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sabato 22 dicembre 2018

Roberto Vecchioni: "Calabuig, Stranamore e altri incidenti" (1978)

Dicembre è il mese dei dischi dalla data ignota: oggi è la volta di "Calabuig, Stranamore e altri incidenti", uno dei migliori album del cantautore milanese di origine napoletana Roberto Vecchioni, che quest'anno festeggia i quarant'anni dalla sua pubblicazione.



(LP completo disponibile qui: https://tinyurl.com/yd79su98)

lunedì 10 dicembre 2018

Vasco Rossi: "Non siamo mica gli americani" (1978)

Nel dicembre di quarant'anni fa vengono completate le incisioni del secondo album di un ventiseienne di belle speranze proveniente dall'Appennino modenese.
Il disco si chiama "Non siamo mica gli americani". Verrà poi ristampato col titolo del suo maggiore successo.


(LP originale disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PLhXuZD7li2e8ijJ1AzafkNpK_C1ioSeHl)

Il fatto che questo disco sia stato poi ristampato come “Albachiara” la dice lunga.
Comunque non è che si può ridurre il tutto ad “Albachiara”.

Sì, è vero che il successo di “Albachiara” ha trasformato la carriera del Blascone nazionale, però diciamoci le cose come stanno: c’è un motivo se Vasco Rossi è arrivato a essere quello che è, e questo qualcosa lo è diventato mica per quello che ha scritto dopo il 1993. Il Blasco lo è diventato per quella sequenza di dischi che a partire da questo lo ha portato fino a “Bollicine”, “Una canzone per te” e “Vita Spericolata” su “Bollicine”, appunto, nel 1983, dopo il quale fu solo consolidamento ma non ci fu più immaginazione.

Qui invece l’immaginazione c’è. La controcultura post-77 è ancora presente in “Faccio il militare”, che rievoca l’infinita noia della leva (anticipando “Prima Guardia” dei Litfiba e seguendo “Il barbiere” degli Stormy Six); la canzone d’amore italiana dei Baglioni e dei Pooh viene superata da pezzi molto più carnali e allo stesso tempo dotati di un sanguigno romanticismo come “Io non so più cosa fare” e soprattutto “Albachiara”, illuminata da un riff anthemico di Maurizio Solieri e sicuramente canzone simbolo del disco assieme all’altro capolavoro “Fegato, fegato spappolato”.

Il bere non è roba da ridere, è malessere esistenziale, amore tossico della vita di provincia. Il sesso non è roba da fotoromanzo o romanzetto harmony, è sesso e basta. Lo stesso che fa immaginare “La strega”, la diva del sabato sera delle discoteche, verso cui però il Vascone ha anche un po’ di soggezione e ammirazione.

Per finire poi abbiamo “Va be’ (se proprio te lo devo dire)”, in cui fa a fette l’idea di rapporto monogamo e romantico su una basculante base di sarcasmo musicale, nel solco della “Ambarabaciccicoccò” del disco d’esordio.

Ottima la band al servizio del Blasco: oltre al grande Maurizio Solieri alle chitarre segnaliamo soprattutto Gaetano Curreri e Giovanni Pezzoli, futuri Stadio, rispettivamente a tastiere e batteria, il bassista Gian Emilio Tassoni (splendido il suo lavoro in "Albachiara" e "15 anni fa") e il fedelissimo Rudy Trevisi ai fiati.

Accelerata la propria liberazione dagli stilemi della canzone d’autore degli anni ’70, Vasco rimescola un po’ con la canzone pop italiana alla ricerca di un proprio linguaggio. Lo troverà completamente nei due dischi successivi, i migliori della sua produzione, “Colpa d’Alfredo” e “Siamo solo noi”.

Ma questa è un’altra storia.

- Red

sabato 8 dicembre 2018

Public Image Ltd: "Public Image: First Issue" (1978)

L'8 dicembre di quarant'anni fa usciva "Public Image: First Issue", primo disco dei PIL (Public Image Ltd) di John Lydon Official, ex-Johnny Rotten dei Sex Pistols.
Il gruppo si infilava nel proficuo filone del post-punk con un disco cupo e alienato. 



(disco completo disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PL54305507986C182C)

Dopo lo scioglimento dei Clash, Richard Branson della Virgin Record si prodigò per mantenere buoni rapporti con il loro cantante Johnny Rotten, che riteneva ancora una possibile miniera d'oro. 

Come prima cosa, accettò il consiglio del fotografo Dave Morris di portarsi Rotten nel loro viaggio in Giamaica alla ricerca di possibili nuovi artisti reggae da produrre. Poi gli venne l'idea di invitare i Devo in Giamaica per proporre Rotten come loro nuovo cantante solista, ma l'idea non piacque a nessuno. Così, tornato in Inghilterra, Rotten chiese all'amico bassista Jah Wobble (alias John Wardle) di formare una nuova band che potesse aggiungersi alla folta messe di progetti post-punk che imperversavano nel paese.

Abbandonato il look punk e il nome di Johnny Rotten, John Lydon tornò al suo vero nome e con Jah Wobble reclutò Keith Levene (chitarre), ex-chitarrista dei Clash la cui attitudine sperimentale e molto meno politicizzata lo aveva portato a lasciare il gruppo quasi agli esordi, e Jim Walker (batteria), uno studente canadese di 23 anni. Tra luglio e novembre, il gruppo incise il suo album di esordio, "Public Image: First Issue", pubblicato poi a dicembre.

"Public Image: First Issue" fu considerato una delusione all'uscita, mentre un classico a distanza di anni. La verità probabilmente sta nel mezzo: si tratta di un prodotto abbastanza tipico della sua epoca, con chitarre fortemente abrasive, un drumming violento ma molto preciso e interessante da parte del giovane Walker e una passione commovente per atonalità e noise, mentre l'amore per il dub e il reggae di Jah Wobble si intravede sottotraccia.

Quello che un po' manca all'album non sono le idee o le ambizioni artistiche, ma sono un po' le melodie, quantomeno per giustificare la durata di composizioni ossessive e ripetitive come "Theme" e "Religion II", delle quali si finisce per apprezzare più l'esecuzione affascinante che non il contenuto (qualcosa che avvicina i Public Image Ltd ai gruppi progressive e di avanguardia, più che alla scena punk). Quando il gruppo si lascia andare a un tema musicale più punk come in "Public Image", si sente un afflato vitale soffiare nelle casse.

Interessanti i testi di John Lydon, che si toglie un po' di sassolini dalle scarpe: se la prende con Malcom McLaren e i suoi precedenti compagni di gruppo in "Public Image" e "Low life", accusandoli di essere interessati solo ai soldi e non al valore artistico e quindi a occuparsi di dettagli secondari come il look giusto per promuoversi e vendersi, e in definitiva di essere 'bourgeoisie anarchists'; se la prende ovviamente con la religione in "Religion", mentre in "Annalisa" racconta un'altra delle sue storie di disagio e alienazione, quella di una famiglia che fa morire di inedia la figlia nel tentativo di liberarla da una presunta possessione demoniaca.

