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mercoledì 24 ottobre 2018

Sylosis: "Conclusion of an Age" (2008)

Dieci anni fa oggi usciva "Conclusion of an Age", album di debutto dei metallari britannici Sylosis, un esordio convincente e senza sbavature il cui merito va in gran parte al leader Josh Middleton, capace di trasformare in oro tutto quello che esce dalla sua sei corde.




(potete trovare l'album completo qua:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ke8e-8t94OQ55uMytfQ5g3y99AoU21CSc)

Il 24 ottobre di dieci anni fa usciva "Conclusion of an Age", interessante debutto degli inglesi Sylosis. La formula che propone la band non è nulla di così originale, una solida base di thrash old e new style, una fusione di bay arena e ibrido thrash/death swedish alla Soilwork per intenderci, con succulente influenze classiche e goteborghiane.

Perno del gruppo originario della terra d’Albione è il fenomenale chitarrista e leader Josh Middleton, attorno al cui smisurato talento e gusto melodico ruota l’intero processo compositivo. Ogni brano è ben strutturato da una sezione ritmica corposa, e chirurgica, ogni brano è legato al filo conduttore comune dell’album, ossia la disfatta della civilizzazione umana, sconfitta dal proprio processo evolutivo il cui risultato si è rivelato nocivo per l’equilibrio della vita terrestre, l’autodistruzione dell’uomo dettata da guerre, avidità, fanatismo religioso e noncuranza dei danni apportati al pianeta, e da qui la conseguente rinascita e il ritorno alle origini della terra.

La quieta intro "Desolate Seas" è solamente la calma prima della tempesta, in apertura troviamo la schiacciamacigni "After Lifeless Years" rappresenta in pieno quello che è lo stile adottato dal gruppo britannico, un connubio di pesante thrash, riff a incastro affilati come lame, un preciso e chirurgico drumming con frequenti accelerate condite della doppia cassa del buon batterista Rob Callard, il tutto combinato a un personale approccio melodico evocativo dall’umore dolente e austero, il cantante Jamie Graham alterna laceranti growl soffocati a strofe e refrain in clean vocal, come anche nel caso di "Trascendence", pezzo che poco si discosta dall’opener, e dove vengono palesate le influenze degli In Flames dei nineties. I meravigliosi assoli di Middleton contribuiscono a rendere il piatto davvero succulento.

L’apice delle impressionanti doti di Middleton viene raggiunto con l’epica "Last Remaining Light", il pezzo più lungo dell’album, dove il chitarrista britannico si impegna a eseguire una serie di assoli straordinari, per tecnica esecutiva e capacità di scrittura. Pezzo clamoroso.

Composizioni come "Teras", "Stained Humanity" e "Reflections Through Fire" sono rocciose cannonate cariche di groove, che strizzano l’occhio al migliore metalcore americano in voga in quegli anni, e che ormai aveva intrapreso la propria parabola discendente.

Un esordio convincente e senza sbavature il cui merito va in gran parte al proprio leader, capace di trasformare in oro tutto quello che esce dalle sue dita e dalle sue sei corde.

Ovviamente bisogna anche valutare che si tratta di una proposta certamente derivativa, a tratti prevedibile e che non inventa nulla di nuovo, nonostante ciò assolutamente godibile per gli appassionati del genere.

- Supergiovane

sabato 13 ottobre 2018

Gojira: "The way of all flesh" (2008)


13 ottobre 2008: esattamente dieci anni fa vide la luce The Way of All Flesh, quarto studio album del gruppo metal francese Gojira, prodotto dopo una lunga fase di scrittura e sei mesi di lavori in studio. Stiamo parlando di uno dei migliori dischi di metal tecnico ed estremo del decennio.



(disco completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lIRpqGOZCNEIXlNFN3baWWWVTLq0_azuo)

La band veniva da quel "From Mars to Sirius"che tanto aveva impressionato un po’ tutti fra addetti ai lavori, critica e pubblico, e che aveva rappresentato la loro definitiva consacrazione come next big thing all’interno della scena.

Sono veramente pochi nell’epoca 2K i gruppi venuti alla ribalta per ciò che concerne originalità e personalità (non che sia venuta a mancare la qualità nelle nuove proposte, ma si sa, nei generi che non godono di visibilità riuscire a emergere è sempre una dura lotta…), possiamo citare Mastodon, The Dillinger Escape Plan, Protest the Hero, volendo possiamo metterci in mezzo anche Meshuggah e Strapping Young Lad anche se già avevano guadagnato la loro buona fetta di consensi nella seconda metà degli nineties, insomma, gruppi così si possono contare sulle dita di una mano o due. I Gojira meritano pienamente di fare parte di questa cerchia ristretta.

Difficilmente catalogabile in un sottogenere preciso, il quartetto transalpino composto dai fratelli Joe (leader, cantante, chitarrista e principale compositore) e Mario Duplantier (eccezionale batterista), dalla seconda chitarra Christian Andreu e dal bassista Jean-Michele Labadie, propone una miscela polimorfa di soluzioni, partendo dal proprio retaggio groove thrash (nacquero infatti come cover band dei Sepultura, prima di cominciare i primi passi da soli), gravato da distorsioni massicce death metal, diluite con digressioni ipnotiche dense di nebbiosa atmosfera tipica dello sludge e del postcore. Spesso vengono accostati anche ai Meshuggah, per il loro modo di intrecciando riff stoppati e/o frammentati su poliritmie a incastro, tessendo un tappeto ritmico estremamente elaborato.

Punto di forza del gruppo, l’elaborata, complessa e non lineare struttura compositiva, che inizialmente può risultare ostica e eccessivamente monolitica all'orecchio dell'ascoltatore (stessa identica cosa che si potrebbe dire anche rivolgendosi ai Meshuggah, del resto), ma favorita da ritmiche tendenzialmente colme di groove e di riff corposi e travolgenti, contraddistinti dalla loro peculiare tecnica usata e abusata del pick-slide abbinata al pedale wah (anche chiamato effetto coda di gatto calpestata), loro caratteristico marchio di fabbrica.

La capacità del gruppo di presentare un songwriting accattivante risiede certamente anche nelle doti individuali dei singoli membri, dotati di un personale stile ma perfettamente funzionali fra loro e al servizio del collettivo, i Gojira sono uno dei rari casi oggigiorno in cui la formazione attuale è la medesima di quando il gruppo veniva assemblato oltre vent’anni fa, se non è un record, sono sulla buona strada per batterlo.

I temi affrontati nei brani sono sempre tradizionalmente di ispirazione ambientalista, legati al conflitto fra natura e progresso tecnologico, con la complicità del poco lungimirante modo in cui l’uomo affronta i cambiamenti attuali, oltre che di tipologia filosofica riguardante l’origine della vita e la morte.

Punta di diamante dell’album è la fenomenale "Toxic Garbage Island", pezzo che mette in risalto tutti i maggiori pregi del gruppo francese, sincopi dissonanti, riff massicci e distorti incastrati fra loro con meticolosità chirurgica, la furia primordiale del semigrowl di Duplantier, padrone di uno dei timbri vocali più riconoscibili del genere (è cresciuto con Max Cavalera e i Sepultura e si sente), il drumming del fratello Mario è contorto e variegato, e non possono mancare rallentamenti e break sludgeggianti caratterizzati da grigia psichedelia.

Altro pezzo forte è l’oscura e cadenzata "Vacuity", da cui è stato estratto un suggestivo videoclip. Suoni tribali introducono "The Art of Dying", altra gioiello griffato Gojira, dieci minuti in cui il gruppo viaggia praticamente a ogni velocità possibile e dove è facile perdere subito il conto di tutti i continui cambi tempo presenti, fino alla malinconica e avvilente melodia di chitarra effettata dell’outro.

