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mercoledì 12 dicembre 2018

Alexander Spence: "Oar" (1968)

Il 12 dicembre di cinquant'anni fa vengono completate le registrazioni dell'inquietante, affascinante "Oar", primo e unico disco solista del cantautore canadese Alexander "Skip" Spence.
Ex-batterista dei Jefferson Airplane, ex-chitarrista dei Moby Grape, Spence viene internato a causa della grave tossicodipendenza che lo porta ad assalire un compagno di band dopo un brutto trip; è in manicomio che gli viene diagnosticata la schizofrenia, aggravata dall'uso di droghe.
Il disco che incide dopo questa esperienza ne porta i marchi e ne fa in un certo senso l'omologo americano di Syd Barrett. Vite geniali e distrutte che ci forniscono un punto di vista terribile e privilegiato sulla malattia mentale.



(LP completo con una marea di bonus qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kZGVhx2i7B1z_SbTXBPUaGmO8j8nqBclA)

Alexander Spence nasce il 18 aprile del 1946 in Ontario, nel Canada, ma si trasferisce con la famiglia nella prima adolescenza in California, seguendo il padre che vi ha trovato lavoro.

Trasferitosi a San Francisco, vive da protagonista nella scena hippie rock: pur se prevalentemente un chitarrista, entra nei Jefferson Airplane in qualità di batterista, per venirne cacciato dopo il primo album per essere scomparso senza avvisare, diretto in vacanza in Messico.

In seguito fonda i Moby Grape, gruppo cult della scena, che non ebbe però mai la sperata fortuna commerciale; purtroppo la fuga in Messico doveva essere interpretata come un indizio: durante un tour, Spence viene internato in manicomio dopo aver cercato di assalire con un'ascia i suoi compagni. è l'inizio di una vita tormentata da alcolismo, tossicodipendenza (eroina e cocaina) e schizofrenia, sicuramente peggiorata dagli abusi.

Le vicende personali di Spence ricordano non a caso quelle del suo omologo inglese Syd Barrett, il genio fondatore dei Pink Floyd. Anche Spence incide un album di culto dopo avere lasciato il gruppo che ha fondato, questo desolato "Oar", composto e inciso completamente da solo.

Secondo il mito (ampiamente provato falso), il giorno delle sue dimissioni dall'ospedale psichiatrico a New York, Spence salì su una motocicletta con ancora il pigiama e guidò senza sosta fino a Nashville, dove incise questo album di country-folk sperimentale e obliquo.

Sebbene sia considerato l'equivalente statunitense di Syd Barrett, Spence non possiede il suo infantilismo fiabesco e la sua musica ha forse più punti in comune con un altro figlio del disagio, Nick Drake, per i suoi toni dimessi, talvolta soporiferi ("Weighted down"), talvolta sinuosamente avvolgenti ("War in Peace", "Diana"). Il disco risulta nel complesso lento, ma dotato di una intimista, languida carica visionaria che può affascinare.

Questa carica visionaria non appare il prodotto di un desiderio sperimentale, che non era mai appartenuto a Spence nemmeno nei giorni dei Jefferson Airplane e dei Moby Grape, al contrario di quanto era avvenuto con Barrett e i Pink Floyd: il disco è visionario e insolito perché la mente di Spence è visionaria e insolita; purtroppo, anche troppo insolita per il suo stesso bene.

"Oar", e le vicende che lo sottendono, sono non solo musica interessante e creativa, ma anche una finestra spalancata sul disagio, le difficoltà eppure la genialità di una mente afflitta da problemi, qualcosa che dovrebbe esserci di lezione ancora oggi, non solo per la qualità musicale del disco.

Con "Oar" si concluse la carriera musicale attiva di Spence. Al contrario di Syd Barrett, però, Spence non tagliò i contatti coi propri amici: i colleghi di band gli stettero vicini per tutto il resto della vita, incoraggiandolo a scrivere canzoni, incidendole sui loro album, invitandolo quando era in grado a esibirsi con loro sul palco, assicurandosi che ricevesse i soldi per le royalties.

A chiudere questa storia dolorosa di arte e amicizia, quando Spence, piagato dal tumore che lo stava uccidendo, era ricoverato terminale in ospedale, i suoi amici gli portarono un album-tributo di sue canzoni a cui parteciparono tanti ammiratori da trent'anni di rock (Robert Plant, Mark Lanegan, Mudhoney, Robyn Hitchcock, Tom Waits, Greg Dulli, Beck). A sorpresa, il disco si concludeva con l'ultima, inedita incisione di Spence, "Land of the Sun", risalente al 1996.

Skip Spence scomparve il 16 aprile del 1999 all'età di 52 anni. La sua memoria resterà a lungo nei ricordi dei veri amanti della scena hippie del rock californiano.

- Prog Fox

giovedì 6 dicembre 2018

Rolling Stones: "Beggars Banquet" (1968)

Oggi "Beggars Banquet" dei The Rolling Stones festeggia i 50 anni dalla pubblicazione. Si tratta forse del primo grande classico della band, che avrebbe infilato una sequenza di dischi pazzeschi negli anni seguenti.




(LP completo disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PL0dQFJ5LT5-lYMj9UWn41cVxPrtp6fR-A)

Il disco precedente, lo psichedelico "Their satanic majesties request", era brillante, ma strabordava da tutte le parti, incoerente e irrazionale, e lasciò tutt'altro che entusiasti fan e critici. I critici non contano molto, ma i fan sì, e i fan volevano il Jagger minaccioso e il Richards chitarroso, non i sitar, i pianoforti e i viaggi mentali. Oltretutto, il loro scopritore e produttore Andrew Loog Oldham aveva mollato, perchè con tutte le droghe e gli scrocconi che circolavano attorno alla band era impossibile lavorare.

Jagger e Richards decisero di darci un taglio con gli eccessi e di assumere Jimmy Miller, che al contrario di Loog Oldham era prima di tutto un produttore e non un manager. Miller ripulì e diede un suono moderno e più chiaro alla band, ma c'era uno Stone che non era affatto d'accordo con questo approccio ordinato e professionale: Brian Jones, che era stato il protagonista delle idee più sperimentali dei dischi precedenti, e che stava sia perdendo interesse nella musica del gruppo sia infilandosi sempre più in profondità nel mondo della droga.

Con Jones che partecipava alle sessioni di registrazione solo quando gli andava, e spesso suonando strumenti anomali che non c'entravano molto con i pezzi provati, i suoi contributi rimasero marginali rispetto a quelli degli altri quattro. Gli arrangiamenti rimasero articolati ma divennero più precisi e non improvvisati (si senta il calcolato crescendo dell'eccellente "Jigsaw Puzzle").

