Il primo marzo di questo mese, è uscito il primo disco eponimo del duo britannico formato da Liam Gallagher e John Squire, due giganti del brit pop, rispettivamente come cantante degli Oasis e chitarrista degli Stone Roses. Lo abbiamo ascoltato tra il timore per l'operazione nostalgia e la speranza che questo incontro abbia generato una scintilla di creatività. A voi il vostro giudizio; al nostro esperto di brit pop, però, non è piaciuto molto.
(disco completo: https://tinyurl.com/mrxtkvr9)
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domenica 31 marzo 2024
domenica 28 febbraio 2021
Beady Eye: "Different Gear, Still Speeding" (2011)
Il 28 febbraio di dieci anni fa viene pubblicato "Different gear, still speeding", primo album di Liam Gallagher post-Oasis, al timone di una nuova formazione chiamata Beady Eye e formata da ex-componenti del suo vecchio gruppo. Non tutto va come dovrebbe, purtroppo, e il disco non è particolarmente riuscito, anche se conserva una sua importanza per la vicenda artistica personale di Liam.
(il disco completo qui: https://tinyurl.com/ymdnpbtj)
(il disco completo qui: https://tinyurl.com/ymdnpbtj)
domenica 7 ottobre 2018
Oasis: "Dig out your soul" (2008)
Dieci anni fa arriva anche l'ultimo disco a tutt'oggi pubblicato dagli
Oasis, ovvero "Dig out your soul", un lavoro più che discreto che mostra
il gruppo britannico ancora in grado di dire qualcosa sulla musica di
oggi - come dimostreranno i fratelli Gallagher dopo la loro separazione.
(disco completo a disposizione qua: https://www.youtube.com/ playlist?list=OLAK5uy_na4uq IeGCO8_sH4cqsmAU3rwDNzseU8 vM)
"Dig Out Your Soul", settimo ed ultimo album in studio degli Oasis è quello che si può definire un buon compromesso.
Non si tratta del sublime canto del cigno che forse avrebbero meritato, ma valutandolo a freddo dopo 10 anni possiamo di certo giudicarlo come uno dei migliori prodotti della prima decade del nuovo millennio, escludendo il difficile ed ingiustamente dimenticato "Standing on the Shoulder of Giants" (2000).
Di certo i fan più esigenti avrebbero richiesto uno sforzo aggiuntivo per quello che è rimasto (per ora) l'ultima fatica degli Oasis: un ritorno alle origini oppure una connessione forte con il passato storico della Band (il fantomatico ritorno annunciato e mai consumato di "Bonehead" e "Guigsy"), ma come tutti sanno fu il drammatico "Dig Out Your Soul Tour" a sancire la fine prematura della Band in quel di Parigi, seguito dall'abbandono di Noel.
Solo ora, a posteriori, possiamo giudicare l'incessante litigio tra i fratelli Gallagher un materiale chimico instabile e destinato a deflagrare, e non come speravano i più negli anni 90', il collante esiziale di un sodalizio artistico con ambizioni da "live forever".
Ei fu, pertanto: Noel abbandonò il tour portando via i resti di una delle sue chitarre preferite, scagliatagli contro dal solito ebbro fratello con aspirazioni cainite. Nella splendida cornice della Città delle Luci, un passo del Maestro ci conforta: "Il faut oublier/tout peut s'oublier/qui s'enfuit déjà".
Tornando all'album, il compromesso emerge in due parti fondamentali: il primissimo ascolto ci regala un'emozione sincera, completa e soddisfacente, tollerando di tanto in tanto orientalismi posticci, lennonsense farlocchi, fantasmi e copie della mitica ultima fase artistica dei Beatles. Sono citazioni infantili che i fan hanno imparato a riconoscere e financo ad apprezzare nel loro lessico sghembo (sull'emulatio Beatlesiana bisognerebbe aprire un capitolo a parte).
Già dal secondo ascolto emerge un particolare dettaglio; "Dig Out Your Soul" è di fatto un album diviso tra i due fratelli. Se fosse esistito un ottavo lavoro avremmo mitigato questo giudizio, ma dato che la storia non si fa con i se, rimane un album che mostra insanabili differenze di stile. Noel e le sue tracce sono ben oltre l'esperienza Oasis, anteprime evidenti di un nuovo modo di concepire la musica: "Falling Down" e "Waiting for the Rapture" sono più vicine agli High Flying Birds, anni luce da "Don't Look Back in Anger" (scontato) ma anche "Sunday Morning Call" sembra venire da un'altra epoca.
"The Turning", anche se eseguita da Liam, è chiaramente un lavoro voluto da Noel per se stesso (andate ad ascoltare la sua Alternative Version #4); "I'm Outta Time", opera autografa di Liam, sembra un alieno caduto da chissà dove, carica di insopportabili Lennonismi del Nostro, proseguiti a ruota libera con gli infausti Beady Eye.
Dimenticabile il singolo promozionale "The Shock of the Lightning", invecchiato precocemente con la sua finta carica rock anni 2000 e con un testo dichiaratamente svogliato. Copia della copia di quel famoso "Lyla" che ritorna a tormentarci.