Ottima anche la magnetica opener "Oroborus", ispirata dall’arcaico e multietnico simbolo esoterico dell’oroboro, il quale rappresenta un serpente posto in posizione circolare intento a mangiarsi la coda, a voler rappresentare la diabolica recidività con cui l’uomo attraverso le epoche continua a commettere gli stessi errori.

Destano interesse anche le sperimentazioni intraprese con "A Sight to Behold", con i suoi synth iniziali e il vocoder robotico adottato da Joe Duplantier. La devastante "Adoration for None" è il pezzo più diretto dell’album, una mazzata sui denti, dove vi è la partecipazione di Randy Blythe dei Lamb of God (altro loro grande estimatore assieme a Cavalera) impegnato a duettare con Duplantier e formare un’alchimia incontenibile.

Impeccabile la produzione, ad opera dello stesso gruppo con la partecipazione di Logan Mader come co-producer, che ricordiamo come ex chitarrista dei Machine Head nella prima fase della loro carriera. L’album è stato registrato nello studio di proprietà dei fratelli Duplantier sotto la loro supervisione, mentre Mader si è occupato della registrazione delle parti di batteria nel suo studio californiano, del mixaggio e del mastering.

La popolarità del gruppo aumentò anche grazie al fatto di essersi guadagnati l’opportunità di aprire i concerti di Metallica, Machine Head, Lamb of God e in tempi più recenti anche Alter Bridge e Avenged Sevenfold.

I Gojira erano chiamati a dare conferme dopo aver fatto il botto con il precedente album, e non hanno fallito la missione: se è vero che la perfezione assoluta non esiste, è vero anche che a questo giro hanno fatto tutto quello che era in loro potere per avvicinarvisi.

- Supergiovane

domenica 7 ottobre 2018

Oasis: "Dig out your soul" (2008)

Dieci anni fa arriva anche l'ultimo disco a tutt'oggi pubblicato dagli Oasis, ovvero "Dig out your soul", un lavoro più che discreto che mostra il gruppo britannico ancora in grado di dire qualcosa sulla musica di oggi - come dimostreranno i fratelli Gallagher dopo la loro separazione.



(disco completo a disposizione qua: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_na4uqIeGCO8_sH4cqsmAU3rwDNzseU8vM)

"Dig Out Your Soul", settimo ed ultimo album in studio degli Oasis è quello che si può definire un buon compromesso.

Non si tratta del sublime canto del cigno che forse avrebbero meritato, ma valutandolo a freddo dopo 10 anni possiamo di certo giudicarlo come uno dei migliori prodotti della prima decade del nuovo millennio, escludendo il difficile ed ingiustamente dimenticato "Standing on the Shoulder of Giants" (2000).

Di certo i fan più esigenti avrebbero richiesto uno sforzo aggiuntivo per quello che è rimasto (per ora) l'ultima fatica degli Oasis: un ritorno alle origini oppure una connessione forte con il passato storico della Band (il fantomatico ritorno annunciato e mai consumato di "Bonehead" e "Guigsy"), ma come tutti sanno fu il drammatico "Dig Out Your Soul Tour" a sancire la fine prematura della Band in quel di Parigi, seguito dall'abbandono di Noel.

Solo ora, a posteriori, possiamo giudicare l'incessante litigio tra i fratelli Gallagher un materiale chimico instabile e destinato a deflagrare, e non come speravano i più negli anni 90', il collante esiziale di un sodalizio artistico con ambizioni da "live forever".

Ei fu, pertanto: Noel abbandonò il tour portando via i resti di una delle sue chitarre preferite, scagliatagli contro dal solito ebbro fratello con aspirazioni cainite. Nella splendida cornice della Città delle Luci, un passo del Maestro ci conforta: "Il faut oublier/tout peut s'oublier/qui s'enfuit déjà".

Tornando all'album, il compromesso emerge in due parti fondamentali: il primissimo ascolto ci regala un'emozione sincera, completa e soddisfacente, tollerando di tanto in tanto orientalismi posticci, lennonsense farlocchi, fantasmi e copie della mitica ultima fase artistica dei Beatles. Sono citazioni infantili che i fan hanno imparato a riconoscere e financo ad apprezzare nel loro lessico sghembo (sull'emulatio Beatlesiana bisognerebbe aprire un capitolo a parte).

Già dal secondo ascolto emerge un particolare dettaglio; "Dig Out Your Soul" è di fatto un album diviso tra i due fratelli. Se fosse esistito un ottavo lavoro avremmo mitigato questo giudizio, ma dato che la storia non si fa con i se, rimane un album che mostra insanabili differenze di stile. Noel e le sue tracce sono ben oltre l'esperienza Oasis, anteprime evidenti di un nuovo modo di concepire la musica: "Falling Down" e "Waiting for the Rapture" sono più vicine agli High Flying Birds, anni luce da "Don't Look Back in Anger" (scontato) ma anche "Sunday Morning Call" sembra venire da un'altra epoca.

"The Turning", anche se eseguita da Liam, è chiaramente un lavoro voluto da Noel per se stesso (andate ad ascoltare la sua Alternative Version #4); "I'm Outta Time", opera autografa di Liam, sembra un alieno caduto da chissà dove, carica di insopportabili Lennonismi del Nostro, proseguiti a ruota libera con gli infausti Beady Eye.

Dimenticabile il singolo promozionale "The Shock of the Lightning", invecchiato precocemente con la sua finta carica rock anni 2000 e con un testo dichiaratamente svogliato. Copia della copia di quel famoso "Lyla" che ritorna a tormentarci.

Assolutamente da recuperare invece il trittico "Ain't Got Nothin", "The Nature of Reality" e "Soldier On", che con un po' di coraggio in più sarebbero potute diventare un eccellente medley in stile Abbey Road, album di confine e quindi in parallelismo perfetto con i loro idoli. Vi consigliamo di ascoltarle tutte d'un fiato partendo dalla prima.

Il giudizio finale è buono, anche se tanta, troppa acqua è passata sotto i ponti. Gli album da solisti, nel bene e nel male, pesano come macigni in questi ultimi dieci anni. L'ipotesi sempre sbandierata di una reunion è diventata un'illusione che ha trasformato i fan in esigenti nostalgici, che chiedono a gran voce il ritorno delle ballate storiche dei primi tre album, quelle che hanno emozionato gli anni 90' e definito lo stile Oasis più puro. L'intransigenza della memoria, che si fa dolore di fronte all'impossibilità del suo ritorno, indurisce i cuori ed inevitabilmente gli anni 2000 sono visti come un lungo mix di scarti e tentativi falliti.

Non è così, ovviamente. Trascendendo giudizi da fan boy, l'album in questione va ripreso e riscoperto, ascoltato e capito, inserendolo nella cornice che gli appartiene di diritto. Dategli una chance, e difficilmente vi lascerà delusi.

- Agent Smith

lunedì 24 settembre 2018

TV on the Radio: "Dear Science ," (2008)

Anche oggi ritorniamo a dieci anni fa, quando a settembre uscì "Dear Science,", terzo album degli americani TV On The Radio. Una delle più importanti band 'indie' degli Anni Zero, i TV On The Radio producono un successore degno dell'ottimo "Return to Cookie Mountain" del 2006, e ci lasciano col dubbio su quale dei due sia il massimo capolavoro della loro carriera.