Nonostante tutto, gli Stones non erano mai stati una band di hard rock: non erano più duri di tante altre band inglesi che suonavano blues, la musica dalla quale erano partiti; sicuramente il loro suono non poteva competere in violenza con gli Who, nè con tante garage band americane che pure si erano ispirate alla loro "Satisfaction" per inventare uno stile più violento.

Ma negli Stones la componente distorta e aggressiva era molto più psicologica che non musicale, e in buona parte anche di immagine più che di contenuti, quantomeno nei dischi precedenti come "Aftermath" e "Between the Buttons", a cui mancava ancora qualcosa sia nella produzione sia nella composizione dei brani.

La raggiunta maturità di Jagger e Richards, non a caso dopo un disco sperimentale ed elaborato come "Satanic majesties", rese finalmente "Beggars Banquet" il primo capolavoro e il primo disco classico della band, ed orientò anche il modo di procedere negli anni successivi.

A partire da "Sympathy for the Devil", che continua a strizzare l'occhio al satanismo dando voce a un Diavolo che sembra uscito da "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov, fino alla minaccia elettroacustica di "Street Fighting Man", al crescendo visionario di "Jigsaw Puzzle" e soprattutto alla violenza e alla lascivia incontrollata di "Stray Cat Blues" in cui si fanno espliciti riferimenti a un rapporto sessuale a tre, nonostante episodici momenti di dolcezza (la tenera "No expectations", la conclusiva "Salt of the Earth"), gli Stones riescono finalmente a far coincidere la propria musica con la propria immagine, sapendo approfondire la propria carica aggressiva anche lì dove ricorrono a chitarre acustiche ed armoniche - una capacità che è chiaro lascito della propria origine blues.

"Beggars Banquet" è il primo disco in cui Jagger & Richards sono completamente in controllo della propria opera, come apprendisti stregoni che finalmente padroneggino l'incantesimo che hanno perfezionato in anni e anni di studi. Gli Stones solcano mari che vanno dal rock lascivo al country-blues con un piglio fra il sardonico e il minaccioso. Un album variegato e perfettamente bilanciato da momenti di inaspettata dolcezza.

- Prog Fox

venerdì 30 novembre 2018

Nico: "The Marble Index" (1968)

Nel novembre di cinquant'anni fa veniva pubblicato "The Marble Index", capolavoro assoluto della carriera della cantante e autrice tedesca Nico.
La ex-Velvet Underground si riunisce qui all'amico John Cale per realizzare un disco di terrificante, abbagliante, potente, oscura bellezza.



(LP originale più due bonus track qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_k0slDLHMvfGdteJAwEdiZrh_IxnJVVDuo)

Nico era una nibelunga che faceva paura.

Già con i Velvet Underground, i suoi toni da femme fatale (gioco di parole voluto!) avevano schiantato cuori di eroinomani newyorchesi, hippie tristi e intellettuali con la sigaretta penzolante dalla bocca. Abbandonato il progetto con Andy Warhol, col suo primo album solista “Chelsea Morning” ha esperienze insoddisfacenti perché glielo riarrangiano tutto facendo un po’ un macello. La cosa, poverina, la fa piangere di rabbia ogni volta che lo riascolta. Per l’album dopo decide quindi che deve affidarsi a qualcuno degno di fiducia.

Il qualcuno è rappresentato dall’amico John Cale, fatto fuori dai Velvet dal maligno Lou Reed. A convincere la casa discografica è il produttore Frazier Mohawk, che le porta Cale e gli fornisce tutto il supporto necessario in studio, oltre ad assistere ai continui litigi fra John Cale e la cantautrice, che vuole mettere il suo cazzo di harmonium scordato in tutte le canzoni, creando notevoli difficoltà al musicista gallese.

Cale e Nico passano il tempo a farsi di eroina, registrare le cupissime canzoni di Nico e poi mettere le sovraincisioni necessarie. Mohawk seleziona le otto canzoni fra le dodici che hanno registrato, per realizzare l'LP originale, che dura appena 30 minuti, poi ne sceglie l’ordine e le missa. Secondo quel cazzaro buontempone di Cale, fu Mohawk a decidere così perché quello era la massima quantità di Nico che lui (e qualunque altro ascoltatore) poteva sopportare prima di ammazzarsi.

Sempre secondo Cale, quando Cale e Mohawk fanno sentire il disco finito a Nico, Nico piange di gioia a sentire quanto è bello. Bello è bello – è anche terrorizzante, cantato in toni espressionisti che, pur nella solennità e nel distacco teutonico della cantante, generano una atmosfera straniante e oppressiva.

Il disco ha una unitarietà stilistica perfetta e anticipa di decenni artisti come i Dead Can Dance e altri gruppi di dark ambient, oltre a influenzare più in generale artisti post-punk, goth e dark come Bauhaus, Cure, Joy Division, e cantanti come Bjork.

Tra le cose migliori ci sono “Ari’s Song”, che deve essere una delle canzoni più deprimenti mai dedicate a un figlio, “Julius Caesar”, in cui l’uso minimalista e ossessivo della viola dona una qualità ultraterrena a una canzone già decadente e disturbante di suo, e la strepitosa “Frozen Warnings”. Concordiamo con quanto detto dal grande Lester Bangs: “il più grande pezzo di avanguardia classica […] della seconda metà del XX secolo”, ma anche “self-torture” che lo terrificava a morte (“scared the shit out of me”).

La carriera di Nico continuerà su questa falsariga l’anno successivo con “Desertshore”, ancora realizzato con l’aiuto di John Cale. Ma questa è un’altra storia.

- Red

lunedì 26 novembre 2018

John Mayall: "Blues from Laurel Canyon" (1968)

Nel novembre di cinquant'anni fa usciva anche "Blues from Laurel Canyon", primo disco del bluesman inglese John Mayall senza i suoi Bluesbreakers, ma sempre con il fido Mick Taylor.
In seguito, Mayall si sarebbe trasferito negli Stati Uniti, proprio nel Laurel Canyon, mentre Taylor avrebbe sostituito Brian Jones nei Rolling Stones.



(disco completo con bonus track qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nuzE6ZL_qhCNL9FI74ZiwqN6ZsDH4uGGE)

John Mayall è noto per essere uno dei maggiori promotori del blues in terra britannica, e anche per avere scoperto chitarristi come Eric Clapton, Peter Green e Mick Taylor, tramite la sua band più nota, i Bluesbreakers. Nel 1969 si stufa e decide che vuole andare a vivere in America, dopo una visita nella zona del Laurel Canyon dove incontra per esempio Frank Zappa e i Canned Heat.

Prima di prendere questa decisione, però, rientrato temporaneamente in Inghilterra mette insieme un gruppetto richiamando il fedelissimo chitarrista Mick Taylor, e arruolando il bassista Steve Thompson e il batterista Colin Allen. Quest’ultimo racconterà in varie interviste il modo di lavorare di Mayall: non si fanno prove, mai; si prende il gruppo, lo si butta in studio, gli si spiega la struttura delle sue canzoni e via, si incide un intero LP in tre giorni a getto continuo, poi il quarto giorno si mixa tutto.