Al di là di certi limiti, "Public Image: First Issue" rimane comunque un disco importante nello sviluppo del post-punk e una base solida sulla quale costruire gli album successivi del gruppo, nel quale Lydon e soci sapranno fare ancora di meglio.

- Prog Fox

mercoledì 28 novembre 2018

Blues Brothers: "Briefcase full of blues" (1978)

Il 28 novembre di quarant'anni fa usciva "Briefcase Full of Blues", capolavoro di blues revival e debutto discografico dei The Blues Brothers, che sarebbero stati proiettati nell'olimpo del blues con il loro successivo film del 1980.




(disco completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLo2aaBamFnLRouFsx5Gx6sSfQT9i-JzCI)

I Blues Brothers nascono il 22 aprile del 1978 nel Saturday Night Live, fucina di talenti della comicità americana (e non solo), in un paio di sketch durante i quali gli attori John Belushi e Dan Aykroyd interpretano il ruolo di Jake Blues ed Elwood Blues, due fratelli che guidano un gruppo di rhythm’n’blues revivalista formato da musicisti eminentissimi del genere. L’idea del nome era venuta all’allora leader della house band del programma, un certo Howard Shore, forse ne avete sentito parlare...

L’immagine dei Blues Brothers prende elementi di Sam & Dave (il duo r&b per eccellenza) e dei canadesi Downchild Blues Band, di John Lee Hooker (i cappelli e gli occhiali da sole), e della scena jazz dei quaranta e cinquanta (i vestiti). Era stato Aykroyd a introdurre Belushi al r&b: a Ottawa, in Canada, la sua città natale, Aykroyd aveva frequentato per anni il club Le Hibou, gestito da Harvey Glatt, un appassionato di jazz e blues che portava in città personalità come Otis Spann, Howlin Wolf, Buddy Guy, Brownie McGhee e Muddy Waters.

Con l’aiuto del pianista Paul Shaffer (oggi noto per essere il direttore musicale del Dave Letterman Show), Aykroyd e Belushi misero insieme ‘la banda’: il batterista Steve Jordan, il sassofonista Lou Marini e il trombonista Tom Malone già lavoravano per il Saturday Night Live; furono poi reclutati due pezzi da novanta, il chitarrista Steve Cropper e il bassista Donald ‘Duck’ Dunn, mostruosi membri storici di Booker T & the MG’s e sessionmen di lusso per più o meno chiunque nell’area blues/r&b, da Otis Redding a Eric Clapton; il chitarrista Matt Murphy, il trombettista Alan Rubin, il sassofonista Tom Scott completavano la formazione (leggermente diversa da quelli che ricorderanno il film del 1980, d’altronde gli impegni musicali dei sessionmen coinvolti portarono a una formazione abbastana fluida, con altre personalità altrettanto significative del genere ad alternarsi al gruppo originale: Willie Hall alla batteria, Murphy Dunne al piano, e altri ancora fino alla morte di Belushi nel 1982). Da non trascurare neppure il contributo di Elwood/Aykroyd nelle vesti di armonicista.

Il 9 settembre del 1978, i Blues Brothers registrano il loro primo album dal vivo a Los Angeles, aprendo uno show del comedian Steve Martin. Il successo dei loro personaggi al Saturday Night Live e del disco aprirà un’era di blues revival sublimata dal loro film del 1980, una combinazione che rilancia le carriere di tutti quelli coinvolti.

“Briefcase full of blues” è una straordinaria rilettura di classici del r&b, tanto più energico quanto più adeguato all’era del punk. Il ritorno a un suono grezzo e naturale da contrapporre alla disco e al nascente synth pop ha creato quell’humus culturale nel quale un blues scatenato come quello di Belushi & soci rende enormemente, anche perché le riletture sanno spaziare da quelle più fedeli a quelle più anomale e originali, come “Groove me” di King Floyd realizzata con un favoloso arrangiamento reggae blues.

L’umorismo e la ferocia si mescolano in canzoni come “Messin’ with the kid” di Mel London, “I don’t know” di Willie Mabon e “B' Movie Box Car Blues” di Delbert McClinton. Nasce qui anche l’abitudine di mettere Elwood in testa a una riuscitissma cover blueseggiante di un pezzo anomalo, in questo caso il doo-woop di “Rubber Biscuit”, abitudine testimoniata in seguito anche nel film con la celeberrima scena di “Rawhide”.

La propensione blues alla divagazione solista è ben documentata: Matt Murphy imperversa con la sua sei corde su “Shot Gun Blues” mentre Scott e Shaffer illuminano “Almost”, due cover dei Downchild Blues Band (che abbiamo già citato come una delle principali influenze dei Blues Brothers), Lou Marini incendia col suo sax “Flip flop ‘n fly”, Cropper ed Elwood si occupano di “Hey bartender”. Culmine del disco è la “Soul Man” composta da Isaac Hayes e David Porter per Sam & Dave, che ovviamente si presta naturalmente all’esibizione del duo Jake & Elwood (il consiglio personale è alzare i bassi per sentire il groove da pelle d’oca di Duck Dunn in questo pezzo).

Come disco di blues dal vivo, “Briefcase full of blues” è semplicemente straordinario. Messa insieme una crema di musicisti da fare paura guidata da due istrioni come Aykroyd e Belushi a solcare un mare di formidabili pezzi più e meno noti del blues e del r&b classico, il risultato non poteva che essere sensazionale. La combinazione riuscitissima del look del duo, delle capacità del gruppo e la forza dei brani e delle loro esecuzioni proietta il disco altissimo nelle classifiche di vendita e spiana la strada alla realizzazione del film “The Blues Brothers” nel 1980, uno dei più alti momenti della commedia moderna americana.

- Prog Fox

mercoledì 21 novembre 2018

Alice Cooper: "From the inside" (1978)

I dati in nostro possesso divergono: c'è chi dice che sia stato pubblicato il 17 e chi il 21 novembre di quarant'anni fa, ma quello che conta è che "From the inside" è l'ennesimo buon disco di Alice Cooper.

(tutto l'album si può ascoltare qua:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_m7HI4gTJpd6MB0iYsOz63emM-Q5kVCA0M)

Per il suo disco del 1978, “From the inside”, a fianco del solito Dick Wagner alla sei corde, Alice arruola Davey Johnstone e Dee Murray a chitarra e basso rispettivamente, e Bernie Taupin per aiutarlo a scrivere i testi, tutti e tre freschi freschi di divorzio musicale da Elton John, cosa che contribuisce a rendere il suono di Alice più raffinato e meno viscerale e surreale.