(cd disponibile qui per l'ascolto: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lH5iLGPnNV2rpqFRhLlju-n64tXSGkOkA)


domenica 23 settembre 2018

Mogwai: "The Hawk is Howling" (2008)

Nel settembre di dieci anni fa usciva anche "The Hawk is Howling", sesta fatica degli scozzesi Mogwai. Alfieri del post rock britannico a cavallo del nuovo millennio, colpiscono ancora una volta nel segno.



(disco completo a disposizione qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kzSjTyRZK8G4YU4Dem0uUZtwFobtqvyeA)

Come si fa a passare dal buio alla luce - dal silenzio al suono - molteplici volte, per ogni occasione che il respiro lo richieda, riuscendo a farlo sempre in modo diverso?

Ecco il miracolo che, a detta che chi umilmente scrive queste rapide note, i Mogwai hanno compiuto nella loro carriera: restare coerenti e fedeli alla linea tracciata fin dall'inizio, a quel gomitolo di seta e acciaio avviluppati insieme che fu "Young Team", senza però incagliarsi
in vie senza uscita ed in stanche riproposizioni di se stessi.
Si considera, in questa affermazione, quanto fatto dagli scozzesi fino ad oggi, anno di grazia 2018: a maggior ragione la considerazione vale nel 2008, quando al pubblico plaudente viene proposto "The Hawk Is Howling", loro sesta opera.

"I'm Jim Morrison, I'm Dead" è il primo distillato di pura emozione che viene estratto dal cilindro: semplici accordi di piano, una tessitura evocativa, un crescendo, un ritorno a casa.
Un meccanismo già visto? Un clichè compositivo abusato? Sarà, ma ditelo alla pelle d'oca e ai brividi che ci percorrono da subito.
Poi "Batcat": ossessiva e riuscitissima incursione in territori prossimi al metallo più urlante e, soprattutto, dimostrazione di intensità e potenza di fuoco, evocatrice dei territori in cui si posizioniava "Mr Beast".
Pezzo incredibile, palpabile, pesante e quasi materico: esplosivo anche nella dimensione offerta dal video di accompagnamento e dei successivi live.
Non c'e' soluzione di continuità qualitativa, semmai un rientrare in porti più eterei ed ovattati dopo tanto sferragliare.
Senza comunque riunciare a cambi di colore ed intensità: "Danphe and The Brain", "Kings Meadow" (quasi bjork-iana nel finale cristallino) e "Local Authority" sono sulfure e nebbiose, sono luci intraviste tra brume e crepuscoli.
"The Sun Smells Too Loud" è uno strano tentativo di pop song, estraneo al contesto per forma stilistica ma non per complessivo interesse e appeal.

Se poi si cerca il brano capolavoro lo si trova nell'ineffabile "I Love You, I'm going to Blow Up Your School". Difficile da descrivere la ragnatela che viene creata dal ragno Braithwaite: si sa solo che ad un certo punto si è avvolti nel bozzolo, in maniera irrinunciabile ed inevitabile.
L'esplosione tellurica del finale del pezzo è sapientemente recintata e contenuta: un minuto, misurato e calibrato, di muro del suono, di pura distorsione dell'animo,di emozione primitiva e primigenia.

Il trittico finale è altrettanto interessante e emotivamente intenso: tre canzoni che sono tre suite, per complessità e struttura.
"Scotland's Shame" parte come una radiazione di fondo, che si espande, si ingigantisce e prende progressivamente piena coscienza di sè diventando
universale e pervasiva.
"Thank You Space Expert" eccelle per intessitura: regala forse una delle linee melodiche più belle mai composte dai nostri, commovente ed eterea.
Giocata tra carillion marziali ed interlocutori e progressioni lancinanti, lascia l'ascoltatore ancora una volta perso nello spazio interstellare.
Ci saluta "The Precipice" ed un inatteso ritorno agli inferi, alla madre terra.
Non si è placata la bestia, il mostro è ancora tra noi, i muscoli ed in nervi sono ancora tesi e lucidati a specchio.

Come per il falco in copertina, il nostro sguardo alla fine del percorso è quasi assente ed ipnotizzato.
L'urlo si è consumato, il richiamo è stato lanciato.
Per chi vuole ascoltarlo e rispondere, e noi siamo tra questi, è tempo di stendere le ali, rispondere alla voce, riprendere il viaggio.

- il Compagno Folagra

Cold War Kids: "Loyalty to loyalty" (2008)

Il 23 settembre di dieci anni fa usciva "Loyalty to Loyalty", secondo disco degli americani Cold War Kids, disco di rock indipendente ebbro di suggestioni notturne, abrasioni chitarristiche, tocchi quasi jazz blues.



(cd completo disponibile qua: https://www.youtube.com/playlist?list=PL8UfM7ycll7ToUNnryo376pUW3yz4zVTc)

Al loro secondo album, i Cold War Kids provano allo stesso tempo a rimanere fedeli al loro indie rock obliquo e squilibrato e a progredire nel suono. Il risultato è bizzarro e affascinante, sembra di sentire Freddie Mercury (qui interpretato dal pianista Nathan Willett) che canta brani dei Killers arrangiati da Tom Waits.

Arrangiamenti spartani, pianoforte e chitarra elettrica sporchissima, courtesy of Jonnie Russell: la cosa funziona in canzoni notturne, da desolazione urbana, come "Mexican Dogs", "Welcome to the Occupation" e "Relief". "Golden Gate Jumpers" (Willett esce sbronzo da un bar e salva una aspirante suicida) e "Avalanche in B" ci trascinano lungo sentieri jazz blues.

Le canzoni sono immediate per quanto sappiano di ostile e non si prestino affatto a suonare gradevoli nemmeno quando siano orecchiabili. Non è musica da background, richiede la vostra attenzione e non parla di cose belle e colorate, fuma sigarette amare e se le spegne sulle braccia (a fianco dei buchi dell'eroina, vedi "I've seen enough").

Il livello dell'album è abbastanza disomogeneo perché non sempre la band sembra capace di focalizzare quello che dice, ma in un disco del genere ci sta anche questo.

Un degno seguito di un buon esordio, anche se il successo commerciale continua a eludere il quartetto. Lo sguardo dei Cold War Kids così si sposta su lidi meno ostici, tutta questa abrasione non aiuta a vendere. 


Ma questa è un'altra storia.

- Red

domenica 16 settembre 2018

Nelly: "Brass Knuckles" (2008)


Nelly è uno che ha usato l’orgoglio come strumento per imporsi di fare sempre bella figura, e il confine sottile tra cura maniacale dei dettagli e megalomania si manifesta perfettamente in "Brass Knuckles", del 2008, quinto album denso e colmo di collaborazioni che arriva quattro anni dopo gli ultimi lavori ufficiali.
 
 

L’attesa relativamente lunga, la lista di invitati eccellenti (nel periodo in cui l’hype diventava esso stesso intrattenimento) gonfiano delle aspettative perlopiù osservate, ma che danno l’idea che alcune parti non siano state collocate in maniera organica.

La produzione è mista, causa e conseguenza dello stile rilassato di alcuni momenti dell’album (i migliori e peggiori allo stesso tempo) che, a partire dalla copertina, ha più a che fare con una mostra espositiva che non con una serie di canzoni.

Queste sono molto rifinite, e il pop viene preso sul serio sfidando un po’ i tempi, un po’ le critiche storiche. In un’ora di ascolto (70 minuti nella versione con Bonus Track) è difficile trovare dei punti morti: Nelly non si è certo risparmiato e anzi fa la parte di quello che partecipa da protagonista, festeggiato, ospite e addetto ai lavori. Solo due dei sodali, Fergie e Pharrell, gli regalano una sfida degna della sua immagine, per il resto la lama sembra meno affilata ma con l’illusione che lo sia perché la carne è troppo morbida.

