Il 23 gennaio del 1976 veniva pubblicato "Station to Station", decimo album in studio di David Bowie. Composto e suonato nel peggior periodo di dipendenza e autodistruzione del fu Ziggy Stardust, denso di rimandi esoterici e associato ad alcune delle leggende piú sinistre della mitologia dell'istrionico musicista inglese. È anche uno dei suoi dischi migliori, oltre che l'inizio della saga della sua maschera piú influente.
(disco completo qui: "Station to Station")
Nella tradizione esoterica occidentale, il "giuramento dell'abisso" é il processo per cui l'iniziato si sottopone a, o si trova suo malgrado in, condizioni di stress al limite dell'impossibile, situazoine che lo porta a superare l'ego, "morire" metaforicamente, per ottenere una qualche forma di illuminazione: la morte vera e propria viene evitata, magari per un soffio, e ci si ritrova a guardare alla propria vita con occhi diversi. Se "Blackstar" ha chiuso la lunga storia di David Robert Jones e dei suoi molti personaggi, mettendoci in calce a una firma d'oro, e "1.Outside..." ha rappresentato l'ufficialitá del ritorno, per cosí dire, del Bowie che tutti immaginavano e amavano, qui troviamo il "movimento magico da Kether a Malkuth", l'illuminazione che scende dalle sfere celesti fino al nostro mondo, l'apprendista stregone che rinasce a seconda giovinezza dopo aver attraversato il buio e aver scampato alla morte.
Parliamo di scampare alla morte non per caso: il biennio '75/'76 fu, a detta di Bowie stesso, il piú buio della sua vita. Tra dipendenza dalla cocaina, litigi con il suo vecchio management e il primo matrimonio ormai ai titoli di coda, il rockettaro inglese era avvitato in una spirale autodistruttiva praticamente fuori controllo: un delirio infiammato dall'abuso di cocaina, dall'ossessione per occulto e nazismo, e da varie paranoie xenofobe culminate con l'augurio di un regime fascista in Inghilterra, per cui il nostro non smise mai di scusarsi passata la sbornia. Lennon stesso, amico di vecchia data, si disse preoccupato che Bowie stesse per morire, chiuso nella sua villa di Los Angeles a conservare le proprie urine in barattoli e collezionare memorabilia del Reich. È in questo contesto che avvengono le registrazioni di "Station to Station", decima fatica del fu Ziggy Stardust.
Il rumore di un treno in movimento, effettato fino a renderlo un suono onirico, ci accoglie su questi solchi. Siamo giá in viaggio quando gli strumenti musicali propriamente detti fanno il loro ingresso da dietro il sipario: il feedback di chitarra, il pianoforte ossessivo, il basso giá pronto alla carica, e infine la batteria a dare il la: "Station to Station", la traccia eponima di quest'album, é uno dei piú grandi opener della storia del Rock. Questa strana chimera, nata dall'assemblaggio di tre diversi frammenti scritti in precedenza da Bowie, ha in effetti tre teste: la prima, la psichedelia/musica concreta dei primi 3 minuti abbondanti, confortevole inquetudine di questo viaggio su rotaia; la seconda, una strofa carica di teatralitá, in cui il caro David compare sotto il riflettore pronunciando le parole fatali ("Il ritorno dello smilzo duca bianco, lanciando dardi negli occhi degli/delle amanti") e prosegue con riferimenti obliqui a Crowley, al buddismo, alla Cabala; e infine la terza testa, quella di un ritornello dance rock di bieca, micidiale energia, in cui il Duca Bianco declama, con sospetta sicumera, che no, quello che sente non é un effetto della cocaina, deve trattarsi di innamoramento. Dieci minuti dopo, quando la canzone volge al termine, capiamo che quel treno era forse un ottovolante, o piú probabilmente un capriccio dell'immaginazione, una metafora per il viaggio al termine della notte che Bowie stesso stava compiendo in quel momento della sua vita.
In cabina di regia c'é Harry Maslin, giá con Bowie sulle due canzoni registrate con Lennon per il precedente "Young Americans", l'unico che mantenne un approccio moderato all'uso di narcotici durante la lavorazione dell'album (al quale contribuitá anche con sitentizzatori, sax baritono e altri strumenti); in studio troviamo il fedelissimo Carlos Alomar alla chitarra, George Murray al basso e Dennis Davis alla batteria, il nucleo della band che accompagnerá tutta l'epopea del Duca Bianco. Assieme a loro, in questa occasione, ci sono il chitarrista solista Earl Slick, il pianista Roy Bittan (storico tastierista
della E Street band di Bruce Springsteen), oltre al vecchio amico Warren Peace. Lungo tre settimane di sessioni fiume durate anche 20 ore, questo manipolo di pazzi di talento incideranno i propri nomi nella storia del rock.
I dieci minuti di "Station to Station", infatti, fanno da preludio ad altre sei tracce, tutte straordinarie: sul lato A troviamo "Golden Years", incalzante pop rock un po' sbilenco scritto da Bowie con la segreta speranza che Elvis Presley ne avrebbe registrato una sua versione (cosa che, purtroppo, non avvenne mai) e "Word on a Wing", incantevole ballata che é un po' preghiera ad un potere piú alto per avere una vita un po' piú semplice, e un po' invocazione per un amore piú puro di quello, ormai morente, con la libertina Angie (non che Bowie fosse uno stinco di stanco, ma forse l'edonismo post-sessantottino aveva stufato pure lui).
Sul lato B, poi, ci accoglie la spassosa "TVC15", divertissement a metá tra new wave e rhythm'n'blues in cui si narra la storia, surreale, di una fidanzata divorata da un televisore, anch'essa piena di riferimenti esoterici e religiosi nascosti; arriva poi "Stay", sei minuti funk-rock elettrico, tutto riff affilati come rasoi, bassi nevrotici e poi l'assolo, oh! l'assolo di Earl Slick, violento e indimenticabile, selvaggio e urbano allo stesso tempo. A chiudere, forse inaspettata, c'é la cover della ballatona "Wild is the Wind", originariamente scritta come colonna sonora del film omonimo, con protagonisti Anna Magnani e Anthony Quinn, e portata alla notorietá dalla versione cantata da Nina Simone.
Le "stazioni" del titolo, a detta di Bowie, sono quelle della via crucis, altro riferimento religioso nel disco di gran lunga piú spiritualista della discografia del caro David. Un viaggio nel dolore della cometa paranoica partita dalla Terra come Maggiore Tom, e trasformatasi nel corso degli anni. Alla fine del processo di registrazione, secondo le leggende, una strega bianca venuta da New York esorcizzerá Bowie nella piscina della sua villa di Los Angeles, liberandolo dal demone che si portava dentro. Vero o inverosimile che sia, "Station to Station" é l'epicentro della storia del camaleonte del rock, il disco che connette il glam con la proto-new wave berlinese, quello piú sperimentale (almeno fino a "Blackstar") nonostante le canzoni che lo compongono, prese singolarmente, sono tutte piú o meno ascrivibili al genere pop, almeno in senso lato.
- Spartaco Ughi
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