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venerdì 23 novembre 2018

In the woods...:" Cease the Day" (2018)

Il 23 novembre di quest'anno è uscito "Cease the Day", quinto album dei norvegesi In the Woods..., formazione che nella seconda metà degli anni novanta si è imposta come protagonista nel metal di avanguardia.
Dopo lo scioglimento del 2000 si sono riformati nel 2014, e ora pubblicano il loro ultimo lavoro. Solo il batterista Anders Kobro rimane dalla formazione originale, ma i nuovi arrivati, guidati dal cantante inglese James Hegarty, contribuiscono alla realizzazione di un ottimo disco che potremmo definire di 'vintage prog/black metal'.



(disco completo disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nDb4DehMP0Xgdal9rjItaLHWF5Z1rSuPs)

Riformatisi nel 2014 dopo essersi sciolti nel 2000, i norvegesi In the woods... hanno subito una doppia metamorfosi tellurica durante questa nuova fase della carriera. Alla riunione, infatti, avevano partecipato solo tre dei membri storici, il batterista Anders Kobro, il chitarrista Christian Botteri e il fratello e bassista Christopher Botteri. Non c'erano più il cantante Jan Kenneth Transeth, la cantante Synne Larsen, né alcuno degli altri chitarristi che si erano alternati fra 1992 e 2000 nella formazione, Oddvar A:M, deceduto nel 2013, Bjørn Harstad o Christer-André Cederberg.

Al terzetto di membri storici si erano aggiunti il chitarrista Kåre André Sletteberg e, soprattutto, il cantante-chitarrista-tastierista inglese James Fogarty, noto per una lunga militanza artistica e musicale nella scena black/estrema, in particolare con i Meads of Asphodel e con il progetto Ewigkeit.

La nuova formazione non è durata molto, però: nel 2016, i fratelli Botteri se ne andarono, lasciando la proprietà del marchio al solo batterista Kobro. Kobro, Fogarty e Sletteberg reclutano così il chitarrista Bernt Sørensen, ed è questo quartetto che incide "Cease the Day", quinta fatica in studio del gruppo, che vede la luce il 23 novembre del 2018.

Sin dalle prime note, ci rendiamo conto di essere di fronte a un disco davvero valido, che si colloca in una gustosa via di mezzo fra il vintage prog dei Wobbler e l'avanguardia black metal degli Arcturus (tanto per citare gruppi loro connazionali). La produzione del gruppo è particolarmente adatto a chi ama il recupero delle sonorità rock degli anni settanta, collocandosi sulla scia delle formazioni che si richiamano a un misto di hard rock alla Sabbath/Purple e psichedelia aggressiva, come gli italiani Arcana 13 e Witchwood).

In più però c'è quel chiaro elemento black, usato con saggezza e parsimonia nel martellamento in doppia cassa di Kobro e nel growl efficace di Fogarty, che si conferma ottimo cantante. Tocchi folk si ritrovano poi nelle chitarre acustiche di Sletteberg e nelle semplici linee tastieristiche di Fogarty. Particolarmente gradito alle orecchie del vostro umile recensore il rifuggire dai valori di produzione e di atmosfera del black metal moderno, eccessiamente legati al dominio delle tastiere e alle influenze shoegazing (vedi An Autumn for Crippled Children e compagnia cantante).

Tutti i pezzi sono abbastanza estesi, andando dai cinque ai dieci minuti di durata, un tempo che però appare usato con intelligenza per esplorare fino in fondo le potenzialità di ogni composizone con un uso differente e variegato degli stessi ingredienti di base. Indubbiamente i brani migliori sono le due composizioni che aprono e chiudono l'album, "Empty Streets" e "Transcending Yesterdays", ma non c'è un minuto sprecato in un album che, pur senza solcare nuovi sentieri artistici, rappresenta una valida aggiunta al catalogo della band e uno degli ascolti migliori dell'anno nel genere.

- Prog Fox

venerdì 9 novembre 2018

Muse: "Simulation Theory" (2018)

Premessa 
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Non esiste una sola persona con un milligrammo di cervello che possa arrivare a sostenere seriamente l’argomento dell’oggettività delle recensioni: il recensore è un essere umano, con umori e preferenze, che usa la terza persona singolare (“chi scrive”) per dare un senso di distanza, di imparzialità. Ma io, signori, non posso, non questa volta, non con questo disco, perchè qui i Muse sono una questione personale. Sin da quando, uno sproposito di anni fa, il giovane me alla ricerca di nuovi stimoli musicali inciampò sul video di “Newborn” (“alla posizione numero uno della RockChart di MTV per la seconda settimana di fila”, dichiarava Paola Maugeri appena dopo che io mi sintonizzassi) e si fece spettinare l’anima per sempre. 