Assolutamente da recuperare invece il trittico "Ain't Got Nothin", "The Nature of Reality" e "Soldier On", che con un po' di coraggio in più sarebbero potute diventare un eccellente medley in stile Abbey Road, album di confine e quindi in parallelismo perfetto con i loro idoli. Vi consigliamo di ascoltarle tutte d'un fiato partendo dalla prima.
Il giudizio finale è buono, anche se tanta, troppa acqua è passata sotto i ponti. Gli album da solisti, nel bene e nel male, pesano come macigni in questi ultimi dieci anni. L'ipotesi sempre sbandierata di una reunion è diventata un'illusione che ha trasformato i fan in esigenti nostalgici, che chiedono a gran voce il ritorno delle ballate storiche dei primi tre album, quelle che hanno emozionato gli anni 90' e definito lo stile Oasis più puro. L'intransigenza della memoria, che si fa dolore di fronte all'impossibilità del suo ritorno, indurisce i cuori ed inevitabilmente gli anni 2000 sono visti come un lungo mix di scarti e tentativi falliti.
Non è così, ovviamente. Trascendendo giudizi da fan boy, l'album in questione va ripreso e riscoperto, ascoltato e capito, inserendolo nella cornice che gli appartiene di diritto. Dategli una chance, e difficilmente vi lascerà delusi.
- Agent Smith
(disco completo a disposizione qua: https://www.youtube.com/
"Dig Out Your Soul", settimo ed ultimo album in studio degli Oasis è quello che si può definire un buon compromesso.
Non si tratta del sublime canto del cigno che forse avrebbero meritato, ma valutandolo a freddo dopo 10 anni possiamo di certo giudicarlo come uno dei migliori prodotti della prima decade del nuovo millennio, escludendo il difficile ed ingiustamente dimenticato "Standing on the Shoulder of Giants" (2000).
Di certo i fan più esigenti avrebbero richiesto uno sforzo aggiuntivo per quello che è rimasto (per ora) l'ultima fatica degli Oasis: un ritorno alle origini oppure una connessione forte con il passato storico della Band (il fantomatico ritorno annunciato e mai consumato di "Bonehead" e "Guigsy"), ma come tutti sanno fu il drammatico "Dig Out Your Soul Tour" a sancire la fine prematura della Band in quel di Parigi, seguito dall'abbandono di Noel.
Solo ora, a posteriori, possiamo giudicare l'incessante litigio tra i fratelli Gallagher un materiale chimico instabile e destinato a deflagrare, e non come speravano i più negli anni 90', il collante esiziale di un sodalizio artistico con ambizioni da "live forever".
Ei fu, pertanto: Noel abbandonò il tour portando via i resti di una delle sue chitarre preferite, scagliatagli contro dal solito ebbro fratello con aspirazioni cainite. Nella splendida cornice della Città delle Luci, un passo del Maestro ci conforta: "Il faut oublier/tout peut s'oublier/qui s'enfuit déjà".
Tornando all'album, il compromesso emerge in due parti fondamentali: il primissimo ascolto ci regala un'emozione sincera, completa e soddisfacente, tollerando di tanto in tanto orientalismi posticci, lennonsense farlocchi, fantasmi e copie della mitica ultima fase artistica dei Beatles. Sono citazioni infantili che i fan hanno imparato a riconoscere e financo ad apprezzare nel loro lessico sghembo (sull'emulatio Beatlesiana bisognerebbe aprire un capitolo a parte).
Già dal secondo ascolto emerge un particolare dettaglio; "Dig Out Your Soul" è di fatto un album diviso tra i due fratelli. Se fosse esistito un ottavo lavoro avremmo mitigato questo giudizio, ma dato che la storia non si fa con i se, rimane un album che mostra insanabili differenze di stile. Noel e le sue tracce sono ben oltre l'esperienza Oasis, anteprime evidenti di un nuovo modo di concepire la musica: "Falling Down" e "Waiting for the Rapture" sono più vicine agli High Flying Birds, anni luce da "Don't Look Back in Anger" (scontato) ma anche "Sunday Morning Call" sembra venire da un'altra epoca.
"The Turning", anche se eseguita da Liam, è chiaramente un lavoro voluto da Noel per se stesso (andate ad ascoltare la sua Alternative Version #4); "I'm Outta Time", opera autografa di Liam, sembra un alieno caduto da chissà dove, carica di insopportabili Lennonismi del Nostro, proseguiti a ruota libera con gli infausti Beady Eye.
Dimenticabile il singolo promozionale "The Shock of the Lightning", invecchiato precocemente con la sua finta carica rock anni 2000 e con un testo dichiaratamente svogliato. Copia della copia di quel famoso "Lyla" che ritorna a tormentarci.
Assolutamente da recuperare invece il trittico "Ain't Got Nothin", "The Nature of Reality" e "Soldier On", che con un po' di coraggio in più sarebbero potute diventare un eccellente medley in stile Abbey Road, album di confine e quindi in parallelismo perfetto con i loro idoli. Vi consigliamo di ascoltarle tutte d'un fiato partendo dalla prima.
