"Kisses and Hugs, my friend", ovverosia in una sintesi tenera, adolescenziale ed affettuosa: "XO".
Baci, abbracci e carezze al mondo intero: nel 1998 Elliott Smith si lascia andare e butta le braccia intorno al mondo.

Del resto le cose non stanno andando male, per quanto riguarda la
carriera: la platea ormai è sempre più numerosa ed applaude sempre più
convinta ed entusiasta. Il mondo indie e low-fi, quello più sincero e
raffinato, lo ha accolto come stella di prima grandezza, come diamante
ormai non più grezzo ed anzi di gran luce.
La capacità di Smith
di destreggiarsi tra intimi dialoghi, aperture pop, citazioni
cantautorali, orchestrazioni sempre più ricche lo rendono uno dei punti
di riferimento per la scena del periodo. Non passa neppure inosservato
il carattere sostanzialmente cinematografico della sua musica, non passa
sotto silenzio la sua capacità di descrivere situazioni e sentimenti
con abilità quasi fotografica.
Di entusiasmo complessivo non
può fare altro che aggiungerne questo "XO" : le trame sottili degli
esordi vengono qui in parte riproposte ma con una carica nuova per
quanto concerne la messa a fuoco e la gamma di soluzioni compositive a
disposizione.
Si parte con la vivace "Sweet Adeleine" ed il
nuovo tessuto è messo subito in mostra: la melodia cattura subito ma è
evidente subito come la struttura complessiva dell'opera si sia
articolata ed impreziosita.
La stessa ricchezza di toni e colori
si ritrova in tutti i brani del lotto: spicca sicuramente, tra gli
arpeggi di "Tomorrow Tomorrow" ed il piano beatlesiano di "Baby
Britain", il ritmo cadenzato di "Walz #2" (che stringe la mano alle cose
migliori che oltreoceano sta scrivendo, ad esempio, Badly Drown Boy -
suo gemello per ispirazione e gusto).
"Indipendence Day" è altro pezzo da novanta: deliziosa linea di piano e chitarra, doppie voci, gioia.
Mentre in "Amity", "Question Mark" e "Bled White" Smith dà spazio alle
pulsioni più puramente rock presenti nel suo arco, la chiusura del disco
è affidata a pezzi più riflessivi e meditati come "Everybody cares,
everybody understands" (dallo stupefacente finale orchestrale) e "I
Didnt Understand" (splendida ballad, tenue e sospesa).
Già
perchè, dette delle meraviglie sonore e del ritratto musicalmente
perfettamente a fuoco, andrebbe data la corretta rilevanza al sottereneo
nervo che percorre - interrato ed in parte coperto - tutta l'opera di
Smith.
Che è un nervo fatto di tensioni, di malinconie, di
collocazioni sbagliate. Di paura (lo si dice, certo, facendo gli
psicologi da due soldi) di un'esposizone eccessiva e forse non così
ricercata.
Gli episodi biografici successivi confermeranno questa complessiva fragilità.
Non si potrà quindi fare altro che ringraziare per gli abbracci ed i
saluti così generosamente offerti in questo gioello, così forti, così
teneri, così necessari.
Così, probabilmente, poco compresi e ricambiati.
- il Compagno Folagra
(il disco completo si può sentire qui:
https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lSaWNS-1K8Npycthm3XCkxiAFVWWRhaVg)