(Nota finale: un favore a se stessi togliere "Lie" dalla playlist.)

- Piro

mercoledì 12 settembre 2018

Seventh Wonder: "Mercy Falls" (2008)

Il 12 settembre di dieci anni fa usciva "Mercy Falls", terzo album del quintetto svedese Seventh Wonder. Uno dei migliori lavori della band di prog metal guidata da Tommy Karevik, si tratta di un concept album drammatico e agrodolce che racconta il viaggio spirituale nel paese di Mercy Falls di un uomo in coma dopo un grave incidente stradale.



(album completo disponibile QUI)

lunedì 10 settembre 2018

LL Cool J: "Exit 13" (2008)

Questa volta ce ne torniamo indietro di dieci anni per ascoltare "Exit 13", discreto lavoro del rapper americano LL Cool J che rappresenta probabilmente il suo miglior lavoro del decennio. A brani riusciti come questo manifesto "Old School New School" seguono brani meno a fuoco, ma anche se il disco è un po' troppo lungo non è certo male.




(album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nqVZ8Xmjfc4VwnaJagnhHF9wz7w--yDJg)

Nel 2008 LL Cool J pubblica "Exit 13", il suo lavoro migliore degli anni ’00 e 13esimo disco (12 di inediti, in realtà). Il titolo non è ermetico: prende l’uscita e torna in città col messaggio “ve le canto io”.

L’esigenza e la motivazione di questo lavoro non va cercata né desunta: viene anzi spiattellata fin dalla prima traccia, "It’s Time For War" (DUDE!), in cui Todd Smith ricorda di non essere ancora finito e invece tiene ancora in pugno il titolo di GOAT. Per uno che fa hip hop dagli anni ’80, cominciando ancora ragazzino, non è una presa di posizione assurda o noiosa ("Dear Hip Hop"), e la critica a forme nuove di contaminazioni che da inizio millennio
avevano smosso le acque e i riferimenti dell’hip hop può essere perfino ragionevole. "Old School New School" è un po’ il manifesto dell’album.

Il passo falsissimo, e pure evidentissimo, è il tono disperato. Perfino un rapper che ha visto e costruito l’età d’oro può arrivare a prendersi troppo sul serio, fin troppo. Se vuoi sembrare figo, non dimenarti, keep it cool. "Get Over Here" e" I Fall In Love" sono un grosso punto interrogativo, e solo alcuni esempi di canzoni riempitivo.

Il disco è prodotto con una sufficienza che tradisce lo statement (i pezzi più suonati sono anche i più scricchiolanti), dell’influenza di Rick Rubin non c’è più traccia e pur avendo delle buone idee, permane la sensazione che si voglia allungare il brodo, e non ce ne sarebbe bisogno visto che un album di un’ora e venti potrebbe essere ridotto a 40 minuti e, pur non toccando vette altissime, guadagnare in densità concentrando gli sforzi.

- Piro



martedì 21 agosto 2018

Bloc Party: "Intimacy" (2008)

Durante il rifiorire britannico di inizio secolo i Bloc Party hanno preferito tracciare la strada del compagno di viaggio piuttosto che quella dei divi, paraculi o maledetti, e infatti i loro primi due lavori hanno fatto risplendere le periferie delle nostre anime. Dopo una breve distanza esce Intimacy (2008) che riprende, anche troppo, da dove avevano interrotto.



Pur individuando sperimentazioni — soprattutto elettroniche — e nuovi tentativi comunicativi, insieme a qualche omaggio ("Zephyrus" fa un bel saluto a "Medúlla" di Bjork), sembra che questi siano più che altro appiccicati a bozze di idee precedenti, invece che lavorati insieme.La più grande debolezza dell’album è proprio questa: buonissimi spunti
lasciati solitarî e circondati da una giostra di arrangiamenti che sottolineano
l'essere accompagnamento e da ottimi testi che però non ottengono il
meritato palcoscenico per la mancanza di focus volontariamente forzata.

"One Month Off" sembra un lavoro demo da "A Weekend in the City" (2007),
deficitario però del ritmo che lo svuota ma non gli dà significato e di quel
guizzo che in un attimo accendeva tutto e non ti lasciava mai solo. Anche
considerando questo un lavoro “specchio” (ma più che altro raccolta di
outtakes) non riesce a tenersi in piedi per molto neanche continuamente al
confronto continuo.

Non è un album adatto ad accompagnarti la sera mentre torni a casa come i
precedenti e nessuno pretende che lo sia, o che debba servire a qualcosa,
ma pur valutandolo a freddo come più che sufficiente, lascia con l’amaro in
bocca per tutte le idee non sviluppate e le eccessive scorciatoie utilizzate
per chiudere il cerchio e sperare in bene.

- Piro

domenica 19 agosto 2018

Ice Cube: "Raw Footage" (2008)


Presentare nel 2008 un album gangsta rap, soprattutto se chi lo pubblica è uno di quelli che l’hanno reso popolare decenni prima e uno dei pochi che l’hanno portato avanti nonostante gli attacchi e le critiche, e nel frattempo si è sistemato e vive una vita di soddisfazione, collateralmente ad altri progetti, inclusa una carriera cinematografica di successo, ha avuto ragion d’essere solo riuscendo a individuare un’urgenza: di scrivere e esprimersi, certo; ma, pur non in modo pretenzioso, anche di ribadire un punto.


"Raw Footage" è un lavoro pensato, dove continua la critica alla società e al potere, in cui Ice Cube persegue la difesa della sua musica. Non solo: fonde insieme, ancora di più, questi due elementi rivendicandoli come sempre attuali: è necessario prendersela con quello che non va nel mondo pur stando bene, pur quando ormai inquadrati e privilegiati; è fondamentale sottolineare che le vite difficili non sono sempre una scelta, e quando lo sono sono spesso manifestazioni di sopravvivenza che originano da altri mali e storture.

In quest’ultima sfumatura la parte musicale dà il meglio di sé. Ice Cube si ripresenta e con una certa sfacciataggine fa finta di preparare all’ingiustificabile, invece “Hood Mentality” assume toni epici e “It Takes a Nation” pare sorreggere l’intera opera.

“Gangsta Rap Made Me Do It” è il più fedele richiamo alle origini ma un po’ troppo consolatoria e lascia soddisfatti ma niente di più.

Con un flusso che dopo la metà tende a scemare a tratti ma sul finale si riprende si dà la sensazione di essersi persi per strada: da questo punto di vista "Raw footage" è lucido, per il gioco di ambiguità. L’artista, l’ascoltatore, il mondo potrebbero essersi persi tutti e l’unico punto di riferimento è l’attenzione reclamata e messa alla prova.

- Piro

sabato 18 agosto 2018

David Byrne & Brian Eno: "Everything that happens will happen today" (2008)

L’ultima volta che avevano co-firmato un album, Eno e Byrne avevano prodotto il moloch di sperimentazione proto-world music dal titolo “My life in a bush of ghosts” (1980), continuando a lavorare insieme ai dischi dei Talking Heads per qualche anno ancora, abortendo qualsiasi altro tentativo di collaborazione. Flash forward al 2006. 
 


Eno ha alcune tracce abbozzate nel suo archivio, scritte nell’ultimo decennio: si tratta in larga parte di canzoni pop solari, che vorrebbe colorare nei toni caldi e pieni di speranza del gospel. Non sentendosi però in grado di scrivere (né interpretare) testi simili, chiede aiuto all’amico David, col quale hanno avuto qualche trascorso nel campo della reinterpretazione della musica nera attraverso la lente della sensibilità “bianca”.