Li ho visti live plurime volte, ho tutti i loro dischi e DVD in originale ("Origin of Simmetry" in duplice copia), t-shirts, posters, e almeno una dozzina di amici che ho molestato abbastanza a lungo perché accettassero di ascoltarli, venendone ammaliati a loro volta. Una storia d’amore lunga un decennio, della quale chi mi conosce sa tutto o quasi (molti probabilmente preferirebbero saperne meno), un romance spezzato improvvisamente da quell’orribile incidente aereo chiamato “The second law” e legalmente dichiarato morto dal suo quasi altrettanto tremendo seguito “Drones”. Quale migliore occasione, per portare a termine il mio definitivo approdo al cinismo dell’età adulta, che una sadica autopsia ante-mortem del nuovo album del trio? Quale migliore catarsi?

Lo so, lo so, schiaffeggiare Matthew Bellamy con un sarago surgelato sarebbe anche meglio, ma purtroppo non ho il suo indirizzo. Con questo voglio dire, con tutta l’umiltà del caso, che io so di cosa parlo quando parlo di Muse, e se tu, caro lettore, non sei d’accordo con me, è perché probabilmente sei un po’ stupidotto.

Il conto alla rovescia “Ah, come sarà semplice questo lavoro di distruzione” pensavo un paio di mesetti fa,quando già quattro singoli erano stati estratti da questo “Simulation Theory” e tutto sembrava volgere al meglio per i miei piani, cioè al peggio. L’estetica synth-wave già così vecchia, così 2016, con la copertina creata dall’artista che ha fatto i poster di “Stranger Things”; “Dig down” che era un clone di “Madness” (che è come fare un clone di Rocco Buttiglione); “Dark Side” e “Thought contagion” così stupidine, e finalmente la versione Muse-esca di Despacito che tutti aspettavamo: “Something Human”.

Ah! come ero pronto! Ah! Come pregustavo il piacere sadico della demolizione mentre lasciavo intenzionalmente arrugginire i miei coltelli meno affilati.

Tuttavia, per non perdere del tutto il mio rispetto per me stesso a livello professionale, e far sì che i generosi emolumenti a me erogati da C’era una volta il rock non fossero del tutto rubati, mi sono seduto, a poche settimane dall’uscita di “Simulation Theory”, per rivedere tutti i video con particolare attenzione. E un dubbio,un orribile strisciante dubbio, si è fatto strada dentro me. Perché, vedete, i Muse hanno sempre avuto un gusto e un talento particolare per i videoclip, almeno fino a “The Resistance”, ma mai dopo “Origin of Simmetry” avevano saputo costruire una narrativa unitaria con essi. Mai fino ad oggi, perché i quattro videoclip succitati condividono un’estetica e uno stile, ma anche un universo narrativo coerente. Un universo cartoonesco, certo, ma capace di restituire un piano complessivo, quasi, come dire - oh cielo - un’idea. Riascoltando “Something Human”mi colpisce, certo, il suo sbracare nel pop commerciale radiofonico senza precedenti nella discografia di Bellamy e soci, ma anche l’ingenua sincerità con cui il cantante e autore parla della distanza da casa, dell’alienazione provocata da tour mastodontici -a supporto di dischi di merda prodotti per solo obbligo contrattuale e non per dire qualcosa di ispirato, aggiungo io. Nel testo di “Thought Contagion” emerge una certa attenzione per la teoria memetica, una canzone tutto sommato solida, oltreché un omaggio ai videoclip funk-pop anni ’80 contenenti musical e zombie (ehm). Ah, e c’è “Dark Side”, che certo sembra basata sugli accordi di “Space Dementia” e le melodie vocali di “Sing for Absolution”, ma dona ad entrambi un po’ di nuova linfa grazie ad una produzione minimalista (per gli standard della band). E anche se è di fatto una nuova incarnazione di “Madness”, “Dig Down” è certamente più viva, più vivida, e ne esiste anche una versione gospel che suona un po’ Primal Scream. E quindi di queste quattro nuove canzoni non ne trovo una che mi disgusti davvero, una volta ascoltate con un minimo di attenzione (per controprova e scrupolo di coscienza ho riascoltato anche gli ultimi due album, per verificare che le mie papille gustative siano ancora funzionanti, e dopo un’attenta leccata posso ancora garantire che sono due album di merda).