I temi restano però quelli cupi di sempre, in particolare focalizzandosi sull'alcolismo del leader e sulle sue esperienze in una clinica di disintossicazione. Si tratta però di una disintossicazione non molto riuscita, visto che Alice posa momentaneamente la bottiglia solo per diventare un cocainomane talmente malato da dimenticarsi quasi interamente il periodo 1980-1983.

Qui comunque è in un breve periodo di pausa dai vizi, e la musica non ne risente. Con vaghi accenni di disco music (“From the inside”) e power ballad (“Wish I were born in Beverly Hills”) sparse nell’album, Alice è meno putrido e sessuomane-necrofilo del solito, anche se forse più inquietante perché i temi per una volta non sono cazzate pirotecniche e provocatorie ma la sua reale sofferenza, come in “Quiet Room” e “Nurse Rozetta” (questo uno dei momenti migliori del disco, composto con Steve Lukather e inciso con buona metà dei Toto). L’enorme talento di hard rock melodico – e l’influenza gargantuesca di Cooper sull’hard rock anni ’80 – si sente invece in canzoni come la favolosa “Serious” (anche qui zampino di Lukather) e la sbracata “For Veronica’s sake”, che sembra una roba tipo Meat Loaf.

La presenza di tanti amiconi di Elton John rende Alice più malinconico e melodico del solito in ballatone come la discreta “How you gonna see me now” e la buona “Jackknife Johnny”, piene di coretti angelici. Piacevole anche il duetto “Millie and Billie” con Marcy Levy, la seconda voce di Eric Clapton dell’epoca. Le lepidezze orchestrali, più o meno riuscite quando le provò con Ezrin in dischi precedenti, qui abbondano soprattutto nella barocca conclusione di “Inmates (we’re all crazy)”, roba da rock musical con un certo valore catartico.

“From the inside” non è un capolavoro ma è un disco più che buono che soprattutto conferma le capacità di Alice di tirare fuori musica di valore da qualsiasi stronzata che egli commette nella sua vita.

- Red

domenica 18 novembre 2018

Emerson, Lake & Palmer: "Love Beach" (1978)

"Love Beach" veniva pubblicato il 18 novembre di quarant'anni fa. Ultimo disco in studio di Emerson, Lake & Palmer prima dello scioglimento l'anno successivo, "Love Beach" è universalmente considerato alle prime posizioni fra i dischi più *brutti* della storia del rock. Per motivi che hanno molto più a che fare con il clima culturale punk e post-punk e con la terribile copertina da stelle della disco music che non per il contenuto in sé e per sé.




La fama di "Love Beach" come di uno degli album più brutti della storia del rock nasce dagli infami scatti di copertina che portarono a quell'orrore che potete vedere qui a fianco (o qui sopra, o qui sotto, insomma, ad accompagnare questa recensione): tre nerboruti trentenni milionari, pieni di dischi d'oro e di successo, alle Bahamas nella villa di uno di loro.

Emerson, Lake & Palmer avevano avuto successo anni prima presso una generazione che a fine settanta si stava normalizzando, quella degli hippie e dei baby-boomers. La loro musica, come quella di molti gruppi prog, era troppo complessa e arzigogolata per durare, rimpiazzata dalle hit di classifica di chi aveva virato su musica più orecchiabile, in particolare i californiani alla Eagles, Crosby, Stills & Nash, e così via. E il prog duro e puro non aveva nessuna presa sui giovani, che inseguivano il punk, la disco, o commistioni più o meno artistiche che andavano sotto l'ombrello post-punk della new wave.

Il destino dei tre giovanotti inglesi era segnato: dinosauri di un'era passata, avrebbero dovuto genesizzarsi, morire o rinchiudersi in una dorata prigione cult. Scelsero la seconda strada, come molte delle maggiori band dell'epoca prog - Gentle Giant, Van der Graaf Generator, Caravan, Soft Machine.

Prima di sciogliersi, però, Keith Emerson (tastiere), Greg Lake (voce, basso) e Carl Palmer (batteria) dovevano completare un ultimo album da contratto. L'atmosfera non era buona: obbligati a incidere un disco, i tre già non si sopportavano più da un pezzo, e i due album precedenti, "Works I" e "Works II", erano stati un esperimento confuso anche se non privo di interesse.

"Love Beach" prosegue in un certo senso lungo quella linea, con un peggioramento della crisi creativa di Greg Lake. I tre si ritrovano nelle Bahamas, a Nassau, dove Keith Emerson possiede una villa vicina a uno studio di registrazione, ma nessuno è contento o ha interesse nel progetto - soprattutto Greg, un tempo punto di forza con le sue composizioni e curatore del suono e della produzione dei dischi. Questa volta Greg non ha voglia: quando finisce di incidere le sue parti, se ne torna in Inghilterra, così come fa Palmer, e tutta la post-produzione e il missaggio rimangono sulle spalle di Emerson.

Lake non fa la propria parte, confezionando un gruppetto di canzoni scialbe, con testi frettolosi scritti da Pete Sinfield, spedito in aereo a Nassau ad aiutarli. Sinfield non ha voglia manco lui: affiancato dalla Miss Spagna regnante, scrive roba veramente priva di ispirazione come il testo che da il titolo all'album, facendo piangere chi ricorda cosette come "I talk to the wind", "21st century schizoid man" o anche le più recenti "I believe in Father Christmas" e "Pirates".

Delle canzoni di Lake si salvano solo la struggente, romantica eppure sorprendentemente vitale "All I want is you" e la musica di "Love Beach", nonostante il testo agghiacciante. Le canzoni successive non sono tanto brutte quanto profondamente anonime e sottoarrangiate, con "The Gambler" lievemente migliore delle altre, nel suo tentativo di ripercorrere il prog umoristico di una "Benny the Bouncer", e almeno Palmer costruisce una interessante figura ritmica.

Il pezzo migliore secondo i proghead sarebbe "Canario", l'immancabile rilettura classica, stavolta di un estratto da un concerto per chitarra classica di Joaquìn Rodrigo, ma si tratta solo di un onesto lavoro di maniera.

Molto meglio fa la suite che occupa l'intero lato B dell'album, ovvero "Memoirs of an Officer and a Gentleman". Di questa composizione c'è poco di negativo da dire: articolate le liriche, che ricordano in positivo un po' l'atmosfera di certi polpettoni di guerra, nel raccontare la vicenda romantica di un ufficiale della seconda guerra mondiale; interessante la musica, che a tratti raggiunge vette non indifferenti, con la voce di Lake forse in forma smagliante per l'ultima volta nella sua carriera.

Come si è detto, la critica fece a pezzi l'album, probabilmente senza averlo neanche ascoltato, basandosi solo sul nome e sulle foto della copertina. Inoltre, i proghead, filosoficamente molto simili ai metallari, hanno la tendenza a selezionare alcuni album che è lecito 'odiare' nel catalogo delle loro band preferite, da utilizzare anche come vessillo da sbandierare per difendere la loro 'obiettività'. "Love Beach", così come "Civilian" dei Gentle Giant nel 1980 o "Under Wraps" dei Jethro Tull nel 1984, o altri, non è certo disco impeccabile, ma con il solo lato B è meglio della grande maggioranza di paccottiglia commerciale buttata fuori sia allora sia oggi, col beneplacito della critica che perdona tutto a chiunque raggiunga le prime posizioni in classifica, financo riabilitando certi polpettoni sanremesi o improbabili artisti indie e trap italiani.