Il giudizio finale è buono, anche se tanta, troppa acqua è passata sotto i ponti. Gli album da solisti, nel bene e nel male, pesano come macigni in questi ultimi dieci anni. L'ipotesi sempre sbandierata di una reunion è diventata un'illusione che ha trasformato i fan in esigenti nostalgici, che chiedono a gran voce il ritorno delle ballate storiche dei primi tre album, quelle che hanno emozionato gli anni 90' e definito lo stile Oasis più puro. L'intransigenza della memoria, che si fa dolore di fronte all'impossibilità del suo ritorno, indurisce i cuori ed inevitabilmente gli anni 2000 sono visti come un lungo mix di scarti e tentativi falliti.
Non è così, ovviamente. Trascendendo giudizi da fan boy, l'album in questione va ripreso e riscoperto, ascoltato e capito, inserendolo nella cornice che gli appartiene di diritto. Dategli una chance, e difficilmente vi lascerà delusi.
- Agent Smith
venerdì 6 ottobre 2017
Liam Gallagher: "As you were" (2017)
Il primo album da solista di Liam Gallagher è buono. Voglio scrivere il giudizio per primo, per levarmi di dosso questo peso. Sì, l'album non è affatto male, rappresenta una netta evoluzione rispetto ai due precedenti lavori fatti con la firma "Beady Eye", purtroppo dimenticabili.
Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro della musica, ma di sicuro si tratta di un prodotto maturo e soprattutto godibile.
Il Nostro si è levato di dosso l'opprimente corazza del Brit-Pop anni 90', detergendosi in un caldo bagno di umiltà (vedi "For What It's Worth"), aiutato in questa delicata operazione dalla santa Trimurti Kurstin, Wyatt e Grech-Marguerat, vecchie volpi del settore, che infondono nuova linfa al suo sound grezzo. Il prodotto finito è ben calmierato, ed elimina lo spiacevole alone di irrequietezza/ menefreghismo che ha portato allo schianto Oasis prima e Beady Eye poi, one-man-band fantoccio costruita attorno al suo ego strabordante.
I tre singoli che hanno anticipato l'uscita dell'album offrono un sound piacevole che aggiorna l'estetica degli Oasis anni 10' con un innovativo brio post elettro-funk-pop british, eredità della lunga militanza tra le file dei Chemical Brothers (come produttori o come host di feste, fate voi). Ok, ma il resto?
Il giudizio è ondivago, perché l'album ha diverse canzoni riempitive costruite a tavolino. Salviamo per il vostro piacere all'ascolto la ballata destrutturata "When I'm in Need", la nevrotica "You Better Run", riempitivo ma di lusso, e la simpatica citazione nel ritornello di "I Get By". Da riascoltare perché al momento convince e non convince "Universal Gleam", mentre conquista più per i testi che per la melodia la sorniona "Paper Crown". Ci spiegherà Liam nel successivo album chi sono tutte queste donne citate nelle sue canzoni, e se si tratta della stessa siamo piuttosto preoccupati.
In definitiva potete ascoltare senza stare male la prima fatica solista del Nostro, dimenticando gli insuccessi passati e soprattutto sperando in un avvenire radioso.
- Agent Smith
Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro della musica, ma di sicuro si tratta di un prodotto maturo e soprattutto godibile.
Il Nostro si è levato di dosso l'opprimente corazza del Brit-Pop anni 90', detergendosi in un caldo bagno di umiltà (vedi "For What It's Worth"), aiutato in questa delicata operazione dalla santa Trimurti Kurstin, Wyatt e Grech-Marguerat, vecchie volpi del settore, che infondono nuova linfa al suo sound grezzo. Il prodotto finito è ben calmierato, ed elimina lo spiacevole alone di irrequietezza/
I tre singoli che hanno anticipato l'uscita dell'album offrono un sound piacevole che aggiorna l'estetica degli Oasis anni 10' con un innovativo brio post elettro-funk-pop british, eredità della lunga militanza tra le file dei Chemical Brothers (come produttori o come host di feste, fate voi). Ok, ma il resto?
Il giudizio è ondivago, perché l'album ha diverse canzoni riempitive costruite a tavolino. Salviamo per il vostro piacere all'ascolto la ballata destrutturata "When I'm in Need", la nevrotica "You Better Run", riempitivo ma di lusso, e la simpatica citazione nel ritornello di "I Get By". Da riascoltare perché al momento convince e non convince "Universal Gleam", mentre conquista più per i testi che per la melodia la sorniona "Paper Crown". Ci spiegherà Liam nel successivo album chi sono tutte queste donne citate nelle sue canzoni, e se si tratta della stessa siamo piuttosto preoccupati.
In definitiva potete ascoltare senza stare male la prima fatica solista del Nostro, dimenticando gli insuccessi passati e soprattutto sperando in un avvenire radioso.
- Agent Smith
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