La ricetta funziona anche questa volta, con Mayall – che, oltre a cantare con grande versatilità, suona armonica, organo e seconda chitarra – in grado di gigioneggiare alla grande in blues dal suono classicissimo, che siano pianistici come “Laurel Canyon Home” o da quartetto blues come “Ready to Ride” e “Someone’s acting like a child”.

Ma siamo nel 1968! Non si può fare un disco solo con bluesettoni classici, quindi per rendere il disco meno monotono servono anche canzoni con qualche twist, come “Vacation”, strumentale in stile psichedelico che apre il disco e in cui Allen spacca alla grande alle pelli, “2401” che ha elementi quasi rock’n’roll e vede Taylor esibirsi alla slide guitar, il suggestivo blues etnico nativoamericano “Medicine Man” o “The Bear”, che inizia citando Taj Mahal e poi diventa country blues intriso di boogie e solare atmosfera West Coast. “First time alone” ospita Peter Green alla chitarra in quella che forse è la canzone più suggestiva del platter.

Il bluesman si tiene poi il meglio per la fine, strabiliandoci con i nove minuti di “Fly tomorrow”, in cui il diciannovenne Taylor ci regala un assolo da olimpo del blues rock.

Mayall incide un altro disco in Inghilterra nel 1969 prima di partire per Laurel Canyon. Colin Allen va in Scozia per unirsi agli Stone the Crows di Maggie Bell. Mick Taylor intanto entra nei Rolling Stones al posto di Brian Jones, e ci rimarrà per cinque anni. Ma questa è un’altra storia.

- Red

Bonzo Dog Band: "The Doughnut in Granny's Greenhouse" (1968)

Il novembre di cinquant'anni fa vede anche la pubblicazione di "The Doughnut in Granny's Greenhouse", secondo album dei dada rocker inglesi Bonzo Dog Band, amici dei Beatles e dei Monty Python e musicisti intelligenti innamorati di surrealismo e dadaismo.
"The Doughnut in Granny's Greenhouse" affianca l'esordio di "Gorilla" come migliore opera della Band.



(disco completo con bonus tracks disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nnBJsPd1tHnQqisX5oY4w7XBYjlFYD7fI)

I Bonzo Dog Band, collettivo musicale e satirico sorto in Inghilterra, avevano dato alle stampe il successo critico di “Gorilla” nel 1967, disco che più che rock si caratterizzava per vaudeville, influenze jazz, stupid songs zappiane. Per il seguito dell’album, il gruppo si trasformò in un quintetto più tradizionale e scelse un approccio meno disordinato e più stringentemente rock, cosa che se da un lato metteva la mordacchia ad alcuni dei momenti più esuberanti, dall’altro garantiva maggiore fruibilità e coerenza.

Composto in larga parte dai mattatori Neil Innes (piano, tastiere, chitarre) e Vivian Stanshall (tromba, tuba, violino), il disco prende il titolo da una barzelletta di Michael Palin, amico del gruppo e futuro Monty Python, e parrebbe riferirsi ai bagni esterni di una volta. A fianco dei due leader sono i vecchi compagni - il batterista Larry Smith e i polistrumentisti Roger Ruskin Spear (chitarre, tromba, clarinetto, cornetto, xilofono, glockenspiel e fisarmonica) e Rodney Slater (sax, tromba, oboe, cornetto, trombone). Il sessionman Joel Druckman supporta la formazione al basso.

“The Doughnut in Granny’s Greenhouse” si apre con i rumori psichedelici di “We are normal”, che esplode poi in un breve rock acido che cita l’opera teatrale “Marat/Sade” di Peter Weiss. “Postcard” interseca pop jazz raffinato e r&b inglese; “Beautiful Zelda” comincia come psichedelia e poi sbrodola tutto in una esilarante, orecchiabilissima parodia del genere.

Il titolo di “Can blue men sing the whites?” è chiaramente una presa in giro della domanda “can white men sing the blues?”, ma quello che conta è che si tratta di un pastiche perfetto che anticipa di dieci anni i Blues Brothers. “Hello Mabel” ci riporta all’intersezione fra trad jazz e vaudeville.

Se fino a qui il disco è stato perlopiù simpaticamente bizzarro, il crescendo nelle composizioni non si arresta, e la parte centrale del disco ospita alcuni dei pezzi migliori: “Kama Sutra”, nemmeno un minuto di surf’n’roll delizioso che introduce il rock minaccioso di “Humanoid Boogie”; lo show di Spear “The Trouser Press”, che rimanda alle storielle surreali del primo album e che ispirò il titolo di una delle più interessanti riviste americane di musica alternativa; la parodia di canzone francese “My pink half of the drainpipe”; l’acid rock di “Rockaliser baby”, pregno di influenze beatlesiane e raga e nobilitato da un eccellente solo di sax.

Chiudono il disco “Rhino Cratic Oaths”, un discreto rock narrativo, e la perfetta conclusione paradossale e alienante “11 Mustachioed Daughters”, col suo allucinato finale di pianoforte e rumori marini.

In conclusione, “The Doughnut in Granny’s Greenhouse” è il secondo grande album del gruppo inglese, che non mancherà di compiacere chi aveva amato il primo disco e potrà più facilmente essere apprezzato da chi trovava troppo confusionario e strabordante l’esordio. Il valore assoluto della formazione si confermerà anche nei dischi successivi, un po’ inferiori in quanto meno strani e originali, ma non per questo privi di bizzarrie e fascino.

- Prog Fox

giovedì 22 novembre 2018

Kinks: "The Kinks are The Village Green Preservation Society" (1968)

Il 22 novembre di cinquant'anni fa uscì anche un altro piccolo classico del rock inglese degli anni sessanta, "The Kinks are The Village Green Preservation Society" dei Kinks, appunto. Album clamoroso che inaugura una sequenza di tre dischi - con "Victoria" (1969) e "Lola" (1970) - che resteranno la testimonianza più fulgida del valore della band dei fratelli Davies.




(qui per l'LP completo: https://www.youtube.com/playlist?list=PL40xdWb-2paezlG0eNJH6EuYDqIaZb3nj)

Per coloro che rimpiangono il tempo in cui la musica non era solo una rincorsa al successo commerciale e alle classifiche, la vicenda dei Kinks, guidati dal cantante-chitarrista e autore Ray Davies, è monito esemplare a non idealizzare troppo il passato.

In particolare, nessun album dei Kinks è più adatto a essere di monito a queste persone di "The Village Green Preservation Society", disco del 1968 che mostra come il sentimento nostalgico per un passato immaginario sia sempre esistito, contemporaneamente alla sua hegeliana antitesi, gli slanci futuristi, in ogni fase della società umana.

