innovativo, così da consegnarci un’opera intatta e soprattutto onesta, tanto che oggi il loro impareggiabile lavoro si trova cristallizzato e filtrato in purezza: esso non solo ci descrive l’epoca, ma ci restituisce una critica musicale essenziale a quel magmatico periodo storico. Ovvero, non è solo una cartolina sbiadita del periodo dei fiori in testa verso San Francisco.
Il composto animo inglese, sornione in attesa della sua nuova definizione di Impero del XX secolo, nella versione estetica di John si trasforma in una buffonesca parodia “sui generis”; blues, esperienze tantriche, il suo rapporto con Yoko, la questione americana, l’insanabile pigrizia dell’artista, la critica al periodo indiano ed infine il suo caleidoscopico nonsense, mitigato, anzi solo addomesticato, dopo l’esperienza ebbra del “Walrus”. In poche parole: qualche goccia di LSD in un ottimo tè Earl Grey. John è l’anomalia sistemica dell’album. Certo, tutto funziona bene e stiamo parlando del decimo album migliore al mondo (su 500!), ma dopo centinaia di ascolti non può che emergere con forza l’insofferenza del Nostro per il sistema in cui si trova a lavorare. Se si volesse sintetizzare in poche parole l’apporto di Lennon all’album sarebbe: geniale ma problematico.
“Happiness is a Warm Gun” è stupenda e per questo ti pone di fronte ad una scelta; ti piace? ne vuoi di più? ma dove lo trovo? “I'm So Tired” sembra comunicare qualcosa di più; “Everybody's Got Something to Hide Except Me and My Monkey” è la mazzata finale.
Paul invece è tranquillo, si muove quasi con maggiore dimestichezza: senza il dubbio recondito di dover manifestare qualcosa al mondo. I brani sono di certo tra i migliori della sua produzione: “Blackbird” rimane il manifesto di tutta la sua poetica a venire, “Ob-La-Di, Ob-La-Da” il massimo esempio di divertissement beatlesiano, “Martha My Dear” e “Mother Nature's Son” un inno alla vita e senza alcun dubbio brani dal forte imprinting per gli anni a venire.
Non tralasciamo “Back in the U.S.S.R.” e soprattutto “Helter Skelter”, il primo brano hard-rock della storia.
La sintesi di tutto questo: una campagna inglese intatta nelle sue originali enclosures, bombardata da missili provenienti da un Sottomarino Giallo, ancorato poco più in là. A Paul non importa del conflitto, lui è lì per fare canzoni.
Non faremmo giustizia all’album ed al gruppo stesso se non ricordassimo l’apporto fondamentale di George: “While My Guitar Gently Weeps” è la canzone che tutti i chitarristi degni di questo nome avrebbero voluto comporre. Meravigliosa, struggente e pregna di significati, nella sua semplice e geniale esecuzione: un vero capolavoro. “Piggies”, semplice e fanciullesca, oggi è ricordata soprattutto per essere l’infausta canzone che ha ispirato la Family di Manson nel suo infame percorso, insieme ad “Helter Skelter” e “Happiness is a Warm Gun” (per chi non lo sapesse “Pig” è il termine dispregiativo con cui sono definiti i poliziotti negli USA). Noi la ricordiamo oggi per il meraviglioso refrain. “Long, Long, Long” è una struggente e silenziosa chiacchierata con l’Eterno; ascoltatela nella vostra stanza, da soli e con il massimo silenzio possibile, e soprattutto godetevi la parte finale. “Savoy Truffle” è dedicata all’amico Eric Clapton, troppo goloso di cioccolatini e quindi funestato da problemi odontoiatrici.
Arrivati alla fine, scontato il giudizio rimane una domanda. Perché tutto questo? Com’è scaturito questo caos meraviglioso di contribuiti geniali? Perché questo preludio sublime che ci porta poi alla fine? Non ho tutte le risposte, ma so con certezza che la morte del grande Brian Epstein, manager e mentore del gruppo, ha di certo influito. Senza alcun dubbio e con grande forza. Dopo la sua morte passeranno solo poco più di 2 anni, ed i Beatles si scioglieranno, nella data resa ufficiale del 10 aprile 1970.
Cosa avete davanti, pronto all’ascolto: un anti-concept album, una delle più grandi e potenti esperienze musicali del secolo. Un involucro minimalista, che nasconde i massimi contenuti.
- Agent Smith
Partiamo dalle cose facili, mai scontate. “The Beatles”, meglio conosciuto come il Disco Bianco dei Beatles (White Album), è il loro nono album in studio ed il penultimo prima del loro scioglimento ufficiale. “Let It Be”, convenzionalmente definito l’ultimo album, contiene in realtà tracce precedenti ad “Abbey Road”, e fu realizzato con intenti più che altro commerciali, ma non per questo squalificabile nel corpus beatlesiano.
La precisazione va fatta perché ad un ascolto attento “Let It Be” ed il Disco Bianco hanno molte caratteristiche comuni, si avverte un’atmosfera di forte comunione stilistica, in quanto questi brani furono realizzati nello stesso arco temporale.
Altra ovvietà: il White Album segue il Srg. Pepper, ma solo nominalmente. Nella precedente recensione abbiamo ricordato come Srg. Pepper sia una capolavoro di ensemble stilistica, affiatato e ricco di splendida armonia di testi e musica, un lavoro di gruppo in cui ogni componente della band infonde il suo contributo con la massima compartecipazione. Giusto un anno dopo, questo quadrato slavato ci lascia senza fiato.