Non ci vergogniamo quindi nel difendere la dignità di un disco che ha segnato la fine della parte più gloriosa della carriera di tre grandissimi musicisti. Il futuro sarebbe stato più o meno felice, soprattutto per Emerson con le sue colonne sonore e Palmer con gli Asia; numerosi i tentativi di reunion, abbastanza discutibili. Un grazie comunque ce lo sentiamo di dirlo con tutto il cuore, specie a Greg e Keith, che ci hanno tragicamente lasciato nel 2016.

- Prog Fox

sabato 10 novembre 2018

Clash: "Give 'em enough rope" (1978)

Terzo disco che trattiamo oggi e che uscì il 10 novembre di quarant'anni fa è "Give 'em enough rope", il secondo album dei The Clash e uno dei meno conosciuti della band di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e - infine - Topper Headon.



(il disco completo si può trovare qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kFfgbbjsC3dPyEQM8Ol0Tcgu7S1YJWZu4)

Perfezionata la formazione tipo - il cantante-chitarrista Joe Strummer, il chitarrista-cantante Mick Jones, il bassista Paul Simonon - con l'ingresso alla batteria di Topper Headon al posto del poco convinto Terry Chimes, i Clash si mettono in studio a lavorare al loro secondo album col produttore americano Sandy Pearlman (noto per il suo lungo rapporto di collaborazione coi Blue Oyster Cult, tant'è che Allen Lanier dei BOC compare al piano in una delle canzoni del disco).

Lo stile di produzione di Pearlman influenza i Clash, che realizzano qui il loro disco più hard: se la strepitosa, antemica "Safe European Home" è ancora ampiamente nel recinto del migliore punk rock, la successiva "English Civil War" con un altro cantante sarebbe quasi una precorritrice della new wave of british heavy metal, mentre l'ottima "Cheapskates" potrebbe facilmente essere riarrangiata come un pezzo dei Blue Oyster Cult stessi.

L'altra strada nel futuro dei Clash è però quella di "Tommy Gun", un altro eccellente pezzo che pur avendo una carica elettrica degna dei Ramones indica già quella combinazione di epos e malinconia che emergerà in maniera più melodica nel prossimo album "London Calling"; o quello di "Julie's in the Drug Squad", un sarcastico pezzo di r&r con il sopracitato Allen Lanier al pianoforte boogie che parla della più grande retata poliziesca di LSD avvenuta nel Regno Unito; o il pop punk malinconico "Stay free", cantato da Jones; o, soprattutto, il finale epico e struggente della potentissima "All the young punks", che non è diventato un inno generazionale per motivi più che sconosciuti, forse perché troppo profondo e consapevole per esserlo.

E allora diciamolo, "Give 'em enough rope" è davvero un ottimo disco e un degno seguito del loro esordio, pur essendo di fatto un disco di transizione fra la fase più classicamente punk e quella più sperimentale della carriera dei nostri eroi, anche perché un disco di transizione dei Clash è pur sempre un disco dei Clash.

Qui la scrittura di Strummer e Jones si fa più consapevole dei propri mezzi e inizia a osare. I risultati si vedranno con il capolavoro "London Calling" del 1979, uno dei più grandi dischi punk - e non solo - del tempo.

Ma questa è un'altra storia.

- Red & Prog Fox

Queen: "Jazz" (1978)

Oggi si festeggiano i quarant'anni di "Jazz", album dei Queen che conteneva questa canzoncina che ci pare proprio il modo giusto di ricordarlo.
Il disco non è dei migliori, ed è il disco che contiene, oltre a questa, "Bicycle Race", "Moustapha" e "Fat bottomed girls". Per dire il livello di questi quattro mattacchioni.




"Jazz" arriva in un momento particolare della carriera dei Queen, in un certo senso ne inizia una fase di declino dalla quale inizieranno a riprendersi soltanto nel 1981 grazie al successo di "Under Pressure", realizzata assieme all'amico-nemico David Bowie.

Certamente quando si parla di un gruppo immenso come i Queen, anche il declino resta qualcosa di sontuoso; eppure è evidente che vi sia stata una lieve fase calante dopo il capolavoro della carriera "A night at the opera" (1975). Il pur buonissimo "A day at the races" (1976) gli era inferiore, e ancora inferiore era "News of the World" (1977), che pure vedeva il quartetto britannico sfornare materiale del calibro di "We are the champions".

"Jazz" (che si riferisce al modo di dire inglese 'jazz' per 'stronzate', e non al genere musicale) prosegue la parabola discendente con un altro disco dai momenti sublimi alternati ad altri meno convincenti. Si tratta anche di un disco che, in linea con l'estetica dominante del momento, predilige brani brevi invece dei lunghi excursus multi-sezione, e pone un freno anche alle infinite sovrapposizioni vocali di Mercury (in continuità con quanto fatto l'anno prima, ma in modo ancor più radicale).

Mercury si concede una sola divagazione in tal senso, l'operetta in tre minuti "Bicycle Race", pezzo strepitoso con una ossessiva fuga di basso di John Deacon, assolo clownesco di May e riuscita alternanza fra can-can e hard rock (pezzo divenuto famoso anche per il video realizzato organizzando una corsa in bicicletta per un esercito di donne nude).

Il resto dei brani si divide fra riusciti momenti hard, come la sardonica "Moustapha" che apre l'album (Mercury che singhiozza frammenti di preghiere in tre lingue diverse, inglese, arabo e farsi), la laida "Fat bottomed girls" di May, suonata in accordatura di Re invece che di Mi, l'aggressiva "Dead on time", il power pop di "If you can't beat them" di Deacon, con un favoloso duetto di May con se stesso nel solo per oltre due minuti, o la devastante dichiarazione di prostituzione musicale di "Let me entertain you".

Gradevoli ma meno convincenti i pezzi melodici: le romantiche "Jealousy" e "In only seven days" o il tributo a Elvis (morto l'anno prima) "Dreamer's Ball" hanno certamente i loro momenti, ma sembrano più abbozzi, nobilitati perlopiù dalla voce incredibile di Freddie, così come la sincopata "Fun it" di Taylor, mentre la promettente "More of that jazz", posta in coda all'album, viene rovinata dall'inserimento inopportuno di estratti dalle altre canzoni del disco.

Dulcis in fundo, resta da citare uno dei pezzi più amati dei Queen, "Don't stop me now", che ancora passa in tutte le radio rock con discreta frequenza e che è stato utilizzato anche in diversi film come "Shaun of the Dead" (https://www.youtube.com/watch?v=F18-WFYzOQ4): un pezzo di power pop condotto dal piano scatenato di Mercury e dotato di un ritornello indimenticabile.