Il presente di Ray Davies, infatti, è alquanto miserevole. L'uomo è schiacciato dalle pressioni della sua casa discografica, che gli chiede ogni volta di realizzare un nuovo hit da classifica. Dopo il successo del loro singolo "You really got me" (1964), i Kinks sono stati espulsi dagli Stati Uniti per cinque anni, perdendo l'occasione di partecipare alla fruttuosa era dei grandi concerti americani e venendo di conseguenza sottoesposti commercialmente. Allo stesso tempo, per quanto apprezzati nella loro terra d'origine, l'Inghilterra, non riescono a piazzare nelle parti alte della classifica né LP né singoli.

Le pressioni rischiano di far sciogliere il gruppo, che oltre a Ray consta dalle origini del fratello Dave, chitarra solista e seconda voce, del bassista Pete Quaife e del batterista Mick Avory. Ray, principale compositore del gruppo, che ha già iniziato una discesa in una vena nostalgica e malinconica nei due dischi precedenti, arriva al vertice della propria parabola concava con l'idea di un concept album che tratti il tema dei sogni dell'infanzia e della vecchia Inghilterra, quella fatta di paesini o quartieri periferici la cui vita sociale ruota attorno al 'village green', ovvero quel particolare tipo di parco pubblico inglese, spesso dotato di un gazebo in cui suonano le bande militari la domenica, magari con un laghetto per le papere, o un chiosco dei gelati di qualche forestiero venuto dall'Italia.

Il disco, naturalmente, pur avendo vendite rispettabili ed essendo adorato da colleghi musicisti come Pete Townshend, non entrò nemmeno in classifica. Solo anni dopo sarebbe diventato un disco di culto ed entrato in tutte le classifiche dei migliori dischi britannici. Dopotutto, la nostalgia per il passato e l'infanzia non erano esattamente valori popolari fra i giovani del '68, e i Kinks sembravano fuori fuoco e apolitici peggio del Paul McCartney di "Obladi-oblada" e "Penny Lane".

Come nelle migliori opere nostalgiche, il suo autore non si limita a sognare l'infanzia in modo acritico, ma riconosce chiaramente che il passato viene idealizzato dagli occhi di un adulto che rimpiange la propria giovinezza ('all my friends are all middle class and gray, but I live in a museum, so I am okay'), e che molte delle cose perdute si sono perse non per un peggioramento del mondo circostante, ma per l'inevitabile disillusione e problematicità che accompagna la vita adulta (temi che echeggiano in pezzi come "Do you remember Walter" e "Johnny Thunder").

In tutto questo, il brit pop dei Kinks e la melodicità delle opere di Ray non riescono a nascondere le origini di garage rock del gruppo: le chitarre sono sanguigne, con i power chords di Dave Davies in evidenza, la sezione ritmica è viscerale ed efficace, e niente può compromettere l'energia rock del quartetto (evidente specialmente in brani più vicini al r&b inglese di inizio decennio come "Last of the Steam-Powered Trains" e "Wicked Annabella", col suo finale alla Who): né clavicembali ("Village Green") od orchestrazioni al mellotron (grazie a uno dei migliori sessionman dell'epoca, Nicky Hopkins), né rumori psichedelici ("Phemomenal Cat") o armonie corali ("Starstruck", che anticipa certo glam rock di Bowie e T.Rex). Nel complesso chi scrive ritiene che questo elemento sia positivo; però i valori di produzione sixties possono emergere come un limite per un ascoltatore abituato a suoni più moderni.

All'epoca dell'uscita, "The Village Green Preservation Society" era chiaramente il migliore album del gruppo; un primato che avrebbe condiviso con i due dischi successivi, "Victoria" (1969) e "Lola" (1970). Difficilissimo stabilire una gerachia, ma di certo alcune delle più memorabili composizioni del gruppo si trovano su questo LP, a partire dal brano di apertura che da il titolo al disco, una melodia pop accattivante con armonie corali semplici ma efficaci, una sezione ritmica chitarra acustica-basso-batteria dinamica e vitale.

Altre perle dell'album sono l'alienazione implicita in "Animal Farm", la struggente, straziante "All of my friends were there" (una delle canzoni più introverse e agorafobe della loro produzione), la sarcastica "People take pictures of each other" (da fare sentire a tutti quelli che pensano che la mania dei selfie e delle fotografie su facebook siano segno di patologie uniche della nostra era), con cui il disco si chiude con una nota alta e la chiara presa di coscienza della band del fatto che fantasticare di un passato migliore resta, appunto, solo una fantasia.

- Prog Fox

Beatles: "The Beatles" aka "White Album" (1968)

Il 22 novembre di cinquant'anni fa usciva il "White Album", magnum opus dei Beatles.
Su questo album è stato scritto e detto di tutto; e una nuova messe di commenti e articoli seguirà la pubblicazione, per il cinquantennale, del deluxe set stracolmo di inediti, demo e versioni alternative.



(l'intero box set superdeluxe è disponibile nella gloria delle sue 107 tracce su youtube:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mMcxAy3_NLEnsuSq9I_qWIONOpdRfWlWw)

Partiamo dalle cose facili, mai scontate. “The Beatles”, meglio conosciuto come il Disco Bianco dei Beatles (White Album), è il loro nono album in studio ed il penultimo prima del loro scioglimento ufficiale. “Let It Be”, convenzionalmente definito l’ultimo album, contiene in realtà tracce precedenti ad “Abbey Road”, e fu realizzato con intenti più che altro commerciali, ma non per questo squalificabile nel corpus beatlesiano.

La precisazione va fatta perché ad un ascolto attento “Let It Be” ed il Disco Bianco hanno molte caratteristiche comuni, si avverte un’atmosfera di forte comunione stilistica, in quanto questi brani furono realizzati nello stesso arco temporale.

Altra ovvietà: il White Album segue il Srg. Pepper, ma solo nominalmente. Nella precedente recensione abbiamo ricordato come Srg. Pepper sia una capolavoro di ensemble stilistica, affiatato e ricco di splendida armonia di testi e musica, un lavoro di gruppo in cui ogni componente della band infonde il suo contributo con la massima compartecipazione. Giusto un anno dopo, questo quadrato slavato ci lascia senza fiato.

Essenziale, evanescente. In realtà così concreto, lontanissimo anche graficamente dalla barocca copertina del suo illustre predecessore. Un doppio album, ben 30 canzoni, gettate lì senza alcun filo conduttore apparente, a tema libero, anarchico e dinamitardo; ma anche pregno di una dolcezza adulta e consapevole, nutrito di sentimenti maturi, complessi, come a dipingere un Amore cosmico, universale e non più adolescenziale. E poi Oriente, India, Rishikesh, esistenzialismo e spiritualità senza fine. In una strepitosa cornice tecnica fatta di “finger-picking”. Il cuore karmico dell’album è puro, le melodie riecheggiano un Oriente diventato mitico, riscoperto con profondità ed eleganza, degne di un filosofo ottocentesco che costruisce l’idealismo tedesco mediante innamoramenti orientali.