Ed è a questo punto che esce “Pressure”, quinto e ultimo singolo di lancio. E non solo i Muse tornano alle loro radici, venendo annunciati nel videoclip con il loro vecchio nome di “Rocket Baby Dolls”, ma lo fanno per una canzone di guitar rock quasi alla Jack White, anche se il ritornello non riesce a fare a meno di ricordarci che“Neutron star collision” è esistita (piccola immagine subliminale di Edward Cullen o come cazzo si chiama).

Ma l’ironia butta tutto in caciara, e sembra quasi che i Muse ci chiedano di non prendere “Simulation Theory” del tutto sul serio, di considerarlo un divertissement, un gioco da valutare secondo i suoi meriti, non guardando a ciò che è avvenuto nei solchi di dischi vecchi quasi (o ben più di) dieci anni.

La recensione vera e propria
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E il disco parte benone, in effetti, con un synth-wave-rock che sfuma in atmosfere e melodie tardo-floydiane, scale di pianoforte e archi sintetici, e ok, il testo è scemo, ma di testi memorabili Bellamy ne ha scritti pochi da quando ha smesso coi funghi allucinogeni nel 2001: questa “Algorithm” funziona.

A seguire la già discussa “Dark Side”, che trasporta le atmosfere e i falsetti dei vecchi Muse in ambienti synth-rock con risultati più che positivi, e oltretutto ha un bell’assolo di synth-guitar. Ed eccoci a “Pressure”, che come un cagnolone eccitato alla vista del mare che corre a perdifiato abbaiando di gioia un po’ ci emoziona, e un po’ ci fa pensare al famoso detto “beata ignoranza”.

Una partenza davvero positiva, sussurro a me stesso all’orecchio, e non faccio in tempo a mettere il punto alla frase precedente che ci si va a schiantare su un muro a forma di momento di imbarazzo: perché abbiamo già scritto sopra del piccolo omaggio ai video di funk-pop con zombie ballerini, ma a questa “Propaganda” basta mettere un assolo di chitarra come si deve, togliergli i “propropropropaganda” in beatbox et voilà, abbiamo “Kiss” di Prince. Pari pari. E già clonare “The gash” dei Flaming Lips per farne il tuo stupido, stupido inno delle olimpiadi è discutibile, ma qui stai clonando “Kiss” di Prince, Matthew Bellamy. Cosa ti passa per la testa? Vabbè, passiamo oltre, ché sento la voce del sarago che mi chiama dal freezer e devo resistere la tentazione.

Oh, “Break it to me” è interessante, se non altro perchè ha un riff di chitarra molto anni ’90. Mi ricorda un po’ il Bowie industrial rock di “Outside” e un po’ i Deftones (sa Dio perché), e benché un po’ statica è comunque un buon pezzo rock. E anche “Something Human”, più la ascolto e più mi entra in testa, e certo è un po’ tanto un earworm, ma di nuovo, la sentite questa sincerità? La sentite la voglia di Bellamy di levarsi dalle palle e di mettersi sul divano a guardare serie TV con la sua donna invece di rompersi i maroni negli stadi di mezzo mondo? Ma soprattutto, lo sentite il suo tenerissimo, ridicolo accento del Devonshire? “I blew it all UP”. Cielo. Anche Thought Contagion, un giro di basso un po’ in grazia di Dio ed un senso di urgenza, e gli oooh-oooh da stadio che saran tamarri ma comunque ci stanno, e insomma sarà radiofonicissima ma mi diverte.“Get up and fight”, uhm, parte un po’ “Metronomy”, sintetizzatorini e produzione minimalista, ma tu pensa un po’ - come non detto, il ritornello esplode in chitarroni su urla disperate, e ok dice “with or without you” e ricorda appena appena gli U2, ma tutto sommato anche qui c’è il sound, il feeling dei vecchi Muse in forme nuove e non del tutto brutte e stupide, ma tu pensa. Lo stesso si può dire di “Blockades”, che riprende almeno un paio di canzoni di “The Resistance” (che anche a un decennio di distanza rimane un ottimo disco, giusto? Prima mi date risposta affermativa e prima smetto di agitare questo coltellaccio, dai su, veniamoci incontro), e ha anche un assolo, i cambi di tempo giusti, e soprattutto dura meno di quattro minuti e non annoia. Ora che ci penso, e guardo la tracklist che volge al termine, noto che solo tre canzoni superano i 4 minuti di durata, e una sola supera i 4:30, e ripensando ai 12 minuti della “suite” (gesù) “The second law”, o peggio ancora agli undici minuti per 3 accordi di “The globalist”, un po’ tiro un sospiro di sollievo.