Messi da parte il sarcasmo e la vena vagamente cinica che ha caratterizzato le loro vecchie joint-venture, Byrne scrive testi che traboccano di ottimismo anche di fronte alle difficoltà, al male del mondo, ed alla caducità di tutto ciò che è umano (del resto l’età avanza anche per i mostri sacri). Il risultato è questo “Everything that happens will happen today”, electro-pop alternativo di grande fattura, fresco ed immediato.

L’opening “Home”, per esempio, è un mid-tempo languido in cui strati di synth e batterie elettroniche si avvitano attorno ad un semplice riff di chitarra acustica; la stessa chitarra acustica resta ben al centro della seguente “My big nurse”, meno arrangiata ma non meno dolce. A questo tipo di vibrazioni si rifà buona parte del disco (“Everything that happens”, “One fine day”, la conclusiva “The lighthouse”).

A spezzare il ritmo ci pensano brani come il singolone “Strange Overtones” e la frenetica “Poor boy”, la cui appartenenza al canzoniere del duo di autori è riscontrabile ad occhio nudo anche da un’altra galassia (e questo non può che essere un bene), e dimostra che gli stilemi codificati dai due alla fine degli anni ’70 sono ancora freschissimi dopo aver applicato una veloce mano di vernice sonora, incapaci di suonare vecchi anche a 30+10 anni di distanza.

Ci si accorge di ciò specialmente per via di “Life is long” e “The River” (ma quante sono le tracce di Eno che parlano di fiumi?), due canzoni dalla struttura piuttosto classica, cavalcata rock la prima e soul denso di ottoni la seconda, che suonano squisitamente vintage in un album altrimenti scritto e prodotto per essere contemporaneo.

Come contraltare, completano la tracklist due brani più sperimentali come la lunga immersione nell’oscurità di “I fell my stuff”, e il pop un po’ sbilenco di “Wanted for life”; quest’ultima forse l’unica traccia debole di un album altrimenti impeccabile.

Impeccabile, nel senso che porta a compimento il progetto degli autori di costruire delle canzoni semplici ed emozionanti: i testi di Byrne sono intelligenti e completano le atmosfere acquerellate di Eno in maniera sommamente soddisfacente. L’immediatezza di queste canzoni potrebbe sobillare delle critiche per mancanza di profondità: in “Everything that happens will happen today” tutto è rivelato al primo ascolto, in una calda luce tardo-estiva in cui le zone d’ombra sono poche ed inoffensive. Se questo per voi è indigesto, forse potreste voler passare oltre.

Almeno per il momento. Verrà forse, anche per voi, un giorno in cui avrete voglia di atmosfere che vi consolino senza essere stucchevoli, che vi trasmettano pace e speranza senza cadere nei soliti, stronzissimi cliché, e soprattutto conservando una qualità di songwriting molto superiore alla media: quel giorno, magari, troverete in questo disco l’oasi che state cercando. E saprete che potete ritornarvi, nei momenti in cui vi servirà.

- Spartaco Ughi


(qui il disco completo: https://www.youtube.com/watch?v=bY7Dbm2_MIU)

lunedì 23 luglio 2018

Primal Scream: "Beautiful Future" (2008)

Sabato 21 luglio si festeggiava anche il decennale di "Beautiful Future", nono album dei Primal Scream di Bobby Gillespie. Senza essere un capolavoro, è comunque un buon album eterogeneo che riassume bene il percorso di oltre venti anni di carriera della band.




domenica 8 luglio 2018

Melvins: "Nude with boots" (2008)


L'8 luglio di dieci anni fa usciva l'ennesimo disco degli americani Melvins, grandi sopravvissuti dell'era grunge. "Nude with boots" è ancora una volta disco che, fra le occasionali cadute di tono, produce tracce che vanno dal rispettabile al grandioso.



(per ascoltare l'album --> https://tinyurl.com/y7koyhp2)

Beck: "Modern Guilt" (2008)


Dieci anni fa oggi usciva "Modern Guilt", sesto album del cantautore americano Beck. Un lavoro gradevole anche se forse più di sintesi che non di approfondimento della poetica dell'autore originario di Los Angeles.


La qualità più evidente in Beck è sempre stata quella di saper definire un periodo musicale: dall’eclettismo anni ‘90 con influenze soul, folk, hip-hop; al trascinamento pop di inizio anni 2000 con la capacità di spaziare all’interno delle canzoni tra un estremo e l’altro.

Dopo aver cambiato casa discografica in seguito a "The Information" e affidata la produzione a Danger Mouse, nel 2008 pubblica "Modern Guilt".
Trova un nuovo spunto su cui costruire e giustificare il nuovo corso: se in precedenza aveva basato il lavoro su un’idea espansa a fiorire in tutte le direzioni, anche non conosciute, questa volta raccoglie le ricchezze di cui è dotato e le influenze musicali, servendosi di spunti rock anni ‘60-’70, muovendosi con fare centripeto verso una chiave blues più low-fi del solito preparando così un agglomerato più concentrato, un nucleo variegato.

Questa ricerca sull’onda dell'appiattimento, della ripetizione come tentativo di reiterazione e non ultima della sintesi porta fuori un prodotto di qualità sia nelle singole canzoni ("Walls", "Chemtrails", "Soul of a Man" su tutte) sia nell’album nel suo complesso. Tutte le canzoni sono godibili, cosa non da poco.

Il rovescio della medaglia però è che, complici i testi e le tematiche rimasti negli anni sulla stessa lunghezza d’onda, questo lavoro non permette alle canzoni di acquisire un’identità propria, anche a causa dell’effetto “impacchettamento”, ma si limitano a mostrare le qualità di ricapitolazione di quelle canzoni che vengono incluse come inediti nei "Best Of".

- Piro
(il disco completo si può trovare qui: https://www.deezer.com/it/album/62989072)

mercoledì 20 giugno 2018

Sigur Ros: "Með suð í eyrum við spilum endalaust" (2008)

Il 20 giugno di dieci anni fa usciva il quinto album in studio degli islandesi Sigur Rós. "Með suð í eyrum við spilum endalaust" è l'ennesimo capolavoro del gruppo islandese, per quanto scientemente lontano dai temi più eterei che li avevano caratterizzati in precedenza.






Dopo la raccolta di inediti e rarità "Hvarf/Heim" (2007), i Sigur Ros tornano a un disco vero e proprio a tre anni da "Takk...", che forse resterà per sempre il loro capolavoro assoluto. Ma anche con "Með suð í eyrum við spilum endalaust" (che si dovrebbe tradurre "con un ronzio nelle orecchie noi suoniamo senza fine") gli islandesi raggiungono vette di eccellenza rare e straordinarie.

Questa volta i temi più notturni e meditabondi, pur non sparendo, non sono più al centro dell'opera: al centro dell'opera va infatti la gioia, la libertà, come si può dedurre già dalla perfetta copertina che ritrae un gruppetto di giovani nudi che attraversa una strada fra le montagne. Le canzoni manifesto di questa poetica ebbra di vita ed emozione sono "Gobbledigook", posta in apertura, la seguente "Inni mer syngur vitlesingur", con un entusiasmo appena più sobrio e fornita di una coda strappalacrime (di felicità), ma soprattutto "Við spilum endalaust", la canzone più positiva e struggente allo stesso tempo di tutto l'album, con una sezione fiati emozionante, il perfetto basso di Georg Hólm e le paradisiache sovrapposizioni vocali di Jón Þór Birgisson.

