giovedì 8 gennaio 2026

David Bowie: "Blackstar" (2016)

L'8 gennaio del 2016 viene rilasciato "Blackstar", ventiseiesimo album di David Bowie, in concomitanza con il sessantanovesimo compleanno del nostro. Due giorni dopo, al termine di 18 mesi di lotta con un tumore al fegato, il camaleonte del Rock ci lascia per sempre.



(disco completo qui: Blackstar)

C'é qualcosa di magico, esoterico, nel modo in cui David Robert Jones, al secolo David Bowie, si é accomiatato dal suo pubblico, dallo stardom e dal mondo intero. Dopo cinquant'anni tondi di carriera, dopo aver vissuto almeno quattro o cinque vite diverse tra gli abissi degli abusi di metá anni '70, i periodi di stanca medietá commerciale, ma soprattutto i tanti anni spesi per produrre ore ed ore di materiale rivoluzionario, quel rosario di capolavori di cui questo "Blackstar" é soltanto l'ultima perla, e ultima solo in ordine di tempo.

Ad accompagnare lo smilzo Duca Bianco in quest'ultimo pellegrinaggio troviamo Tony Visconti, inossidabile in cabina di regia, a guidare un quartetto jazz affiatatissimo, composto da Donny McCoslin a sax e flauto, Jason Lindner al piano, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria, a costruire le fondamenta di questo monumento postumo che Bowie ha costruito per se stesso. A completare la lista del personale, oltre a Bowie stesso a suonare le chitarre ritmiche e l'armonica, troviamo il chitarrista jazz Ben Monder e il percussionista James Murphy.

Il titolo dell'album riprende una canzone di Elvis Presley (con cui il caro David condivideva la data di nascita, cosa che non finí mai di riempirlo d'orgoglio), il cui tema, appropriatamente, é quello della fine: "quando un uomo vede la sua stella nera, sa che il suo tempo é giunto". Ma Lazarus Blackstar é anche il nome di una band metal inglese, la cui cover di "I bleed black" ha un videoclip che ha ovviamente ispirato i due video estratti da quest'album, "Blackstar" e "Lazarus". Un esempio di google-manzia, come la chiamerebbero gli esoteristi (post)moderni, parte di un piano per trasformare la propria morte in una spettacolare sublimazione del proprio personaggio, tassello finale di una Grande Opera alchemico-stregonesca che tira le fila non ancora riordinate dal precedente "The Next Day".

E tra i frammenti che ancora non erano stati sistemati, ce ne sono due in particolare che stanno al centro di "Blackstar": uno é l'ultimo omaggio alle "Space Oddities" da cui tutto ha avuto inizio; l'altro, forse piú indicativo, é la difficile transizione tra il periodo glam e quello berlinese, quel buio del biennio losangelino di Bowie rappresentato plasticamente dalla performance nel film "L'uomo che cadde sulla terra" e dal capolavoro "Station to Station" che, combinazione, uscí in un altro gennaio, quello del 1976 (non cambiate canale, amici telespettatori). Molto di quel periodo (dai costumi di scena riutilizzati nei videoclip, al parziale abbandono della forma canzone in favore di un approccio a metá tra sperimentazione e jazz, al profondo senso di disperazione e perdita che risuona per tutto il disco come il ronzio di un trasformatore malconcio) ritorna potente in quest'album.

Il disco si apre con la traccia eponima, dieci minuti di epica elettro-liturgica fatta di canti simil-gregoriani sbilenchi, rallentamenti e accelerazioni, sassofoni taglienti e, ovviamente, riferimenti obliqui alla morte e al Maggiore Tom, il primo personaggio di Bowie, lanciato nello spazio e mai davvero piú ritornato. "Blackstar" é una mini-opera rock triste, solitaria e finale, in cui il dolore e la perdita lasciano spazio solo occasionalmente alla luce pacifica di un accordo maggiore, di un momento senza le percussioni a battere lugubri e instancabili. L'altro pezzo da novanta del disco é "Lazarus", altri sei lugubri minuti di jazz-rock melodrammatico, squisitamente vintage con i suoi mellotron e, persistente, il sassofono di McCoslin a dare ad un pezzo giá tangente il progressive rock un'aura da classico senza tempo.

Il resto della tracklist é costituito da altri cinque brani, tutti eccellenti, di cui due ri-registrazioni di pezzi rilasciati un paio di anni prima per altre occasioni: "'Tis a Pity She Was a Whore" e "Sue (Or in a season of crime)" sono qui re-interpretati in una chiave jazz-rock abrasiva, a fare da contrasto alle versioni originali, intrise di elettronica ma altrettanto plumbee. A chiudere il disco ci sono invece tre pezzi piú rilassati, oltreché convenzionali: "Girl Loves Me" é un mid tempo con una batteria nervosissima e sintetizzatori in agguato sotto ad un testo vagamente dadaista; "Dollar Days" é una ballata disperata sull'inutilitá dei soldi quando la fine si avvicina; "I Can't Give Everything Away" é lo struggente finale in cui Bowie si mostra, vulnerabile e perdente, attaccato alla vita mentre questa scivola via: "Vedendo di piú e sentendo di meno, dicendo di no ma intendendo sí, questo é tutto cio che ho sempre inteso dire, questo é il messaggio che volevo mandae", e giú di assolo di chitarra elettrica e pianti soffocati.

Oltre all'immane forza di volontá (e smisurata passione) richiesta per mettersi a fare musica quando si hanno pochi mesi rimasti da vivere, a fare impressione é il fatto che "Blackstar" rientri senza alcun dubbio tra i (tanti) capolavori del Duca Bianco. Nei suoi 40 minuti abbondanti c'é grande abbondanza di momenti memorabili e passaggi pregni di creativitá; la scelta di affidarsi a una band di jazzisti che giá si conoscevano (e bene) paga dividendi altissimi, dando a "Blackstar" un'aura senza tempo, un carisma unico nella discografia dell'uomo dei Changes non piú infiniti.

Addio David, e grazie ancora.

- Spartaco Ughi

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