Mentre scrivevo tutto ciò, i 3:48 minuti di “Dig Down” scorrevano lisci, un altro brano piacevole e catartico al punto giusto, e oltretutto realizzo solo ora che il video continua la storia del video di “Mercy” dall’album precedente, l’unico pezzo salvabile dei Muse anni ’10, almeno finora, ma tu pensa.

E siamo così al gran finale, “The Void”, 4:44 minuti di synth-wave-rock come l’incipit, un po Ultravox e un po’ Depeche Mode. Passabile, tagliamola corta. Void?Parliamoci chiaro: dire che quest’album è superiore ai due precedenti sarebbe come dire che qualcuno è meno crudele di Joseph Mengele, quindi lo diamo per assodato,e aiutatemi a dire “grazie al cazzo”. Allo stesso tempo, paragonarlo ai periodi precedenti dei Muse sarebbe ingiusto e anche un po’ stronzo. “Origin of Simmetry” è una pietra miliare con pochi paragoni, che probabilmente avrebbe meritato anche più di quel che ha ricevuto (per esempio, avrebbe meritato di essere pubblicato in America nel 2001, e non quattro anni dopo perchè la label americana non apprezzava il falsetto di Bellamy. Cosa sarebbe successo alla storia del Rock se OoS fosse arrivato quando era il momento? A volte me lo chiedo, la sera, quando dimentico di prendere le mie pilloline - aspè, di cosa stavo parlando?), e anche i suoi pur controversi séguiti usciti negli anni ’00 contengono una scintilla creativa, un’ispirazione, un’urgenza, che fanno impallidire “Simulation Theory”: quest’album è e resta piacevole, ok, anche divertente, ullallà, certamente onesto, udite udite, ma è un po’ plastificato e non particolarmente vivo. Metà dei testi potrebbero tranquillamente venire sostituiti da un generatore automatico di sproloqui di Alberto Ferrari senza ridurre la portata poetica dei rispettivi brani, e l’altra metà colpisce me perché sono gli sproloqui di Bellamy, che mi fanno pensare ai bei tempi in cui non avevo ancora capelli bianchi e speravo in un mondo migliore, ma non sono di per sè indimenticabili.

Quali conclusioni trarre, dunque, dal fatto che “Simulation Theory” è un disco più che passabile e i miei coltellacci arrugginiti giacciono inutilizzati? Innanzitutto, specie nel caso Matthew Bellamy mi stia leggendo, voglio dire innanzitutto che è molto sorprendente che tu mi legga, Matt, ma ancora più
importante è che tu sappia che la mossa synth-wave è monouso: puoi scordarti già da ora di cavarne più di quel che ne hai cavato con quest’album, perché una singola mano di vernice e un paio di mezze idee non bastano a nascondere l’inaridimento della tua vena creativa, che è ormai assodato (e già che ci siamo: anche io una volta suonando a caso su un piano sono arrivato allo stesso giro di accordi di “The scientist” dei Coldplay. Succede di reinventare la ruota, e tu non sei più autorizzato di me a usarlo pari pari. Quindi nel prossimo disco, per cortesia, niente cover travestite da brani originali, specie se la cover in questione è KISS di PRINCE, per l’amor di Cristo). La produzione di ogni brano singolarmente, invece del solito presuntuosissimo trattamento da concept album, unita ad un pool di produttori artistici armati di taser, pronti a utilizzarli ogni volta che cercavi di dilatare qualche brano con una delle tue boriose stronzate, ha sortito un effetto positivo, perché quello che ho appena (ri-)ascoltato è un disco compatto, con poco o niente di superfluo o fuori posto. A me, invece, rimane un leggero amaro in bocca, nell’ascoltare un disco di puro mestiere prodotto da quella che una volta era non solo la mia band preferita, ma anche la migliore rockband del mondo, capace di coniugare creatività e successo commerciale perlomeno durante tutti gli anni ’00 (ricordatevi il coltellaccio, gente. Shhhh).

