Esce quarant'anni fa oggi "Black Celebration", quinto album dei Depeche Mode.
(disco completo qui: "Black Celebration")
Pur essendo a pieno titolo considerati tra le icone della musica anni ’80, i Depeche Mode hanno poco a che fare con l’immagine patinata di quel decennio. Certo, “Just can’t get enough” fu un riempipista notevole, il più riuscito dei molti che avevano messo a segno nei primi 3 anni della loro carriera. Tuttavia già nel 1984, con “Some great reward”, l’etichetta di SynthPop comincia a stare stretta alla band di Basildon. Così, dopo aver pubblicato una raccolta di singoli nell’85, i DM si apprestano a svoltare la loro carriera con un disco per molti versi speciale nella loro discografia.
“Black Celebration” è, tanto per cominciare, l’unico disco dei Depeche Mode ad avere una title-track, ovvero un brano omonimo; è il disco della definitiva svolta verso sonorità e temi dark, i frizzi e lazzi da dancefloor sostituiti da sintetizzatori taglienti, ritmiche martellanti, testi introspettivi e cupi, oscillanti tra sarcasmo nero e disperato romanticismo; è anche il disco che costò alla band un mezzo esaurimento nervoso: divisi su tutto, più volte in procinto di gettare le intere registrazioni e ricominciare da capo, con l’etichetta ed il pubblico inizialmente diffidenti verso i “nuovi” DM.
“Black Celebration” fu forse il parto più difficile della premiata ditta Gore&Gahan. Ma, dice oggi la critica unanime (quindi escluso Scaruffi), “Black Celebration” è uno dei dischi migliori dei Depeche Mode. Secondo alcuni, IL capolavoro dei Depeche Mode.
Di certo si tratta di un disco molto vario: a brani dalle sonorità aggressive, affidate ai trattamenti del tastierista\fonico Alan Wilder (“A question of time”), si alternano tracce più raccolte e minimali, sognanti (“Dressed in black”). Quando le due anime si incontrano, ecco che i grandi classici “à la” Depeche Mode prendono forma: “Stripped”, “Here is the house” e la title track sono i primi pezzi che portano il marchio di stile che avrebbe reso inconfondibili le produzioni della band inglese. Il brano che chiude il disco, “New dress”, è un’invettiva corrosiva e sarcastica contro la superficialità dilagante, il consumismo sfrenato e il menefreghismo di quella generazione.
Black Celebration è un autentico colpo al cuore del decennio: l’uscita di questo disco è il momento in cui gli anni ’80 hanno cominciato a finire. Anche musicalmente, Black Celebration anticipa alcuni dei pezzi da novanta del decennio successivo: per una “Flies on the windscreen” cui mancano giusto un velo di distorsore e qualche BPM in più per diventare un pezzo dei Nine Inch Nails, c’è una “It doesn’t matter two” che anticipa i gospel psichedelici dei Primal Scream.
Ma allora, “Black Celebration” è il capolavoro dei Depeche Mode? Sicuramente è il primo dei classici imprescindibili della band, che a partire da qui avrebbe inanellato un poker di quattro album in studio, uno migliore dell’altro (“Music for the masses”, “Violator”, “Songs of faith and devotion”), intervallati dal grandioso live “101”. Un disco da avvicinare con cautela e prudenza, perché se da un lato c’è il rischio di non capirlo al primo ascolto (e fare poi delle figuracce quando ne parlate in pubblico), dall’altro c’è la concreta possibilità che provochi assuefazione.
- Spartaco Ughi
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