Insomma, "Jazz" non sarà il migliore disco dei Queen, anzi è sicuramente uno dei meno interessanti (e con la copertina più brutta), ma questo la dice lunga su cosa sia stato il quartetto composto da Freddie Mercury (voce, piano), Brian May (chitarre, voce), Roger Taylor (batteria, voce) e John Deacon (basso).

- Prog Fox

X-Ray Spex: "Germfree Adolescents" (1978)

Il 10 novembre di quarant'anni fa usciva un classico dimenticato del punk britannico, "Germfree Adolescents", unico album in studio degli X-Ray Spex, gruppo capeggiato dalla cantante Poly Styrene.



Gli X-ray Spex sono uno dei grandi gruppi dimenticati del punk inglese. Nati nel 1976 per iniziativa di una giovanissima cantante scoto-somala, Marianne Joan Elliott-Said, nome d'arte Poly Styrene, che visto un concerto dei Sex Pistols si dice che chiunque sarebbe in grado di fare una cosa simile, gli X-Ray Spex si fanno conoscere con il singolo "Oh bondage up yours!" del 1977, in una formazione nota per la presenza della sassofonista Lora Logic, che però lascia il gruppo subito dopo.

Nel 1978 una formazione stabilizzatasi con Poly alla voce, Jack "Airport" Stafford alla chitarra, Paul Dean al basso, Rudi Thomson al sax e Paul "B.P." Hurding alla batteria incide il proprio unico album in studio, "Germfree Adolescents", vero e proprio classico dell'epoca.

Le influenze degli X-Ray Spex sono prima di tutto i Sex Pistols e Blondie, abbastanza chiaramente, ma anche il Frank Zappa delle stupid songs e delle rock opera. Il cantato sgolato e sempre sulle tonalità alte di Poly Styrene, la chitarra aggressiva di Airport e l'inusuale contributo del sax di Thomson rendono però il disco unico nel panorama punk dell'epoca.

A contribuire questa unicità i brillanti testi, zappianamente anti-consumisti ma con quel tocco di femminismo da parte della cantante che li rende davvero particolari, pur rifuggendo Styrene dal vero e proprio attivismo, scegliendo la via di un distaccato sarcasmo da osservatore ("an observer, not a suffering artist writing from tortured experiences"). Unusuale anche il suo look e il suo vissuto, figlia di padre somalo, cresciuta da una madre single, andava in scena volutamente trasandata, anti-sexy, con l'apparecchio ai denti.

Molti sono i pezzi favolosi nel disco ("Art-I-Ficial", "Identity", ecc.) anche se i più significativi in assolto sono i due che lo concludono su una nota elevatissima: "Plastic Bag", centro focale e tematico dell'album, strofa punk dominata da una batteria furiosa e dalle rasoiate della chitarra e ritornello mid-tempo con l'arrangiamento superbo del sax, a cui segue "The Day the World Turned Day-Glo", un punk rock perfetto in cui ancora una volta la violenta triade voce-sax-chitarra tocca vette sublimi di paranoia, rabbia ed epos che non si sentivano dai tempi di "Volunteers" dei Jefferson Airplane.

Il gruppo si scioglie poco dopo, Poly Styrene inizia una carriera solista nel 1980, che condurrà in modo indipendente e fiero al punto da incidere e pubblicare un ultimo album, "Generation Indigo", un mese prima della propria morte per un tumore al seno metastatizzato a soli 53 anni, il 25 aprile del 2011.

- Prog Fox



sabato 3 novembre 2018

Jam: "All mod cons" (1978)

Il 3 novembre di quarant'anni fa usciva il disco che consacrava la grandezza dei The Jam di Paul Weller, Bruce Foxton e Rick Buckler, ovvero "All Mod Cons". Abbandonate le pose più punk del loro repertorio, i Jam realizzavano il capolavoro del mod revival e uno dei dischi inglesi più significativi di fine decennio.



(album completo disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=hdXUIoDWwfI)

venerdì 2 novembre 2018

Police: "Outlandos d'Amour" (1978)

Il 2 novembre di quarant'anni fa veniva pubblicato "Outlandos d'Amour", disco di esordio dei The Police, il trio post punk inglese formato da Sting, Stewart Copeland e Andy Summers.




(l'album completo si può ascoltare qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mgHQJV1N7G6bDEvQ0eGtkAk4jAqhYPnOU)

I Police furono una delle numerose frodi giocate al mondo della musica dai musicisti dell'era punk; e che frode!

Sebbene la truffa più famosa del rock'n'roll furono senza dubbio i Sex Pistols, i Police non scherzano di certo. Prima di tutto, nessuno dei tre musicisti c'entra nulla con la scena musicale punk. 

Stewart Copeland, il batterista, classe 1952, si è formato con il progressive rock, avendo suonato con i Curved Air, una delle band più barocche del genere. Figlio di un agente della CIA e di una archeologa e agente scozzese dei servizi britannici, cresce viaggiando per mezzo mondo assieme ai fratelli maggiori Miles e Ian e alla sorella Lorraine, vanno tutti a scuole esclusive e università, mentre il padre pianifica colpi di stato per conto della CIA ("my complaint has been that the CIA isn't overthrowing enough anti-American governments or assassinating enough anti-American leaders", disse in una intervista del 1986). Non propriamente il ventiseienne più punk del pianeta.

Andy Summers, il chitarrista, è il più vecchio del gruppo (è nato nel 1942) e quello più lontano dal mondo del punk: proviene da Bournemouth, dove ha come amici e compagni di scuola future personalità del progressive inglese come Greg Lake, Robert Fripp e John Wetton, ma soprattutto l'organista blues Zoot Money, col quale si trasferisce a Londra nel 1964; Zoot e Andy fondano i Dantalion's Chariot con cui vivono l'era psichedelica, entrano negli Animals, poi Summers rimane a Los Angeles a studiare chitarra e composizione alla California State University per cinque anni prima di tornare in Inghilterra a fare il sessionman per Kevin Coyne, Jon Lord, Kevin Ayers, Eberhard Schoener e Mike Oldfield. Insomma, non ha veramente nulla a che fare con il punk e non è certamente un giovane ribelle, avendo quasi trentasei anni quando esce il primo LP dei Police.

Sting, alias di Gordon Sumner, di Newcastle, classe 1951, si laurea a 23 anni al Northern Counties College of Education e insegna per due anni alle scuole primarie, suonando il basso in gruppi jazz e fusion come dilettante. Un altro punk fatto e finito.