I Beatles destrutturano il 68’ in modo innovativo, così da consegnarci un’opera intatta e soprattutto onesta, tanto che oggi il loro impareggiabile lavoro si trova cristallizzato e filtrato in purezza: esso non solo ci descrive l’epoca, ma ci restituisce una critica musicale essenziale a quel magmatico periodo storico. Ovvero, non è solo una cartolina sbiadita del periodo dei fiori in testa verso San Francisco.
Il composto animo inglese, sornione in attesa della sua nuova definizione di Impero del XX secolo, nella versione estetica di John si trasforma in una buffonesca parodia “sui generis”; blues, esperienze tantriche, il suo rapporto con Yoko, la questione americana, l’insanabile pigrizia dell’artista, la critica al periodo indiano ed infine il suo caleidoscopico nonsense, mitigato, anzi solo addomesticato, dopo l’esperienza ebbra del “Walrus”. In poche parole: qualche goccia di LSD in un ottimo tè Earl Grey. John è l’anomalia sistemica dell’album. Certo, tutto funziona bene e stiamo parlando del decimo album migliore al mondo (su 500!), ma dopo centinaia di ascolti non può che emergere con forza l’insofferenza del Nostro per il sistema in cui si trova a lavorare. Se si volesse sintetizzare in poche parole l’apporto di Lennon all’album sarebbe: geniale ma problematico.

“Happiness is a Warm Gun” è stupenda e per questo ti pone di fronte ad una scelta; ti piace? ne vuoi di più? ma dove lo trovo? “I'm So Tired” sembra comunicare qualcosa di più; “Everybody's Got Something to Hide Except Me and My Monkey” è la mazzata finale.
Paul invece è tranquillo, si muove quasi con maggiore dimestichezza: senza il dubbio recondito di dover manifestare qualcosa al mondo. I brani sono di certo tra i migliori della sua produzione: “Blackbird” rimane il manifesto di tutta la sua poetica a venire, “Ob-La-Di, Ob-La-Da” il massimo esempio di divertissement beatlesiano, “Martha My Dear” e “Mother Nature's Son” un inno alla vita e senza alcun dubbio brani dal forte imprinting per gli anni a venire.
Non tralasciamo “Back in the U.S.S.R.” e soprattutto “Helter Skelter”, il primo brano hard-rock della storia.

La sintesi di tutto questo: una campagna inglese intatta nelle sue originali enclosures, bombardata da missili provenienti da un Sottomarino Giallo, ancorato poco più in là. A Paul non importa del conflitto, lui è lì per fare canzoni.

Non faremmo giustizia all’album ed al gruppo stesso se non ricordassimo l’apporto fondamentale di George: “While My Guitar Gently Weeps” è la canzone che tutti i chitarristi degni di questo nome avrebbero voluto comporre. Meravigliosa, struggente e pregna di significati, nella sua semplice e geniale esecuzione: un vero capolavoro. “Piggies”, semplice e fanciullesca, oggi è ricordata soprattutto per essere l’infausta canzone che ha ispirato la Family di Manson nel suo infame percorso, insieme ad “Helter Skelter” e “Happiness is a Warm Gun” (per chi non lo sapesse “Pig” è il termine dispregiativo con cui sono definiti i poliziotti negli USA). Noi la ricordiamo oggi per il meraviglioso refrain. “Long, Long, Long” è una struggente e silenziosa chiacchierata con l’Eterno; ascoltatela nella vostra stanza, da soli e con il massimo silenzio possibile, e soprattutto godetevi la parte finale. “Savoy Truffle” è dedicata all’amico Eric Clapton, troppo goloso di cioccolatini e quindi funestato da problemi odontoiatrici.

Arrivati alla fine, scontato il giudizio rimane una domanda. Perché tutto questo? Com’è scaturito questo caos meraviglioso di contribuiti geniali? Perché questo preludio sublime che ci porta poi alla fine? Non ho tutte le risposte, ma so con certezza che la morte del grande Brian Epstein, manager e mentore del gruppo, ha di certo influito. Senza alcun dubbio e con grande forza. Dopo la sua morte passeranno solo poco più di 2 anni, ed i Beatles si scioglieranno, nella data resa ufficiale del 10 aprile 1970.

Cosa avete davanti, pronto all’ascolto: un anti-concept album, una delle più grandi e potenti esperienze musicali del secolo. Un involucro minimalista, che nasconde i massimi contenuti.

- Agent Smith

mercoledì 21 novembre 2018

Beach Boys: "20/20" (1968)

Il 21 novembre di cinquant'anni fa venivano completate le tormentate registrazioni di "20/20", disco dei The Beach Boys che seguiva il disastro conclamato del loro precedente "Friends".
Pur con gli enormi problemi dovuti alla discesa nel disagio mentale del leader Brian Wilson, il gruppo riesce a produrre un disco dignitoso.

(LP completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_m6Z0OFGhN8xaxScba8NbufZwmgDQlJ3xQ)

Nel 1968, dopo il primo crollo nervoso che aveva portato alla cancellazione dell'album "Smile" e dopo i pessimi risultati commerciali e di critica del pur interessante "Smiley Smile" e di quelli pessimi anche artisticamente di "Friends", uno dei dischi peggiori dell'epoca, il leader dei Beach Boys, Brian Wilson, stava sprofondando nella depressione al punto di manifestare propositi suicidi.

La situazione era ormai talmente fuori controllo che si dovette ricoverare per un certo periodo in una clinica psichiatrica. Quando ne uscì, però, Brian non aveva più voglia di impegnarsi a tempo pieno nella produzione del nuovo album. Secondo quando dice l'allora moglie Marilyn, Brian era stufo dei litigi nel gruppo e decise di tirarsi indietro per sfida, per vedere cosa gli altri sarebbero riusciti a combinare senza il suo apporto.

Furono così i suoi fratelli Carl (voce, chitarra) e Dennis (voce, batteria) ad occuparsi di assemblare "20/20", completando e sovraincidendo alcuni brani scartati dalle sedute di registrazioni passate (come l'eccellente "Cabinessence") e producendo nuovi brani verso la fine dell'anno, talvolta con l'assistenza di Brian. Una parte di canzoni provenivano infine dalle ultime sessioni guidate da Brian prima del suo ricovero.

Grazie a Carl e Dennis, il complesso si risolleva così dalla polvere: troviamo la nostalgia della giovinezza surf, riarrangiata però in maniera molto più complessa musicalmente ("Do it again", la cover di "I can hear music" delle Ronettes), innesti di pop romantico ("Be with me", "Time to get alone"), perfino brani che sfiorano hard rock (la cover di "Bluebirds over the Mountain") e r&b ("All I want to do" di Dennis) e un intrigante strumentale a firma dell'ultimo arrivato Bruce Johnston ("The nearest faraway place").