Essenziale, evanescente. In realtà così concreto, lontanissimo anche graficamente dalla barocca copertina del suo illustre predecessore. Un doppio album, ben 30 canzoni, gettate lì senza alcun filo conduttore apparente, a tema libero, anarchico e dinamitardo; ma anche pregno di una dolcezza adulta e consapevole, nutrito di sentimenti maturi, complessi, come a dipingere un Amore cosmico, universale e non più adolescenziale. E poi Oriente, India, Rishikesh, esistenzialismo e spiritualità senza fine. In una strepitosa cornice tecnica fatta di “finger-picking”. Il cuore karmico dell’album è puro, le melodie riecheggiano un Oriente diventato mitico, riscoperto con profondità ed eleganza, degne di un filosofo ottocentesco che costruisce l’idealismo tedesco mediante innamoramenti orientali.
I Beatles destrutturano il 68’ in modo innovativo, così da consegnarci un’opera intatta e soprattutto onesta, tanto che oggi il loro impareggiabile lavoro si trova cristallizzato e filtrato in purezza: esso non solo ci descrive l’epoca, ma ci restituisce una critica musicale essenziale a quel magmatico periodo storico. Ovvero, non è solo una cartolina sbiadita del periodo dei fiori in testa verso San Francisco.
Il composto animo inglese, sornione in attesa della sua nuova definizione di Impero del XX secolo, nella versione estetica di John si trasforma in una buffonesca parodia “sui generis”; blues, esperienze tantriche, il suo rapporto con Yoko, la questione americana, l’insanabile pigrizia dell’artista, la critica al periodo indiano ed infine il suo caleidoscopico nonsense, mitigato, anzi solo addomesticato, dopo l’esperienza ebbra del “Walrus”. In poche parole: qualche goccia di LSD in un ottimo tè Earl Grey. John è l’anomalia sistemica dell’album. Certo, tutto funziona bene e stiamo parlando del decimo album migliore al mondo (su 500!), ma dopo centinaia di ascolti non può che emergere con forza l’insofferenza del Nostro per il sistema in cui si trova a lavorare. Se si volesse sintetizzare in poche parole l’apporto di Lennon all’album sarebbe: geniale ma problematico.
“Happiness is a Warm Gun” è stupenda e per questo ti pone di fronte ad una scelta; ti piace? ne vuoi di più? ma dove lo trovo? “I'm So Tired” sembra comunicare qualcosa di più; “Everybody's Got Something to Hide Except Me and My Monkey” è la mazzata finale.
Paul invece è tranquillo, si muove quasi con maggiore dimestichezza: senza il dubbio recondito di dover manifestare qualcosa al mondo. I brani sono di certo tra i migliori della sua produzione: “Blackbird” rimane il manifesto di tutta la sua poetica a venire, “Ob-La-Di, Ob-La-Da” il massimo esempio di divertissement beatlesiano, “Martha My Dear” e “Mother Nature's Son” un inno alla vita e senza alcun dubbio brani dal forte imprinting per gli anni a venire.
Non tralasciamo “Back in the U.S.S.R.” e soprattutto “Helter Skelter”, il primo brano hard-rock della storia.
La sintesi di tutto questo: una campagna inglese intatta nelle sue originali enclosures, bombardata da missili provenienti da un Sottomarino Giallo, ancorato poco più in là. A Paul non importa del conflitto, lui è lì per fare canzoni.
Non faremmo giustizia all’album ed al gruppo stesso se non ricordassimo l’apporto fondamentale di George: “While My Guitar Gently Weeps” è la canzone che tutti i chitarristi degni di questo nome avrebbero voluto comporre. Meravigliosa, struggente e pregna di significati, nella sua semplice e geniale esecuzione: un vero capolavoro. “Piggies”, semplice e fanciullesca, oggi è ricordata soprattutto per essere l’infausta canzone che ha ispirato la Family di Manson nel suo infame percorso, insieme ad “Helter Skelter” e “Happiness is a Warm Gun” (per chi non lo sapesse “Pig” è il termine dispregiativo con cui sono definiti i poliziotti negli USA). Noi la ricordiamo oggi per il meraviglioso refrain. “Long, Long, Long” è una struggente e silenziosa chiacchierata con l’Eterno; ascoltatela nella vostra stanza, da soli e con il massimo silenzio possibile, e soprattutto godetevi la parte finale. “Savoy Truffle” è dedicata all’amico Eric Clapton, troppo goloso di cioccolatini e quindi funestato da problemi odontoiatrici.
Arrivati alla fine, scontato il giudizio rimane una domanda. Perché tutto questo? Com’è scaturito questo caos meraviglioso di contribuiti geniali? Perché questo preludio sublime che ci porta poi alla fine? Non ho tutte le risposte, ma so con certezza che la morte del grande Brian Epstein, manager e mentore del gruppo, ha di certo influito. Senza alcun dubbio e con grande forza. Dopo la sua morte passeranno solo poco più di 2 anni, ed i Beatles si scioglieranno, nella data resa ufficiale del 10 aprile 1970.
Cosa avete davanti, pronto all’ascolto: un anti-concept album, una delle più grandi e potenti esperienze musicali del secolo. Un involucro minimalista, che nasconde i massimi contenuti.
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