Insomma, se si fossero formati anche solo un paio di anni prima, i Police sarebbero stati un gruppo di rock progressivo, magari con influenze jazz; ed infatti è così che nascono, presentati l'uno all'altro da Mike Howlett, ex-bassista dei Gong, con cui suonano brevemente col nome di Strontium-90. Ma rispetto ai loro amici progressivi, i tre Police provano un interesse sincero per il punk e la new wave: la nuova musica li entusiasma, non sono affatto turbati dalle pose violente e iconoclaste dei punk, sono prima di tutto musicisti e nella nuova musica vedono nuove, grandi possibilità. Le vedono nel punk, nella new wave e anche nel reggae, che oltre a loro stava influenzando tante nuove band, a partire dai Clash.

Il terzetto suona nei locali con poco seguito, e incide il primo album nel corso del 1978, approfittando dei tempi morti dello studio di registrazione Surrey Sound grazie agli accordi presi da Miles, il fratello maggiore di Stewart, che da anni faceva il discografico e il manager, lavorando con gruppi come Squeeze, Renaissance, Caravan e Curved Air. Crollando il rock progressivo con l'avvento del punk, Miles chiude la propria attività, ma finanzia di buon grado il fratello e la sua band senza avere troppe aspettative.

Le cose cambiano quando Miles li sente registrare "Roxanne": entusiasta del pezzo, lo porta alla A&M Records, che propone subito un contratto al gruppo e gli pubblica il primo album senza intromissioni, lasciando che il terzetto scelga e mixi i demo incisi durante l'annata.

"Outlandos d'Amour" inizia con "Next to you", un tentativo del terzetto di accreditarsi come esponenti del punk rock o della new wave. Il gioco viene smascherato già con la successiva "So lonely", uno dei massimi capolavori della carriera del gruppo, che miscela il reggae, il rock e gli elaborati arrangiamenti jazz della chitarra di Summers. La voce di Sting poi non è certo punk, il suo ruvido, urlato falsetto tenorile è qualcosa di inusuale e nuovo e segnerà una novità nel panorama post punk con notevoli imitazioni, soprattutto quando negli anni abbandonerà i toni più efferati per scegliere un crooning più controllato.

"Roxanne" è il secondo capolavoro del disco e il brano che diede loro la fama. Il canto di Sting è qui ai vertici della propria carriera, ma "Roxanne", storia straziante dell'amore di un uomo per una prostituta che fu censurata per il tema dalla BBC, è anche il momento giusto per parlare di Stewart Copeland e del suo stile unico alla batteria, davvero innovativo e creativo, caratterizzato da sincopi e dall'inusuale scelta di accompagnare hi-hat e cassa.

"Hole in my soul" è un reggae rock multiforme capace di sprizzare influenze pop e blues, confermando i Police come i Cream dell'era post punk, mentre "Peanuts" è un altro falso pezzo punk con un devastante assolo di chitarra di Summers e che presenta un sax suonato in modo volutamente approssimativo da Sting. La canzone pare fosse un attacco alle scelte artistiche e personali di Rod Stewart e la sua trasformazione da grande artista blues rock a personaggio dei rotocalchi. Anni dopo Sting si sarebbe pentito, quando da musicista esordiente era divenuto una superstar paparazzata anche lui.

Il lato B comincia con un altro capolavoro, "Can't stand losing you", che rappresenta lo stampino col quale verranno prodotti molti successi del gruppo, fra influenze reggae nella ritmica di Copeland che servono a condurre un superbo prodotto di rock melodico e molto orecchiabile. Anche "Truth hits everybody" possiede una struttura da punk rock, ma il canto di Sting, le armonie vocali, le uscite luminose dei bridge, l'uso delle campane, il breve assolo di Summers, tutto contribuisce a svuotare completamente il pezzo della propria natura punk, che resta solo un guscio vuoto per la fantasia musicale del terzetto.

"Born in the 50s" è un po' il ridicolo tentativo di Sting e soci di accreditarsi presso il pubblico punk. Innanzitutto è uno dei pezzi meno punk del disco, molto più rock classico, poi cantare 'we were born in the fifties' suona un po' pretestuoso, con Summers nato nel '44 e gli altri due fra '51 e '52, e come già abbiamo detto molto più legati alla generazione di Led Zeppelin e King Crimson che a quella di Johnny Rotten (1956) e Sid Vicious (1957).

"Be my girl - Sally" è un riempitivo che però ha i suoi motivi di interesse, anche se forse sarebbe stato meglio sviluppare la canzone che non costruire quel bizzarro intermezzo parlato da Summers; e "Masoko Tanga" conclude l'album con un'altra ottima composizione, al cui centro è la musica, mentre Sting canta un accompagnamento privo di significato (e notiamo che anche questo stilema sarà ripreso dai Police nei dischi successivi).

"Outlandos d'Amour" è un disco superbo di un gruppo che saprà ancora migliorarsi; pur essendo fantastico, già con il disco successivo, "Reggatta de Blanc", i tre musicisti non dovranno più misurarsi con una scena affermata ma potranno esprimersi liberamente senza preoccuparsi di appoggiarsi a qualcuno per rimanere in piedi. Il loro debutto resta comunque una pietra miliare di quegli anni, e di un modo di fare post punk che può permettersi ogni tipo di coloritura e virtuosismo tecnico, facendo del linguaggio punk un manierismo che può essere svuotato dal suo interno.

- Prog Fox

lunedì 29 ottobre 2018

Rush: "Hemispheres" (1978)

Il 29 ottobre di quarant'anni fa veniva pubblicato anche "Hemispheres", sesto album in studio dei canadesi RUSH e per molti loro capolavoro assoluto, oltre che il disco che sugella e completa la fase più classicamente prog rock della loro carriera.



(album completo disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PL8UfM7ycll7StRb-Am41a8uUrajEFSqQ7)

Lucio Battisti: "Una donna per amico" (1978)

Nell'ottobre di quarant'anni fa usciva "Una donna per amico", ennesimo disco del duo Mogol-Battisti, che ospita almeno quattro classici del repertorio di Lucio - oltre alla title track, "Prendila così", "Nessun dolore" e "Donna selvaggia donna". Ciò nonostante, il disco, rispetto ad altri della produzione di Battisti, ospita un po' troppi riempitivi.



(il disco completo si può trovare qui:https://www.youtube.com/watch?v=AG4vS48byuY)

Decine di milioni di dischi venduti, l’introduzione di tante espressioni poi diventate correnti e la rivoluzione della musica leggera italiana, tutto questo in poco più di dieci anni di collaborazione. 

Il percorso del magico duo Battisti-Mogol ha battuto praticamente tutti i territori della musica del loro tempo, dal pop al rock, dal soul alle sperimentazioni elettroniche e progressive fino alla svolta (white)funk de “La batteria il contrabbasso” nel ’76. Su questa linea continueranno, gradualmente inserendo sempre più sintetizzatori e ritmi sincopati. A garantire la continuità, in questa rivoluzione permanente, ci sono i testi di Mogol, cui bastano una linea melodica d’acchiappo per costruire storie avvincenti.