Un motivo di interesse del disco è che su di esso compare una delle due canzoni scritte dal famoso criminale Charles Manson per l'amico Dennis Wilson. La proprietà di "Never learn not to love" fu venduta da Manson a Wilson per 100'000 dollari, dopodiché Dennis la rielaborò e cambiò completamente, facendo molto arrabbiare l'instabile Manson.

Pur con i difetti tipici dei Beach Boys, cioè l'eccessiva levità nei testi e nelle musiche, siamo davanti a un LP gradevole, con un lato A particolarmente ispirato, anche se la band sembra non essere in grado di salvarsi se non riagganciandosi alla propria nostalgia, aumentando il solco che li separa dai gruppi considerati 'in' dai 'giovani'. Il momento magico dei Beach Boys era ormai passato per sempre.

- Prog Fox

giovedì 8 novembre 2018

Nice: "Ars Longa Vita Brevis" (1968)

Nel novembre di cinquant'anni fa usciva "Ars Longa Vita Brevis", il secondo album dei Nice di KEITH EMERSON, Lee Jackson e Brian Davison e uno dei primi album del nascente rock progressivo.
Più delle trascurabili canzoni di rock psichedelico ormai datate sono interessanti le due lunge suite di art rock, sia quella che da il titolo all'album e occupa l'intero lato B, sia la rilettura del compositore finlandese Jean Sibelius "Intermezzo from Karelia Suite" che conclude il lato A.



(il disco completo si può ascoltare qui:https://www.youtube.com/watch?v=Tt99wLDaTVg)

A fine 1967 i Nice avevano realizzato l'album "The Thoughts of Emerlist Davjack", uno dei padri del rock progressivo, sospeso fra psichedelia britannica e influenze classiche e jazz, non solo nelle virtù musicali di Keith Emerson alle tastiere e Brian Davison alla batteria, ma anche nella scelta di riprendere veri e propri temi della musica classica e del jazz third stream, come il Rondo di Brubeck mescolato a un preludio di Bach.

Nel 1968 il gruppo inglese si infila in studio di registrazione ma dopo poco li lascia il chitarrista David O'List, inquieto musicista che perderà più e più volte il treno per la fama per colpa di un cattivo carattere e - forse - di abusi di alcool e droghe. I tre rimasti - Keith Emerson, tastiere; Brian Davison, batteria; Lee Jackson, basso - decidono di continuare come trio e di spingere al massimo le idee studiate nel primo disco, realizzando così questo ambiguo "Ars longa vita brevis", titolo ispirato alla massima di Ippocrate.

I Nice ricorrono a una divisione del disco in due parti distinte, con una facciata fatta di brani più brevi e una facciata interamente dedicata a una suite in larga parte strumentale (vedi "Shine on brightly" dei Procol Harum e "In-a-gadda-da-vida" degli Iron Butterfly). Il lato A consiste infatti in tre trascurabili canzoni psichedeliche e nell'interessanteìissimo "Intermezzo from the Karelia Suite", basato sull'opera del compositore finlandese Sibelius. Il lato B è invece dominato dall'opera che da il titolo al disco, "Ars longa vita brevis", suite di venti minuti divisa in introduzione, quattro movimenti e coda.

Se le canzoni psichedeliche ripetono più stancamente gli stilemi del primo disco e risultano poco più che riempitivi (pur nella particolarità di poter sentire in due brani Keith Emerson come cantante, ruolo più spesso affidato al bassista Lee Jackson - entrambi comunque non particolarmente validi in tale capacità), sono i due lunghi strumentali ad attirare la nostra attenzione.

La rilettura rock estratta dall'opera di Sibelius è probabilmente uno dei brani migliori della carriera dei Nice, trascinato dalle magie tastieristiche di Emerson, con Davison e Jackson comprimari di lusso - quest'ultimo suona anche il basso con l'archetto, mentre il batterista si esprime con convinzione mostrando di possedere un notevole tocco personale. Tutto ciò che in tema di riletture metteranno in mostra Emerson, Lake & Palmer nel corso dei primi album è già presente con grande padronanza e compiuto sviluppo in questa traccia essenziale per la storia del rock progressivo.

Meno convincente la lunga suite "Ars longa vita brevis": intanto per la scelta di iniziare con un noioso assolo di batteria, forse per tediarci all'inizio invece che alla fine come già stavano facendo in troppi; ma la lunghezza della composizione appare eccessiva, solo a tratti i temi risultano davvero convincenti, come in particolare: nel finale pianistico del secondo movimento (con ospite alla chitarra elettrica Malcolm Langstaff); nella splendida, dissacrante intersezione fra un movimento del terzo Concerto Brandeburghese di Bach eseguito da una orchestra a un riff di hard rock tastieristico. Resta come punto forte di tutto, quasi inaspettatamente, l'approccio di Davison alla batteria - un grande musicista ingiustamente sottovalutato, con chiare influenze jazz e swing nel suo suono.

Il disco, sia alla luce dei successivi capolavori di Emerson, Lake & Palmer, sia alla luce delle datate canzoni psichedeliche che lo aprono, ha finito per apparire più come una curiosità storica che come un album solido quale in effetti è. Ma se avete un interesse anche superficiale nel rock progressivo, la Karelia Suite va recuperata assolutamente. Se siete fanatici del genere, vi tocca ascoltare anche la suite del lato B.

- Prog Fox

mercoledì 31 ottobre 2018

Led Zeppelin: "Led Zeppelin" (1968)

Tra il settembre e l'ottobre di cinquant'anni fa, un totale di 36 ore di registrazione per una spesa di 2'000 sterline frutta a quattro musicisti inglesi un contratto discografico per la pubblicazione del loro primo album, chiamato, proprio come la band, "Led Zeppelin".
Sarebbe stato pubblicato il 12 gennaio del 1969.



(il disco completo si trova qua:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kBuigfoB79x8bX2p32UZw1DcZHo7bkMWA)

Gli elementi del disco di esordio dei Led Zeppelin erano già lì quando lo registrarono: tutto stava a fonderli fra loro con il giusto amalgama. 

Il blues rock aveva dominato gli anni sessanta in Inghilterra, e Jimmy Page (24 anni) era stato il chitarrista solista degli Yardbirds, uno dei principali esponenti del genere, dai quali appunto era sorta la sua nuova band. Il bassista John Paul Jones (pseudonimo di John Richard Baldwin, 22 anni) aveva lavorato come sessionman e arrangiatore in molta musica psichedelica. Il canto di Robert Plant (20 anni, di madre romani) si ispirava chiaramente a quello del primo grande urlatore, quel Roger Daltrey degli Who che creò la figura del cantante hard/metal moderno, sospeso fra delicatezza e acuti sgolati. John Bonham (20 anni), reciproco di Keith Moon, rappresenta con lui probabilmente il più importante e influente batterista del rock del decennio

Il suono di Jimi Hendrix era apparso fra 1966 e 1967 e cambiato per sempre la chitarra. Ma nessuna band aveva messo insieme acid rock e blues rock con questo livello di energia sonora.

