venerdì 23 gennaio 2026

Arctic Monkeys: "Whatever people say I am..." (2006)

Gli Arctic Monkeys davano alle stampe il loro primo album nel gennaio del 2006. Esordio fulminante di un quartetto di ragazzini neanche ventenni, emersi da MySpace e sbattuti in copertina della rivista New Musical Express pochi mesi prima, rappresenta un punto di svolta epocale del rapporto tra reti sociali e successo commerciale. É anche un disco di eccezionale freschezza e immediatezza, che oggi viene a ragione considerato un classico.



(disco completo qui: "Whatever people say I am")

Nessuno sospettava, a inizio millennio, che la Rete che giá allora di fatto connetteva tutto il mondo avrebbe finito, con il tempo e tra le altre cose, per ridurre in poltiglia il sottobosco (diciamo) "alternativo". Vent'anni fa, una band poteva emergere dal nulla, a Sheffield, grazie a quel misto di diario pubblico e performance art che erano i blog e le nascenti reti sociali (come MySpace, morto di lí a poco per lasciare spazio al nuovo che avanza: Facebook). Vent'anni fa, quella band poteva persino proporre, come stile, quello di un pop-punk vecchio ben piú di due decadi e, ancora piú improbabile a pensarci oggi, di nicchia persino al tempo della sua uscita.
Vent'anni fa, esisteva ancora il rock come noi uomini di mezz'etá lo ricordiamo, prima che tutto diventasse "post-" e le etichette, le subculture e le parole designate ad indicare i generi perdessero ogni potere, ogni importanza.

Quindi sí, quattro tardoadolescenti di Sheffield si trovano catapultati in copertina sull'NME senza aver davvero dato nulla alle stampe e avendo partecipato a una manciata di concerti, come una dozzina di anni prima era toccato ai Suede. Matt Helders, Jamie Cook e Andy Nicholson sono il power trio a supporto del chitarrista-vocalist-frontman-autore principe, quell'Alex Turner che voleva solo seguire le orme degli Strokes e finirá per superarli nelle vendite persino negli US of A; gli Arctic Monkeys registrano questo "Whatever People..." nell'autunno del 2005 per vederlo pubblicare a gennaio 2006, giusto in tempo per diventare un fenomeno culturale in sé (il disco é eccellente, ci arriviamo) e anche per come é diventato un fenomeno culturale: vedete, bambini, in quell'era geologica era inusuale, anzi inaudito, che la Rete portasse qualcuno al successo e alla notorietá. Gli Arctic Monkeys sono il primo caso in cui dei perfetti sconosciuti dalla periferia dell'Impero (per modo di dire, comunque nascere nell'UK dá un bel po' di chance in piú anche oggi) diventano delle celebritá nel giro di un battito di ciglia.

Ma adesso basta con questa nostalgia da millennial (probabilmente il secondo peggior tipo di nostalgia, secondo l'opinione corrente). "Whatever People..." é un disco rasente la perfezione, una collezione di pezzi tra l'ottimo e lo straordinario, scritti e suonati da quattro sbarbatelli che sapevano bene ció che stavano facendo, pur senza averne alcuna esperienza. L'intuito e la gioventú (e probabilmente anche la passione per un certo tipo di musica) li porta ad evitare gli errori che i mostri sacri, in quel periodo storico, commettevano con continuitá: l'album contiene tredici brani ma dura meno di 42 minuti, perché ogni pezzo é ridotto all'osso tanto negli arrangiamenti (batteria, basso, due chitarre, prima voce e magari seconda voce e cori. Niente'altro, mai) quanto nella durata. Non si perde un momento, non ci si dilunga su niente, perché c'é, palpabile, la fretta di andare alla prossima canzone senza sprecare tempo prezioso. L'ascoltatore si trova quindi a sprintare tra classici degli anni '00 come "I Bet You Look Good on a Dancefloor", "Fake Tales of San Francisco", "Perhaps Vampire is a Bit Strong But..." e "When The Sun Goes Down", ma anche tra piccoli sguardi rubati al futuro della band ("Mardy Bum"), ballate hangover ("Riot Van"), e una serie di pezzi densi di un'energia entusiasta e ingenua, nella migliore accezione possibile ("You Probably Couldn't...", "From The Ritz...", "Still Take You Home" "Red Light..."). Spazio, in chiusura, per un pezzo piú lungo e strutturato come "A Certain Romance", che coi suoi 5:30 di lunghezza ci fa presagire un intero orizzonte si possibilitá inesplorate per Turner e soci.

E di orizzonti ne esploreranno per quasi 10 anni, con i primi cinque album della loro discografia assurti, ciascuno a suo modo, a pietre miliari del rock d'Albione. "Whatever People Say I Am..." é un pezzo inevitabile, fondamentale, della storia di come il mondo (il mercato?) della musica sia diventato com'é ora: un classico.


- Spartaco Ughi

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