“Una donna per amico” è un disco di ottime canzoni che hanno segnato l’immaginario: il lungo brano d’apertura “Prendila così”, il cui protagonista potrebbe purtroppo, “anzi spero”, non esser più solo, è un mid-tempo ballabile impreziosito da orchestrazioni eleganti e da una dinamica di vuoti e pieni che evidenzia l’andamento della storia raccontata; “Donna selvaggia donna” è un brano di chiari e scuri, in cui si esplorano le problematiche tra un uomo e la sua donna (leggi: tra Battisti e sua moglie, come visto dagli occhi di Mogol); “Nessun dolore” è una disco travolgente in cui la voce di Battisti spadroneggia.

Accanto a questi tre pezzi forti ci sono purtroppo un po’ di riempitivi, tutti incentrati sul rapporto di coppia: “Aver paura di innamorarsi troppo” è una specie di bossanova-pop, mentre “Perchè no” è un lento terzinato.

A chiudere ci sono “Maledetto gatto”, in cui le chitarre miagolano su un ritmo simpatico e su un testo in cui probabilmente il gatto rompiscatole è Mogol stesso (interpretazione personale), e la dimenticabile “Al cinema”, che è essenzialmente “Dove arriva quel cespuglio” dal disco precedente, con un testo meno interessante.

Chi scrive è piuttosto tiepido riguardo “Una donna per amico”. La ricerca di variazioni personali sulla forma canzone è encomiabile, e tre brani classici del duo sono più che sufficienti a valere almeno un ascolto. Ma al di fuori di quelle tracce l’ispirazione sembra latitare un po’, Battisti ha scritto prima (e scriverà poi) canzoni certamente migliori, e la vena di Mogol sembra piuttosto discontinua.

Ma chi se ne frega, riascoltiamoci ancora una volta “Nessun dolore”, va’.

- Spartaco Ughi

lunedì 15 ottobre 2018

Toto: "Toto" (1978)

Quarant'anni fa oggi usciva "Toto", album di debutto dei Toto (ma va?). La formazione nacque da un gruppetto di sessionmen fra i più richiesti e famosi della scena rock 'corporativa' di Los Angeles. Avrebbero fatto strada.



(potete ascoltare il disco completo qua: https://www.youtube.com/watch?v=RssXdBxm_Tc)

I Toto fanno parte della scena di Los Angeles che anni dopo venne spregiativamente chiamata corporate rock o yacht rock, o, in termini più neutri, AOR: musica per trentenni bianchi della middle-upper class, nata dal tramutarsi dei giovani hippie spinelloni degli anni sessanta in yuppies reaganiani cocainomani. E qui ci riferiamo sia al pubblico che ai musicisti: Crosby, Stills & Nash, James Taylor, Boz Scaggs, gli Eagles, gli Steely Dan.

Mutevoli le opinioni di critica e pubblico su questi fenomeni: vendevano troppo per essere del tutto depennati, almeno dalla critica corporativa, quella più sensibile al denaro; naturalmente odiati dai punk e dai rocker più decisi (ce lo vedete un fan degli AC/DC o dei Judas Priest ascoltare il Crosby del 1978?).

Poiché però noi pregiudizi non ne abbiamo e pensiamo che la buona musica sia buona musica indipendentemente non solo da chi la fa, ma anche dai motivi per cui la fa, non abbiamo problemi a celebrare la nascita della band che ha in un certo senso sublimato e cristallizzato l’Adult Oriented Rock tramite la propria professionalità e soprattutto grazie alle capacità e alle ambizioni di un tastierista di nome David Paich.

David Paich, figlio del pianista, direttore e arrangiatore orchestrale croato-americano Marty Paich (diplomato in composizione al Conservatorio di Los Angeles, fu estremamente prolifico nel jazz e nella musica da film), dopo anni di lavoro come sessionman per i gruppi della scena losangelina, decide di mettere su un gruppo proprio basandosi su amici delle superiori che stanno lavorando come lui (e spesso con lui): i fratelli Jeff e Steve Porcaro, rispettivamente batterista e tastierista (anche loro figli d’arte, del percussionista Joe Porcaro) e il chitarrista Steve Lukather. I quattro assumeranno come bassista un altro amico sessionman, David Hungate, e come voce principale il cantante della Louisiana Bobby Kimball.

Nota bene: Paich e Jeff avevano 24 anni, i due Steve ne avevano 21. Hungate e Kimball due vecchi, avendo rispettivamente 30 e 31 anni.

Sulla scelta e il significato del nome ‘Toto’ si potrebbe scrivere un libro, e ogni componente originale del gruppo ha raccontato una storia diversa: è il nome del cane di Dorothy nel Mago di Oz; è la trascrizione fonetica di Toteaux, il vero cognome del cantante Kimball (fregnaccia inventata dal bassista Hungate); è presa dal latino “in toto” per indicare la natura variegata e onnicomprensiva della musica del gruppo; è un suono scelto perché breve e facile da ricordare in molte lingue; e ce ne saranno pure altre.

Sia come sia, il gruppo è formato da musicisti eccezionali, e con l’aiuto di un paio di amici sessionmen quali il percussionista Lenny Castro, incide un album quasi interamente composto da David Paich.

I Toto fanno fruttare la presenza di ben quattro cantanti (Paich, S. Porcaro, Kimball e Lukather), alternandoli nelle canzoni e costruendo armonie vocali di rilievo. Naturalmente il cantante più dotato è Kimball, voce straordinaria e immediatamente riconoscibile, che illumina due dei pezzi migliori del disco, il rock ottimista di “I’ll supply the love” e la straordinaria, grintosa “Hold the line”.

La musica dei Toto si colloca nell’ampia fascia che va dal power pop al soft rock, sfiorando appena tonalità prog (lo strumentale di apertura “Child’s Anthem”), jazz (la splendida “Georgy Porgy”, cantata da Lukather assieme alla cantante Cheryl Lynn), r&b ("You are the flower", composta da Kimball) e hard, queste ultime grazie soprattutto alla chitarra incisiva di Lukather, protagonista di alcuni assoli davvero notevoli ("Girl goodbye", “Rockmaker”, “Hold the line”). Non va poi dimenticata fra i brani di rilievo anche la bella ballata finale “Angela”.

"Toto" non fornisce chiavi di lettura originali agli anni settanta, né si caratterizza per impegno sociale o ambizioni intellettuali: i Toto non sono i Talking Heads o i Clash, né hanno alcuna intenzione di somigliare loro. Lo spazio in cui si muovono è quello del superbo manierismo di musicisti di eccezione che si trovano perfettamente a loro agio nelle convenzioni musicali della scena in cui operano, e ne usano le qualità per produrre un disco di eccezione. La differenza fra infondere le proprie idee nella musica altrui ed essere padroni del proprio destino non può essere più chiara di così.