Il tempo passa, i capelli imbiancano, e le cose magari sono andate tutt’altro che male (sia a me che a Bellamy), ma si finisce per scoprire di non essere riusciti a soddisfare tutte le ambizioni che abbiamo amorevolmente nutrito durante i nostri anni d’oro. E pazienza che quelle ambizioni non fossero realistiche, ci avevamo creduto, ci credevamo sovrumani e invece siamo qui a contare le ore che ci separano dalla prossima pausa da un lavoro che amiamo ma che comunque è un lavoro (e quindi vaffanculo, che rottura di coglioni), una pausa durante la quale potremo riconnetterci per un momento con qualcosa di umano. Se non altro, scopro con questo disco di avere ancora un qualche tipo di connessione emotiva con Matthew Bellamy, e di conseguenza, forse, chissà anche con quel giovane me che così devotamente lo ascoltava. E se volevate una chiusa che non lasciasse così tanto in sospeso - bè, l’avrei preferita anche io.

- Spartaco Ughi

martedì 11 settembre 2018

Spirits Burning & Michael Moorcock: "An Alien Heat" (2018)

Meno di due settimane fa è uscito "An Alien Heat", nuovo disco del collettivo musicale Spirits Burning, guidato dal tastierista americano Don Falcone. Falcone e Albert Bouchard (batterista fondatore dei Blue Oyster Cult) hanno composto l'album assieme allo scrittore di fantasy e fantascienza inglese Michael Moorcock, facendosi poi aiutare per sviluppo dell'album e nei soli da una vasta messe di collaboratori. Il risultato è un disco di rock classico che non può mancare nelle collezioni di un amante dell'hard rock o dello space rock anni settanta.



 (il disco si può acquistare qui: http://www.gonzomultimedia.co.uk/product_details/16122)

Il nuovo disco degli Spirits Burning (il progettone musicale a guida Don Falcone) è un mezzo capolavoro per tutti coloro che rimpiangono i classici dei settanta di gruppi come Hawkwind e Blue Oyster Cult. Non a caso fra i 31 musicisti che hanno lavorato al concept elaborato da Michael Moorcock ci sono Albert Bouchard, Joe Bouchard Official Page, Donald 'Buck Dharma' Roeser e Richie Castellano: Band Geek (i primi tre della formazione originale del Cult e il quarto loro collaboratore da anni) e Harvey Bainbridge, Bridget Wishart, Mick Slattery e Adrian Shaw (tutti ex-Hawkwind). Più infiniti altri come Jonathan Segel dei Camper Van Beethoven al violino o Andy Dalby Music (ex Arthur Brown's Kingdom Come e Camel - Band) alla chitarra solista.

Oltre ad essere costituito da canzoni di rock settantiano dense di assoli, strumenti esotici e ritmi ossessivi a sufficienza da richiamare BOC e Hawkwind per compiacerne i fan, bisogna dire che le canzoni sono davvero buone, a tratti ottime, e questo quasi per un cd intero, strapieno e stracolmo, con sedici brani che riempiono quasi ogni spazio di memoria digitale disponibile.

“Hothouse flowers”, cantata dall’immortale Buck Dharma (ma non potevate anche fargli fare un assolino?), apre le danze in pieno territorio Blue Oyster Cult, per poi lanciare la strepitosa “Geronimo”, con la voce sempre più calante e roca di Albert Bouchard che esprime la sua strabordante personalità su uno dei pezzi mid-tempo più riusciti del disco, grazie anche al violino di Segel e all’armonica di Moorcock in persona. Segue “Soiree of Fire”, altro eccelso brano corale a tre voci (Moorcock, Bouchard e Anne Marie Nacchio in Castellano, la moglie di Richie, alla quale si sarebbe potuto dedicare più spazio nell'album) decorato dai fiati elettrici della Wishart. L’orecchiabile “In the future”, cantata da Jsun Atoms, ospita un bel solo di Richie Castellano.

“Doomed” vede ancora protagoniste le fragili voci di Albert Bouchard e Michael Moorcock, mentre “Fall in love”, che potrebbe essere un pezzo di primo piano di un disco degli Hawkind era Lemmy, è cantata da Don Fleming (negli anni novanta collaboratore e produttore di Dinosaur Jr, Sonic Youth, Teenage Fanclub e Screaming Trees) e “Any particular interest” nuovamente da Atoms. “Dark Dominion”, un altro capolavoro dal ritmo motorik e dal sound hawkwindiano, cantata da Andy Shernoff dei The Dictators, conclude la prima mezz’ora del disco (e la prima metà dei pezzi) e finora non c’è ancora stata una nota di troppo.

