"Silent Shout", terzo album del duo svedese The Knife, vedeva la luce il 17 febbraio del 2006. Originale e violento, denso di melodie spettrali, suoni elettronici e atmosfere inquietanti, è il disco che porta definitivamente i due scandinavi alla ribalta, incoronandoli come una delle realtá piú affascinanti del panorama alternativo nel Vecchio Continente.
(disco completo qui: "Silent Shout")
Karin e Olof Dreijer arrivano al loro terzo album con alle spalle una carriera giá iconica. Il loro secondo disco, "Deep Cuts" del 2004, é un gioiello di pop elettronico appena screziato da un'inquieta oscuritá, contenente una hit alternativa come "Heartbeats" e altri brani di musica sintetica accessibile e atmosferica. La loro attitudine verso il mainstream, peró, non ha nulla da invidiare all'aggressivitá del punk piú oltranzista: i costanti diti medi mostrati alla cerimonia dei Grammi svedesi, sistematicamente boicottata; la distanza col pubblico, segnalata con costumi e spettacoli live oscuri e conturbanti; e poi, appunto, questo "Silent Shout", che abbandona qualsiasi velleitá di ascolto facile, rimpiazzandola con qualcosa di inaudito, genuinamente nuovo.
La mescola base di queste undici tracce potrebbe essere riassunta come un misto primi ´2000 dei Massive Attack e dei Radiohead, con i suoni strani e le atmosfere al tempo stesso pesanti e rarefatte, piazzati peró su telai ritmici che vanno dalla techno (uno dei termini coniati per descrivere questa strana EDM sará in effetti "haunted house") al synthpop, con qualche incursione nei territori del rock elettronico da un lato, e un paio di brani piú lenti e atmosferici-ambient dall'altro. Le lunghe intro strumentali che aprono quasi ogni traccia preparano il terreno per la star di queste undici canzoni per quarantotto minuti, ovvero la voce di Karin Dreijer, costantemente passata attraverso pitch shifter, distorsori, filtri e altre diavolerie e poi sovrapposta ad altre, altrettanto effettate versioni di se stessa, creando l'effetto straniante che rende unico questo disco.
A solidificare definitivamente lo status di gioiello di "Silent Shout", a distanza di due decenni, c'é infine il songwriting. Pezzi come "Silent Shout" (opening e singolo di lancio del disco),"We Share Our Mother's Health", "Like a Pen" sono meravigliose, inquietanti vignette di surreale penombra, rave party che diventano sabba stroboscopici nel buio invernale di un bosco nordico, e rappresentano la frazione migliore, nonché piú avanguardista, di questo disco. Altri brani ricadono piú comodamente nella definizione di canzone-canzone: "Marble House", complice anche il duetto con il cantautore Jay-Jay Johanson, é uno splendido mid-tempo di pop malinconico che enfatizza, se ce ne fosse bisogno, la capacitá dei Dreijer di scrivere strofe e ritornelli efficaci; lo stesso discorso si potrebbe fare per "The Captain" e "Neverland", minimalista e raccolta la prima, rocciosa ai limiti del punk la seconda. A completare la tracklist ci sono diverse ballate, piú minimaliste nei suoni e con sezioni ritmiche piú rarefatte ("Na Na Na", "Forest Families"), quando non proprio assenti ("From Off to On", "Still Light"). C'é anche spazio per lo strambo, ma comunque buono, electro-blues-hop di "One Hit", ad aggiungere un ulteriore strato di eccentricitá ad un disco giá inusuale.
"Silent Shout" fu a tutti gli effetti una manovra di allontanamento dal mainstream da parte del duo scandinavo, ma finí per diventare una piccola stele di Rosetta dell'elettropop a cavallo deggli anni '10 (e chissá che Karin e Olof non ci sperassero?). Quantificare l'impatto di quest'album su un paio di generazioni di weirdos con sintetizzatori e console é difficile, ma é impossibile non riconoscere che certe atmosfere, certi suoni, e soprattutto una certa attitudine, non facevano parte degli attrezzi tipici della musica elettronica prima del 2006. Questo dovrebbe bastare e rendere l'idea dell'importanza di questo disco nella storia della musica degli ultimi vent'anni.
- Spartaco Ughi
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