I brani sobri più convincenti emergono trasformati per adattarsi alle atmosfere bucoliche ed estive del disco, come nelle canzoni da meriggio quali "Goda daginn" e "Með suð í eyrum" (il cui elemento guida è il piano di Kjartan Sveinsson); vi percepiamo ispirazioni che vanno dal folk britannico e dal post rock dei Talk Talk alle atmosfere quasi new age di Virginia Astley (si veda alla voce "From gardens where we feel secure", 1983).

Le parti che si riallacciano ai dischi precedenti - che sorprenda o meno - non sono invece le tematiche musicali più interessanti (la lunga introduzione di "Festival", per esempio, appare abbastanza tediosa e già sentita, rispetto alla spiazzante, tracimante coda controllata dalla batteria perfetta di Orri Páll Dýrason).

Sempre ottimo d'altra parte il contributo sia della sezione fiati a sette elementi sia delle improvvisazioni di archi realizzate dal quartetto amiina, che abbelliscono con gusto le composizioni del gruppo.

Se volessimo dare un giudizio complessivo, riteniamo di trovarci di fronte a qualcosa che al suo massimo raggiunge le punte più luminose dell'opera dei Sigur Ros, ma con pause più frequenti di quanto non fossimo abituati a sentire.

A ogni modo, se coi vecchi Sigur Ros avevamo vissuto nei brevi autunni, nelle lunghe notti e nei lunghi inverni islandesi, ora siamo nel pieno della breve estate dell'isola, quando tutto è verde e il sole splende fra le nuvole di copertina riscaldando a malapena le terre subartiche.

E quella che i quattro ragazzi islandesi condividono con noi resta una emozione indicibile.

- Prog Fox


domenica 17 giugno 2018

Wolf Parade: "At Mount Zoomer" (2008)

Dieci anni fa oggi (o ieri?) usciva anche "At Mount Zoomer", secondo album degli ottimi Wolf Parade, gruppo originario della British Columbia canadese e seguito di "Apologies to the Queen Mary", disco di debutto fantastico del 2005. "At Mount Zoomer" non arriva ai livelli stratosferici del primo, ma è comunque un ottimo album.





I canadesi Wolf Parade (Spencer Krug, voce & tastiere; Dan Boeckner, voce & chitarra; Arlen Thompson, batteria; Hadji Bakara, tastiere; Dante DeCaro, basso & seconda chitarra) vengono dal successo del meraviglioso debutto "Apologies to the Queen Mary" e devono confermarsi come una delle migliori realtà indie nordamericane. I leader del complesso restano i due compositori Krug e Boeckner, con Thompson in cabina di regia e Bakara e DeCaro a completare gli arrangiamenti.

Diciamo subito che il risultato non è in alcun modo deludente: "At Mount Zoomer" è davvero un bel disco e un degno seguito del debutto, capace sia di rinverdirne i fasti (le tastiere di Bakara) sia di aggiornarli con quel tanto di novità da non alienare i fan e non annoiare gli ascoltatori occasionali, o quelli più esigenti. Va da sé però che non si tratta di un capolavoro come "Apologies to the Queen Mary"; ma c'è sufficiente carne al fuoco da soddisfare pienamente, a partire dall'apertura in equilibrio tra vecchio e nuovo di "Soldier's Grin" e dalle atmosfere sperimentali di "California Dreamer".

L'album poi si chiude in crescendo con due dei pezzi migliori del disco, "An Animal in Your Care", con il ritornello più entusiasmante di tutto "At Mount Zoomer", e "Kissing the Beehive", epos di dieci minuti con una coda strumentale pazzesca e che anticipa certe derive neopsichedeliche che prenderanno piede in Nordamerica nel corso del decennio successivo.

Se cercate una copia carbone di "Apologies to the Queen Mary", potete scordarvela, nel bene e nel male; ma se prenderete il disco come una creatura che ha diritto a una propria dignità individuale, lo apprezzerete come merita.

A parte la copertina, che fa proprio schifo mamma mia. Quando vedo ste copertine io boh.

- Prog Fox



mercoledì 30 maggio 2018

Opeth: "Watershed" (2008)

Anno domini duemilaotto, gli svedesi Opeth danno alla luce "Watershed", ottavo lavoro (escluso dalla conta l’esperimento "Damnation") da studio, letteralmente “spartiacque”, l’album segna il fatto la fine della prima vita del gruppo, lo spartiacque fra lo stile originario del gruppo e il ciclo (fake) vintage prog tanto discusso e che ha letteralmente spaccato il loro fandom, e non soltanto.



"Watershed" rappresenta l’esaurimento della linfa vitale degli Opeth, segna la fine di un ciclo cominciato quattordici anni prima con l’interessantissimo esordio "Orchid", proseguito con il suo naturale seguito "Morningrise" (e comporre una suite del calibro di "Black Rose Immortal" è già segno di smisurata classe), rinnovato con "My Arms, Your Hearse" dove viene affinato il songwriting, arrivando alla definitiva maturazione (sotto ogni punto di vista) ottenuta con "Still Life", fino a giungere alla consacrazione mondiale con il masterpiece "Blackwater Park", il quale, grazie anche alla collaborazione con Steven Wilson, ha permesso al gruppo di ottenere il meritato riscontro mondiale a livello di pubblico e critica.

Se vi sembra che stiamo esagerando con la magnificazione degli Opeth, credeteci, non è così: a loro va riconosciuto l’indiscusso merito di aver abbattuto le barriere che tenevano separate la brutalità del metal estremo e la poesia e la raffinatezza del prog, di aver prodotto una fusione di death contaminato di gothic e prog di scuola settantiana, di aver prodotto un ibrido sonoro a metà fra Jethro Tull e Katatonia, fra Pink Floyd e Paradise Lost, fra Yes e Therion.

Evitare di definirli come uno dei più importanti, creativi e prolifici gruppi degli anni zero equivarrebbe a far loro (e alla scena musicale) un torto (ora però cari Opeth, anche voi, non montatevi la testa dopo tutte queste moine…). Insomma, una lunga serie di otto lavori riconosciuti all’unanimità come lavori la cui qualità oscilla fra il buono e il capolavoro che sono riusciti a mettere d’accordo tutti, o quasi.

"Watershed" segna, oltre a una lieve ma decisa virata stilistica, anche un restyling a livello di formazione: alla guida del quintetto svedese troviamo sempre il leader Mikael Akerfeldt, Martin Mendez al basso e Per Wiberg alle tastiere e pianoforte, ma dobbiamo registrare due gravi perdite, il co-fondatore Peter Lindgren (sostituito con Fredrik Akesson alla seconda chitarra) e, dopo più di dieci anni di militanza nel gruppo, dobbiamo salutare anche un batterista a sei marce come Martin Lopez, rimpiazzato più che dignitosamente da Martin Axenrot, già loro turnista nel tour precedente.

Come accennato, il disco si muove su coordinate differenti rispetto al passato. Intendiamoci, suona al 100% come un lavoro Made by Opeth, ma stavolta a prevalere non sono le atmosfere plumbee e grevi a cui eravamo abituati a immergerci, a questo giro scorgiamo più luci (pur sempre su tonalità grigio seppia) e ci abbandoniamo a momenti più soavi e mood meno lugubri.

La pesantezza del death metal è meno accentuata, così come l’indole depressiva gothic e la matrice sinistra doomy che avvolgeva il sound, Akerfeldt ricorre nettamente meno al growl, pur sempre possente e gutturale, che resta uno dei più caratteristici e cavernosi in dotazione a un cantante di death metal, mentre il lato acustico, già ben valorizzato da sempre, tende a impossessarsi di un ruolo più decisivo nell’alchimia delle composizioni.