La caratteristica rivoluzionaria dei Led Zeppelin, infatti, è quella di cancellare completamente ogni sfumatura di colore dalla musica. In tutti i precedenti tentativi di hard rock, dagli Steppenwolf agli Iron Butterfly, rimanevano come aspetto fondamentale le coloriture, da un uso folk-country delle chitarre acustiche a sottigliezze batteristiche, a uso di strumenti inusuali che rimandavano a forme musicali diverse (il vaudeville per i Beatles e i Kinks, la musica classica nelle letture bachiane dei Procol Harum). Qui il suono è come in bianco e nero: la batteria è complessa ma spinta sulla tonalità del mostruoso da Bonham (la sua importanza nello sviluppo del suono della band non può essere minimizzata), persino in una ballata acustica come "Babe I'm gonna leave you", i cui ritmi anomali sono affogati dalla foga marziale delle schitarrate di Page (unica eccezione, nel disco, resta la delicata digressione di chitarra acustica e tabla in "Black Mountain Side").

Da un lato, i Led Zeppelin ignorano completamente il proto-punk di Stooges, Velvet Underground ed MC5, riallacciandosi completamente alla tradizione blues di Willie Dixon e Howlin' Wolf (con citazioni letterali, peraltro, come "You shook me" e "I can't quit you baby"). Dall'altro, però il blues qui non è più né citazione o rielaborazione devota in contesti più o meno innovativi (come per Mike Bloomfield), nè trampolino di lancio per escursioni lisergiche (come per Jimi Hendrix) o per esplorazioni musicali collettive (come per Eric Clapton nei Cream), ma solo una base armonica sulla quale tracciare una visione musicale cupa, dalla quale trasuda un senso continuo di sopraffazione introversa, che talvolta cerca catarsi nel sarcasmo ("Good Times Bad Times", "Communication Breakdown", "How many more times"), ma più spesso si rifugia nella depressione, nella confusione, nella disperazione ("Babe I'm gonna leave you", "Dazed and Confused", "You shook me", "I can't quit you baby").

Un senso di rabbia repressa, come incapace di sfogarsi, permea molte delle tracce del disco e rappresenta la premessa indispensabile per interpretare gran parte del rock degli anni settanta, quel rock che non sarà più il segno della speranza in un futuro migliore (né della fuga dalla realtà dei giovani idealisti delusi che cercheranno nella nazione di Woodstock i propri beniamini musicali, come gli Who di "Tommy" o il John Lennon solista), ma un modo del tutto nuovo, una valvola di sfogo, per interpretare la realtà della generazione appena più giovane.

I Led Zeppelin con questo disco si assumono il compito di filtrare le idee di Jimi Hendrix per la generazione di musicisti e ascoltatori che da tali ispirazioni inventerà l'hard rock (per i ribelli e i violenti), il progressive rock (per gli intellettuali) e il glam rock (per i disadattati e gli escapisti) moderni.

Superblues elettrico che apre di fatto gli anni settanta in musica, il disco di debutto dei Led Zeppelin è un colossale dirigibile di piombo e uno dei più grandi album del rock del secondo Novecento. Avrà una influenza immensa sulla storia del rock e del metal, segnandoli soprattutto dal punto di vista psicologico.

- Prog Fox

martedì 30 ottobre 2018

MC5: "Kick out the jams" (1968)

(LP completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mipeIasmM_WOtfrNs0pt3yd7u50ICpnoE)



Gli MC5 (acronimo di "Motor City Five", motor city si riferiva a Detroit) erano cinque bastardi fottuti strafatti di spirito rivoluzionario e droga. Le menti musicali del gruppo erano i chitarristi Wayne Kramer e Fred Smith, mentre il frontman era Rob "Tyner" Derminer, un mattocchio legato ai radicali di sinistra della città.

Inciso dal vivo nell'arco di due serate a Detroit, il 30 e 31 ottobre del 1968, fu pubblicato nel febbraio dell'anno successivo.

Considerata l'epoca in cui fu registrato, questo è probabilmente il disco più violento della storia. I punk ci misero dieci anni prima di riuscire a fare qualcosa di altrettanto bastardo e incazzato. Inutile dire che si tratta di un capolavoro.


Se le cover di "Motor City Burning" e "Ramblin' Rose" e l'inedito "Kick out the jams" li proiettavano nelle band più violente di ogni tempo, con il muro sonoro del feedback delle chitarre e il canto ulcerato di Tyner, la conclusiva "Starship", versione rock elettrica del masterpiece del jazzista Sun Ra, mostrava che il gruppo non era costituito solo da muscoli, ma aveva anche sensibilità e cervello.

Curiosità: del disco uscirono due versioni, una censurata e una non censurata - in questa seconda, si poteva sentire chiaramente il cantante Tyner arringare la folla chiamandola 'motherfuckers' nei primi secondi del disco. I problemi causati da questa scelta nel 1968 furono così tanti che la loro casa discografica, la Elektra, li licenziò. Forse contribuì anche il fatto che per lamentarsi con i negozi Hudson's che non volevano vendere proprio il disco, la band acquistò una pagina di un giornale con la faccia di Tyner e il logo della band che dicevano "fuck Hudson's".

Da questi segnali già si capisce che gli MC5 erano troppo drogati, violenti e incontrollabili per durare a lungo nel mondo del rock. E infatti non durarono.

Ma questa è un'altra storia.

- Red

domenica 28 ottobre 2018

Traffic: "Traffic (II)" (1968)

Cinquant'anni fa veniva pubblicato "Traffic", secondo - e non primo, nonostante il nome - disco della formazione omonima inglese, guidata dal cantante-organista Steve Winwood. Un disco assolutamente buono ma non al livello del loro strepitoso esordio dell'anno prima ("Dear Mr. Fantasy"), forse danneggiato dai litigi interni alla band, che la tormenteranno per tutta la carriera.


(disco completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=y8-EFlkVTok)

I Traffic sono un gruppo bizzarro, proveniente da Birmingham, composto da personaggi bizzarri e dalla personalità piuttosto difficile da inquadrare. Il loro secondo album, chiamato semplicemente "Traffic", vede la band già impegnata a cascare a pezzi nel mezzo delle registrazioni, anche se questo non si sente tanto. 