A questo punto entra uno dei pezzi da novanta, ovvero il signor Joe Bouchard, ex-bassista dei Blue Oyster Cult e fratello di Albert, che ci illumina con il suo stile di scrittura filomostruoso (i fan capiranno) e la sua voce peculiare su due dei brani migliori del disco, la pazzesca “Seven finger solution” (forse il ritornello più contagioso dell’album) e “To steal a space traveller”, oltre sette minuti di jam space rock che sintetizza gli aspetti musicali migliori del progetto.

Nelle tre canzoni successive è Albert a prendere il microfono: la migliore di esse è “Virtue & Mrs. Amelia Underwood”, che mescola la modernità della strofa e il classicismo delle armonie del ritornello, con Falcone e Wishart a colorare di strumenti elettrici il pezzo, ma anche “Back to 1896” ospita un ritornello fenomenale e la bella chitarra di Doug Erickson.

Solo verso la fine si percepisce una certa stanchezza con “Quest for Bromley” e “Old friends with new faces” (e la buona "Thank you for the fog" nei suoi otto minuti non è sempre all'altezza dell'epica conclusiva che il collettivo si auspicava di realizzare), ma speriamo che sia solo una questione fisiologica e che questo non proietti ombre sulla notizia che il collettivo è già al lavoro per produrre il seguito del disco, “The Hollow Lands”, che naturalmente sarà basato sul secondo libro di Moorcock sui Dancers at the End of Time.

A noi non resta che consigliarvi di recuperare i libri e ascoltare con gusto questo album, che testimonia non solo della capacità creativa dell’esuberante Don Falcone ma anche della proficua fertilità di terribili vecchi come Moorcock e Albert Bouchard.

- Prog Fox

venerdì 29 giugno 2018

Florence and the Machine: "High as Hope" (2018)



(disco completo disponibile qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mmhzM9CYS6OV_cjRjgEtjgBE-DJdx0-iQ)

Che cosa è meglio per un'artista: riprodurre un disco fedele alle proprie sonorità, ai propri fan, alla propria produzione precedente; oppure fare un ampio angolo, non diciamo necessariamente 180 gradi, e provare qualcosa di nuovo e tentare nuovi approcci creativi?

Tendenzialmente, se questo diverso è realmente nuovo e non si limita a essere un inseguire maggiori fortune commerciali, saremmo per questo secondo approccio; ma Florence Welch evidentemente non è d'accordo.

È vero: il disco suona più intimo dei precedenti, fin dal pezzo che lo apre, "June". Florence ci parla dei suoi problemi alimentari, della sua delusione con il mondo della musica dopo avere ottenuto il successo; si ritira verso il proprio personale, e lo fa anche a detrimento dei suoi collaboratori: la band è sempre più superflua, diversi musicisti come Isabella Summers e Cyrus Bayandor nemmeno compaiono sul disco, al chitarrista Robert Ackroyd è lasciato un ruolo marginale, mentre dominano la presenza del produttore Emile Haynie e vari musicisti noti per il loro ruolo di produttori nell'indie, come l'americano Jonathan Wilson.

Ne deriva quindi un disco che da un lato è il più personale dal punto di vista della cantante e dall'altro il più impersonale da un punto di vista delle sonorità. Florence Welch ripercorre così con "Hunger", "Patricia" o "Big God" stilemi già visti del suo pop epico basato sulla sua voce potente e sulla sua personalità appassionata ed enfatica.

Quindi, un disco che è molto poco della Machine e troppo di Florence, e troppo già sentito, anche se non mancano momenti sinceramente toccanti che mostrano una possibile alternativa artistica costruita su una certa disarmante, dolente fragilità, che per una volta almeno non sente il bisogno di urlare i propri sentimenti (la strepitosa "South London Forever", momento tra i più alti di una carriera). Ma momenti che, come nel caso della iperprodotta "Sky full of song" o di "The End of Love", avrebbero bisogno del trattamento intimo di compagni di viaggio e non delle leccatine di mille produttori.