"Coil", pezzo di apertura del disco, mette in evidenza il fatto che qualcosa sta cambiando: simil-ballad relativamente breve interamente acustica e cantata in clean, con l’inedita partecipazione addizionale di una voce femminile appartenente alla sconosciuta Nathalie Lorichs, fidanzata di Axenrot e musa part time di Akerfeldt il quale non esitò a domandarle i suoi servigi dopo averla vista all’opera ad un karaoke in un party. Pezzo che trasuda anni '70 a ogni poro, rimandando alla memoria le composizioni dei Jethro Tull ma anche dei Led Zeppelin nel loro celebre terzo album. Senza dubbio un pezzo affascinante e diretto, anche se non proprio il modo di aprire che ci si sarebbe aspettato dagli Opeth, ma niente paura, ci pensa la successiva "Heir Apparent" con le chitarre elettriche e il lacerante grugnito iniziale di Akerfeldt a riconsegnarci quel gruppo che ricordavamo esattamente come quando lo avevamo lasciato l’ultima volta. Qua è racchiusa tutta l’essenza opethiana su cui il gruppo ha costruito la propria carriera, riffoni cadenzati pesanti come macigni, l’avvicendamento fra le due tonalità vocali diametralmente opposte l’una con l’altra, intermezzi acustici, repentine accelerate con doppia cassa a ciocco, digressioni psichedeliche, la fusione e alternanza di sonorità progressive anni ’70 con il death e gothic metal forgiato negli anni ’90.

Dalle molteplici sfaccettature, seguendo le orme dei connazionali Pain of Salvation, è contraddistinta anche la seguente "The Lotus Eater" (titolo già adottato dai Nevermore in "Dreaming Neon Black", letteralmente il mangiatore dei semi del fiore di loto, tratto dall’odissea, metaforicamente è volto a indicare individui privi di motivi di apprensione che vivono un’esistenza rilassata, felice e spensierata, metafora usata in contrasto con il soggetto protagonista del testo, in guerra aperta con il proprio padre), introdotta da un Akerfeldt nelle vesti di menestrello che ne canticchia il motivo e aperta da un paradossale connubio linee vocali pacate e pulite e veloci blast beat e riff serrati. In questo pezzo, è il controsenso il denominatore comune, alle consuete arcigne ritmiche, vengono abbinati synth psichedelici alla Richard Wright, fino ad arrivare verso i tre/quarti del pezzo a uno stacco di matrice funky. Si respira una forte aria di sperimentazione qua.

Le tetre e paludose atmosfere di "Blackwater Park" si respirano in "Hessian Peel", pezzo dalle due facce: mesta e contenuta la prima parte, guidata da una performance canora compassata di Akerfeldt, il quale poi si scatena col suo vocione assieme al resto della band nella seconda metà. Piccola curiosità: nel pezzo vengono recitati alcuni versi al contrario, che posti nel giusto ordine vanno a formare la frase “Out on the courtyard. Come back tonight. Hi, sweet Satan. I see you. They'll lock all your reason why “, trattasi di una pseudo citazione a Stairway to Heaven e uno sfottò verso chi spulciava i testi delle canzoni dei Black Sabbath e Led Zeppelin alla ricerca di messaggi satanisti occulti.

Sappiate che non ci sono ulteriori tracce nel disco del growl di Akerfeldt. Il che non è necessariamente un male, le rimanenti "Burden", "Porcelain Heart" e "Hex Omega" restano su livelli qualitativi decisamente buoni.

La prima, in particolare, si segnala come il pezzo dall’impatto più immediato, soprattutto può essere apprezzata da parte di chi predilige quei sofferti lentoni psichedelici pinkfloydiani, con tanto di lunghi e struggenti assoli, e termina in calando con le note quasi blues di una chitarra acustica che finisce lentamente per disaccordarsi.

Poliedrica e multiforme possiamo definire "Porcelain Heart", scelta come singolo di lancio di Watershed, altro pezzo capace di trasmettere emozioni sensitive di gran impatto grazie ai suoi mood misteriosi, arcani e flemmatici. Simili caratteristiche le possiede anche "Hex Omega", a cui spetta il compito di chiudere Watershed, composizione in buona parte strumentale  in cui la voce di Akerfeldt fa capolino solamente in tre serie di versi, come collante narrativo.

Ottimo come sempre l’artwork partorito del semper fidelis Travis Smith, e la produzione curata dallo stesso Akerfeldt con la collaborazione del solito Jens Brogen, andando a rimediare agli errori commessi nel precedente "Ghost Reveries", il quale soffriva di suoni tendenzialmente “digitalizzati”, con un particolare eccesso di trigger, che non si sposavano granchè con lo stile del gruppo, offrendo comunque con "Watershed" un mixing moderno e pulitissimo.

Nonostante l’evidente sterzata stilistica, Watershed venne ben accolto da (buona) parte del pubblico (non si può sempre accontentare proprio tutti, no?) che lo premiò con quasi 50'000 copie vendute nella prima settimana (per un disco metal, e per giunta in piena era digitale rappresenta un traguardo notevole), oltre che da parte della critica di settore più mainstream, Metal Hammer lo incoronò secondo miglior lavoro del 2008 (dietro a "Death Magnetic" dei Metallica… ah ah ah, ridiamo).

"Watershed", lo spartiacque.

- Supergiovane

sabato 5 maggio 2018

Textures: "Silhouettes" (2008)

Il 5 maggio di dieci anni fa usciva "Silhouettes", terzo lavoro degli olandesi Textures, loro capolavoro e capolavoro anche del genere metalcore, punto di contatto tra le opere dei Meshuggah e dei Pantere e le opere del nascituro djent; forse superiore a tutto ciò che venne dopo di questo sottogenere stesso.



Senza andare troppo a ritroso nel tempo, possiamo dire che il djent è stato l’unico nuovo genere (o corrente,se vogliamo) che abbia preso piede nel campo metal negli ultimi anni, esplodendo nel 2010 con l’album di debutto dei Periphery e prendendo presto piede da lì a breve.

Genere controverso, sicuramente non visto di buon occhio da tutti, anzi. Quella fusione di chitarroni distorti abbinati a vocals pop alla Jared Leto non va proprio giù alle frange più conservatrici di adepti del metal. Poi, a dirla tutta, al di là della preparazione tecnica dei singoli, molti gruppi djent hanno il vizio di comporre pezzi in modo troppo schematico e privo di originalità: tanta professionalità e zero anima. In effetti, nonostante una serie di buonissimi lavori, nessuna djent band ha finora composto chissà quale capolavoro epocale degno di venir ricordato negli annali.

Dieci anni fa, invece, precisamente il 5 maggio del 2008, ancora prima che esplodesse questo movimento, i Textures davano alla luce l’album perfetto, "Silhouettes", un lavoro che racchiude tutte le migliori caratteristiche che il djent dovrebbe possedere. Prendiamo i Meshuggah e le loro devastanti dissonanze, mischiamoli al travolgente groove post thrash dei Pantera, shakeriamo il tutto e plasmiamolo con il gusto policromatico spazio-onirico di Devin Townsend: abbiamo ottenuto la base della ricetta compositiva dei Textures.

In un qual modo sono stati precursori del djent, senza ricorrere a clean vocals ruffiane e senza standardizzare le singole canzoni su modelli prestabiliti. Originario di Tilburg, Olanda, il gruppo vede i natali nei primi anni 2000; gli artefici della nascita sono la formidabile coppia di chitarristi Bart Hannephof e Jochem Jacobs (soprattutto il primo), l'estroso batterista Stef Broks e ultimo ma non meno importante Richard Rietdijk, addetto alle tastiere e sintetizzatori.