Steve Winwood, ex-cantante/pianista/organista dello Spencer Davis Group, è un ragazzo introverso di soli vent'anni, che sta nel music business da quando ne ha dodici e venera Ray Charles. Gli interessa praticamente solo suonare e farsi le canne. Jim Capaldi è un batterista che scrive frasi e poesie su quadernini che porta con sé, e anche a lui interessano solo la musica e le canne. Chris Wood è un flautista, sassofonista e tastierista; a lui oltre che a suonare e farsi le canne interessa l'alcool, che infatti lo ucciderà nel 1983 a soli 39 anni. I tre spesso compongono insieme e farebbero jam notte e giorno senza smettere, nel loro cottage nella campagna di Birmingham alimentato da un generatore elettrico e dove entrano ed escono amici musicisti e donne per suonare e fumare giorno dopo giorno. 

Ma le persone in copertina sono quattro. Il quarto è Dave Mason, un chitarrista-cantante a cui non interessa né farsi le canne né bere, e che non tollera l'idea di vivere continuamente insieme agli altri tre e alla continua processione di gente che entra ed esce dal cottage di campagna. Poi non è nemmeno un grande amante delle jam: a Mason piace comporre canzoni puntuali, e gli piace farlo da solo. Arriva con i pezzi finiti, gli arrangiamenti già decisi e istruisce gli altri tre su cosa debbano suonare. Inoltre è anche pigro nei suoi contributi alle canzoni scritte dagli altri.

Dopo la registrazione del primo, eccezionale, disco nel 1967, Mason se ne va dal gruppo. Gli altri allora continuano come trio, fanno un tour in America e a maggio iniziano a incidere il secondo album. Decidono quindi di contattare Dave e invitarlo a suonare di nuovo insieme. Dave è senza una band e accetta.

Le coordinate del disco non cambiano molto rispetto a quelle del primo: i Traffic producono un misto creativo di folk, blues, rock e jazz dell'esordio, e il disco è indubbiamente un buonissimo lavoro; ma non è il capolavoro che era "Dear Mr. Fantasy", nei confronti del quale soffre il classico complesso del 'secondo album', quello di chi cerca di ripetersi un po' troppo pedissequamente, come spesso avviene nel rock e non solo.

I pezzi notevoli non mancano: i brani più folk sono di Mason, l'allegria folk-country di "You can all join in" e la malinconia struggente di "Don't be sad" (Mason), più "Vagabond Virgin" (Capaldi/Mason) che ne è la surreale sintesi; le jam sono perlopiù opera degli altri tre: spiccano "Pearly Queen", senza Mason e con Winwood alla chitarra, la desolata "No time to live", e l'ottima "Cryin' to be heard", composta da Mason e forse il brano più autenticamente corale del disco, con Wood in evidenza al sax soprano.

Non si può dir male di questo disco, che resta un'ottima opera di uno dei migliori gruppi inglesi del periodo, anche se abbiamo già detto che il livello del disco non raggiunge quello del debutto, e sarà superato anche dal successivo "John Barleycorn must die" (1970).

Dave Mason non resiste oltre le incisioni dell'album e a ottobre se ne va. Stavolta però il taciturno Winwood fa lo stesso, mollando Wood e Capaldi da soli, facendoglielo dire dal suo manager e fuggendo con Ginger Baker ed Eric Clapton per fondare i Blind Faith, supergruppo destinato a un prematuro scioglimento. 

Solo dopo la fine dei Blind Faith, Winwood tornerà sui suoi passi e rifonderà i Traffic con Wood e Capaldi.

- Prog Fox

venerdì 26 ottobre 2018

Beau Brummels: "Bradley's Barn" (1968)

Nell'ottobre di cinquant'anni fa esce anche "Bradley's Barn", l'ultimo album degli americani The Beau Brummels. Ridotti al solo duo di Sal Valentino e Ron Elliott, non si perdono d'animo e prima di sciogliere la loro collaborazione compongono e incidono un disco delizioso al confine fra il vecchio folk rock californiano e il nascente country rock.



(album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kZ1J16J9j5p6z_n3ekQImruCuozUUEoSQ)

I Beau Brummels arrivano al 1968 letteralmente decimati e non in condizione di andare avanti: dopo il bel “Triangle” del 1967, nel quale erano rimasti in tre, ora rimangono in due, perché il bassista Ron Meagher viene coscritto dalle forze armate. Il cantante Sal Valentino e il chitarrista Ron Elliott decidono quindi che è ora di levare le tende, ma di farlo coi fuochi artificiali però.

Visto che ormai sta esplodendo la moda di recuperare le radici americane, roots rock, country rock e puttanate varie, i due pensano di farlo alla grande: si va a Bradley’s Barn, a Nashville, Tennessee, uno dei più importanti studi di registrazione del country, nella fattoria del produttore Owen Bradley & fratello, e si prende come batterista Kenny Buttrey, uno dei sessionmen più quotati del genere, fresco di lavoro con Bob Dylan.

L’album viene fuori una crema.

Non solo Valentino ed Elliott sono ormai diventati dei compositori fluidi e intelligenti, ma gli escono pure tutte bene ste canzoni, che sanno spaziare lungo tutto l’arco di una carriera, dal beat influenzato dai Beatles, passando per il folk rock alla Byrds & Dylan, per arrivare al nascente roots rock ("Turn around", "Deep Water") e al country duro e puro ("An added attraction") o a un misto di tutto quanto ("Cherokee Girl" e "Little Sleeper", le migliori del lotto non a caso), con una produzione impeccabile che mantiene il suono coerente e coeso pur nella ampia variabilità del materiale. Le canzoni poi hanno spesso (non sempre, vedi "Little Bird", pallosetta) curve improvvise e impreviste, tagli inusuali, sempre qualcosa di inaspettato e piacevole che vi porta fuori strada ma con dolcezza, nel difficile ma riuscito compito di unire idealmente San Francisco e Nashville, prima di tanti altri e – e questo è più importante – meglio di tanti altri.

Come una appendice finale poi il duo incide una canzone scritta per loro dall’amico Randy Newman, “Bless you California”, che pone il sugello finale a una carriera in crescendo, di un gruppo dignitoso e ingiustamente dimenticato che ha scritto pagine memorabili della storia del rock californiano.

Sal Valentino e Ron Elliott continueranno ancora a lavorare, insieme e per altri, con band quali Stoneground e artisti come Van Morrison e Randy Newman. E nelle occasionali reunion dei Beau Brummels.

Ma questa è un'altra storia.

- Red

giovedì 25 ottobre 2018

Jethro Tull: "This was" (1968)

Il 25 ottobre di cinquant'anni fa esce il debutto su LP di una band che farà la storia del progressive rock: "This was" dei Jethro Tull. Il disco è quello di una formazione che superficiamente appare ancora compresa all'interno della seconda onda di blues rock britannico, ma che in realtà ha elementi progressivi e jazz che rimandano all'influenza di pionieri come Traffic e Family.



(cd completo con pezzi bonus --> )

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