Sicuramente a chi ha amato i primi tre dischi non dispiacerà nemmeno questo quarto lavoro; chi invece aveva qualche riserva sul valore assoluto del gruppo continuerà a mantenerle anche ora. Quanto a noi, vediamo ancora potenziale inespresso, e pensiamo che il buono di Florence non sia tutto dietro le spalle, a patto che recuperi una Machine che ci pare le sia indispensabile per proseguire nel viaggio.

- Prog Fox

venerdì 26 gennaio 2018

No Age: "Snares like a haircut" (2018)

Dopo quello che da molti è considerato il loro capolavoro, "An Object" del 2013, i No Age si sono solo dedicati all'attività dal vivo, pubblicando solo un singolo prima di ricomparire con questo nuovo album il 26 gennaio di quest'anno.



(album completo disponibile qui:https://www.youtube.com/watch?v=WDi8PDqOYnI)

Nati nel 2006 dalle ceneri dei Wives, i No Age di Randy Randall (chitarre) e Dean Allen Spunt (voce e batteria) si sono confermati come una delle band più interessanti a cavallo del 2010, pubblicando cinque EP e quattro album di noise pop al crocevia fra musica noise ambient e post punk tra 2007 e 2013.

Fin dalle note di apertura è chiaro che i No Age riprendono esattamente da dove hanno terminato, col post punk da anni 2000 di "Cruise Control" e "Stuck in the changer", quest'ultima con più di qualche elemento brit pop nelle melodie.

Ma dopo i primi due brani, per quanto si possa apprezzare il tempo dedicato a meditare prima di tornare alla pubblicazione di nuovo materiale, si deve concludere che il gruppo non ha saputo rinnovare a sufficienza il proprio repertorio: "Send me" è una canzone da Lou Reed di terza categoria, "Snares like a haircut" è solo rumore chitarristico senza scopo, "Tidal" suona già sentita, e gli accenni di solo alla Built to Spill rimangono appunto solo cenni.

Anche nel secondo lato comunque ci sono momenti di pura magia quali la deliziosa "Third Grade Rave" con il suo drumming tribale e le sue chitarre sovrasaturate, con la conclusiva "Primitive Plus" ma soprattutto con la tremolante "Squashed", colorata da una messe di discreti interventi chitarristici.

In conclusione, luci e ombre per questo "Snares like a haircut", ma confidiamo che i segni di fatica siano solo arrugginimento e che brani come "Stuck in the changer", "Squashed" e "Primitive Plus" rappresentino il preludio a un ritorno che ci dia opere ancora migliori.

- Prog Fox

venerdì 12 gennaio 2018

Borns: "Blue Madonna" (2018)

Con "Blue Madonna", il ragazzo della regione dei Grandi Laghi da alla luce il suo secondo full length, un disco di pop rock intrigante, elaborato e pomposo, che segue la lunga scia di artisti che si sono cimentati col genere negli ultimi anni.



(il disco completo si può ascoltare qui:https://www.deezer.com/it/album/54423482)

Garrett Clark Borns, in arte BØRNS, è nato il 7 gennaio del 1992 e cresciuto a Grand Haven, nel Michigan, sulle rive del lago Michigan.

Difficile ricostruire le esatte influenze sulla carriera del nostro: certamente troviamo affinità con la parte più synth pop di una band come i Killers, oppure con l'indie pop dei MGMT o di Gotye.

Borns ha certamente la voce e il physique du role per questa carriera: fino fino, capello lungo, bianco come un cencio e androgino quanto basta, domina la scena nel fantastico video di "Faded heart", singolo che a settembre 2017 anticipava l'uscita di "Blue Madonna" avvenuta il 12 gennaio del 2018. "Faded heart" e il brano che lo precede sul cd, ovvero "God save our young blood", in cui duetta con Lana Del Rey, sono esempi di pop rock esuberante, ipertrofico e coinvolgente, e rimangono anche le tracce migliori del disco.

L'estensione temporale del platter infatti risulta ancora al di là della portata del pur interessante cantautore americano, anche a causa di scelte non proprio esemplari quali "Man" e "I don't want you back", caratterizzati da melodie corrive che ricordano il dance pop anni novanta o gruppi retrodisco come gli Scissor Sisters, e hanno arrangiamenti basati su tastiere che tendono a deprimere invece che far respirare il suono.

A giudicare da questo disco, Borns ha la possibilità di proseguire la propria maturazione oppure perdersi nell'irrilevanza. Il suo percorso futuro dipende solo da lui.

- Red

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