Il loro esordio risale al 2004 con l’album "Polars", lavoro interessante ma ancora troppo debitore del sound dei Meshuggah. Due anni dopo è il turno dell’eccellente "Drawing Circles", seconda opera in cui risalta l’enorme evoluzione del gruppo il quale mostra finalmente una propria personalità stilistica. Per l’occasione il gruppo recluta il bassista Dennis Aarts e sostituisce il primo cantante Pieter Verpaalen con il notevolmente più dotato Eric Kalsbeek, un’autentica forza della natura.

Altri due anni più tardi, con "Silhouettes" il songwriting viene affinato ulteriormente e i Textures raggiungono la piena maturità artistica consolidando il loro status di una delle nuove realtà metal più meritevole di lodi.

Abbiamo parlato di Meshuggah, Pantera e Devin Townsend come fonti di ispirazione dominanti nel gruppo olandese, ebbene, con i pochi secondi iniziali dell’opener "Old Days Born Anew" si può immediatamente appurare come l’influenza dei suddetti gruppi sia profondamente radicata: synth su riff stoppati tessuti gli uni sugli altri, sincopi e poliritmie, doppiette di cassa, un travolgente riff che sembra strappato da "Vulgar Display of Power" o "Far Beyond Driven", una repentina accelerata guidata da una breve raffica di blast beat operano da preambolo all’entrata in scena di un animalesco growl a cui segue un tripudio di variazioni di tempi, scale maggiori e metamorfosi ritmiche e vocali. Questo è il modus operandi compositivo dei Textures, ostico per la mancanza di linearità delle proprie composizioni e continue varazioni di mood all’interno della stessa canzone, ma estremamente variegato nella miriade di soluzioni mai ripetitive o banali, il songwriting risulta snello nella sua compattezza e la perizia tecnica non viene mai sovrastata da virtuosismi individuali, la precisa scelta stilistica di epurare quasi completamente (eccetto in qualche breve e raro caso) gli assoli è indicativa di quanto il gruppo si guardi bene dal rischiare di appesantire i brani (mai troppo lunghi) con passaggi evitabili. Non una singola nota fuori posto.

"Awake", terzo pezzo del lotto, dimostra quanto sia ampio lo spettro compositivo che il gruppo possiede, a questo giro le note (sempre e rigorosamente distorte, sia chiaro) si fanno più limpide e sognanti, Kalsbeek, versatile ed eclettico singer, si destreggia in evocative linee vocali (anche in clean la sua resa è davvero ottima) accompagnato egregiamente dai visionari synth di Rietdijk (fondamentale il suo contributo), ma a un tratto questo sogno sonoro viene interrotto bruscamente da un violento break che ci ricorda quanto i Textures sappiano pestare di brutto, una sorta di wormhole sonico in grado di trasportare il pezzo da un mood a un altro e mutarne di colpo l’andamento.

Tuoni, fulmini, saette e salti temporali avvolgono "Storm Warning", che si contende con "Awake" il titolo del miglior pezzo composto dai Textures, un capolavoro assoluto magistralmente assemblato in tutte le sue innumerevoli partiture.

Chi predilige l’anima più primordiale e meshugghiana del gruppo, le soluzioni articolate dalle tinte progressive pesanti come macigni, troverà gran soddisfazione nella doppietta formata da "The Sun’s Architects" e "Laments of a Icarus", entrambe comunque adeguatamente colorate dagli elementi che contraddistinguono le loro peculiarità.

"The Messanger" è una sorta di sofferto lentone in cui a essere protagonisti sono i sintetizzatori e l’interpretazione del singer, qua impegnato in una performance emotivamente ineditamente intensa, esperimento già tentato nel precedente "Drawing Circles" con la breve "Illumination" che in quel caso fungeva perlopiù come intermezzo. Non che sia esattamente la loro specialità, ma ciò che ne viene fuori si lascia apprezzare.

"State of Disobedience" si regge su ritmiche e riff compressi di matrice post thrash misto noise core, naturalmente rielaborato e retto su tempi dispari. "One Eye for a Thousand", posta nella parte centrale del disco, rappresenta un momento di calo di tensione, dove il gruppo rallenta andando fuori giri e gigioneggiando su un mid tempo non particolarmente ispirato che alla fine si rivela il punto debole di "Silhouettes".

A chiudere le danze provvede l’imponente "To Erase a Lifetime", pezzo dall’architettura sonora piuttosto complessa e dinamica, chiusa da un terremotante finale in crescendo con il batterista Broks impegnato a smazzulare fendenti a destra e manca. Una degna chiusura per un album spettacolare.

Sfortunatamente, dopo "Silhouettes" il gruppo perderà elementi preziosi come Kalsteed, Rietdijk e, successivamente, Jacobs: i sostituti, per quanto bravi, non riusciranno a sostituirli adeguatamente. Lo confermeranno i due album rilasciati negli ultimi dieci anni di vita dei Textures, lavori pregevoli per carità, ma lontani dal livello di "Silhouettes" e "Drawing Circles". Attualmente il sestetto olandese ha annunciato il proprio congedo da ogni attività, salutando il proprio pubblico nell’ultimo tour. Ne approfittiamo anche noi per salutarli e rendere omaggio a quello che è il loro gioiellino.

- Supergiovane

sabato 28 aprile 2018

Deicide: "Till death do us in parts" (2008)

28 aprile 2008, a nemmeno due anni dal precedente lavoro, esce "Till Death Do Us In Parts" dei Deicide, uno dei gruppi della scena death metal floridiana che maggiormente ha lasciato il segno, album da studio numero nove della loro carriera. Purtroppo, l'album fu uno dei loro più trascurabili.



Con il precedente "The Stench of Redemption" la band guidata da Glenn “atrentatreannimiammazzo” Benton si era rifatta il trucco, in seguito alla rocambolesca uscita dal gruppo dei fratelli Hoffmann (a causa di introiti del merchandising che Benton e Asheim si erano intascati di soppiatto, a detta loro): i Deicide avevano infatti affidato la coppia di asce al veterano ex Cannibal Corpse Jack Owen, e al virtuoso Ralph Santolla. Ne era uscito un disco di ottima fattura, strumentalmente il migliore della loro carriera, in cui svettava appunto il gran lavoro in fase ritmica di Owen e soprattutto l’individualità di Santolla, autore per l’intero disco di una serie di notevoli assoli. Un gran bel lavoro si, ma il gusto melodico e tendenzialmente neoclassico di Santolla non si addice molto allo stile dei Deicide. E difatti molti fan di vecchia data non gradirono.

Per rimediare al misfatto, per "Till Death Do Us In Parts", Benton, troppo occupato con le grane della propria vita privata (a cui probabilmente si abbina il conseguente crescente disinteresse per l’aspetto musicale), affida stavolta il songwriting a Steve Asheim.

A livello compositivo, registriamo parecchi passi indietro. Le composizioni risultano molto più monolitiche e monotone, da una parte Asheim va a ripescare la furia degli esordi (non avvicinandosene nemmeno) combinandola con atmosfere cupe e plumbee, e anche in questo caso il risultato è alquanto deludente. Insomma, un lavoro poco ispirato, composto in un periodo in cui la band avrebbe fatto meglio a ragionare sulla direzione stilistica da intraprendere.

"Till Death Do Us In Parts" lo si può vedere come un caso a parte nella loro discografia, un episodio transitivo, composto come contentino per fan (oddio, non sappiamo quanto possano aver gradito) e label, uno di quei dischi rigorosamente da studio inadatti per la sede live: difatti il gruppo non promosse mai il disco in nessun tour seguente, salvo suonare un paio di volte la sola title track.

"Till Death Do Us In Parts" è un ectoplasma, nella discografia dei Deicide.

- Supergiovane

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