- Prog Fox

sabato 13 ottobre 2018

Billy Joel: "52nd Street" (1978)

Il 13 ottobre di quarant'anni fa esce "52nd Street", probabilmente il miglior disco dell'artista newyorchese Billy Joel. Un disco di pop rock variegato, con influenze che vanno dagli anni cinquanta a Springsteen passando per il jazz.




(disco completo disponibile qua: https://www.youtube.com/playlist…)

Billy Joel è uno degli autori dell'era del rock classico più odiato dagli alternative e punk: non fa musica particolarmente innovativa od originale, non è particolarmente profondo, non è né un intellettuale né un ribelle e tantomeno un rivoluzionario. Per molti versi, Billy Joel è l'epitome di un artista newyorchese ebreo mediocre eppure di enorme successo: e tutto questo risulta insopportabile almeno a tanti quanti quelli che lo adorano. Ma perché in tanti lo adorano?

Beh, proviamo a capirlo. Non sempre Joel raggiunge l'aurea mediocritas oraziana, ma quando lo fa, il suo pop rock beneficia di diversi aspetti: è molto facile senza essere stupido, anzi, è anche piuttosto intelligente; ed è suonato in maniera estremamente professionale e personale; anzi, probabilmente è fra il poco pop rock professionale di quegli anni a eludere il sound losangelino che si basa sui sessionman della Wrecking Crew e dei Toto e che si sente ormai ben radicato nei dischi di Steely Dan, Jackson Browne, Warren Zevon, Eagles, Fleetwood Mac. La band di Joel è ben rodata, e nonostante qualche sessionman e qualche ospite, il cuore della produzione è nelle mani di Joel (pianista e tastierista), Doug Stegmeyer (basso e voce), Liberty DeVitto (batteria), Richie Cannata (sax, clarino, organo) e Steve Khan (chitarre e voce), a tutto beneficio di una sonorità complessiva coesa e coerente.

Aggiungiamo al mix che Billy, di ritorno da un paio d'anni da Los Angeles, ha aggiunto alla sua tavolozza, un tempo basata quasi solo sui colori di Elton John e Bob Dylan, anche il jazz pop alla Chicago (due dei cui membri compaiono ai cori nella famosa "My life") e certo funk pop con il precedente disco "The Stranger".

Qui, oltre ad aumentare le influenze jazz, ben rappresentate dal capolavoro del disco, la creativa "Zanzibar", in cui troviamo alla tromba e al flicorno il jazzista Freddie Hubbard, Joel inizia a flirtare col sound alla Bruce Springsteen, firmando una fantastica "Until the Night" che il cantante e pianista modella su certe ballate epiche degli album "Born to Run" e "Darkness on the Edge of Town" del Boss.

A parte questi due capolavori, spicca l'ottimo, aggressivo rock and roll "Big Shot"; mentre "Honesty" e "My life", i due singoli di maggiore successo del disco, pur essendo ottimamente confezionati, il primo a riprova della natura sentimentale (e non romantica) di Joel, il secondo in formato quasi da feelgood song, sono roba solo per veri amanti del pop.

Il resto del disco si difende bene: senza arrivare a queste vette, contribuisce a confermare Joel come un artista di primo piano del pop rock corporativo e a rendere "52nd Street" probabilmente il migliore disco della carriera di questo rispettabile, creativo e intelligente musicista.

"52nd street" è un prodotto assolutamente meritevole di stare nelle collezioni di tutti coloro che non si sentono in colpa ad ascoltare un disco in cui tutte le canzoni hanno un ritornello. Tipo il sottoscritto.

- Prog Fox

martedì 9 ottobre 2018

Judas Priest: "Killing Machine" (aka "Hell bent for leather", 1978)

9 Ottobre 1978, a otto mesi dall’ultimo lavoro, "Stained Class", i Judas Priest sull’onda del successo e a velocità record pubblicano il loro quinto album, "Killing Machine", altra pietra miliare del gruppo.




(disco completo qua: https://www.youtube.com/watch?v=hTfeXLy2u0w)

"Killing Machine" fu l'album dei Judas Priest che permise al quintetto di Birmingham di compiere un ulteriore passo avanti nel processo di indurimento del proprio sound e affinare il songwriting, tracciando le linee guida che li porteranno poi a pubblicare una serie di masterpiece nella prima metà degli anni ’80. Una delle colonne portanti del nascente movimento della nuova ondata di heavy metal britannico è proprio questo disco. 

Inoltre, "Killing Machine" fu l’album con cui Halford e soci cominciarono a farsi immortalare con abbigliamento a base di pelle nera e borchie, inaugurando il classico outfit denim & leather che da lì a poco diventerà una sorta di divisa per ogni buon metallaro che si rispetti. 

Come detto, l’uscita ufficiale di "Killing Machine" è datata 1978, almeno per quanto riguardava il mercato europeo e asiatico, in Nord America invece la storia fu diversa: la Columbia, la casa discografica dei Priest, visto il breve lasso di tempo intercorso con il precedente lavoro, aspettò la fine dell’inverno dell’anno seguente per mettere sul mercato il disco, cambiando il nome dell’album con quello di una delle canzoni presenti, la mitica "Hell Bent for Leather", ovviamente per le solite questioni di finto moralismo di fronte a un titolo apparentemente violento come "Killing Machine", venvia, siamo pur sempre nello stesso paese dove vengono cambiati pure i nomi alle squadre professioniste da Washington Bullets a Washington Wizards perché ogni riferimento verbale alle armi o alla violenza viene visto di cattivo occhio… 

Parentesi a parte, l’edizione americana merita di venire ricordata soprattutto per la presenza di "The Green Manalishi", cover dei Fletwood Mac rielaborata in versione heavy dai Priest assente nella prima edizione, che diventerà un altro grande classico del gruppo, immancabile in ogni scaletta live. 

Oltre ai due classiconi citati, va segnalata la presenza di almeno altri tre pezzi da novanta, la dirompente "Delivering the Goods", forte di un Halford fottutamente elettrizzante e un lavoro encomiabile da parte delle due asce imbracciate dalla premiata coppia Downing – Tipton, la roboante "Running Wild" e la frizzante title-track "Killing Machine", dove la band mostra quanto si diverta a flirtare con ritmiche accattivanti e al contempo rocciose e graffianti. 

Assolutamente degni di nota anche i due pezzi conclusivi, la semiacustica malinconica e uggiosa "Before the Dawn", e l’ottima "Evil Fantasies", assolutamente spassosa e tagliente, in cui emerge il retaggio squisitamente sabbathiano del gruppo. 

"Killing Machine" (o se preferite "Hell Bent for Leather", a seconda delle vostra sensibilità…) è un disco di altissimo valore senza cali di tensione, tappa obbligatoria per risalire alle origini della NWOBHM. La forgiatura del metallo pesante è quasi ultimata.

- Supergiovane

sabato 6 ottobre 2018

Hawkwind (Hawklords): "25 years on" (1978)

Fra le tante bizzarrie del catalogo degli Hawkwind bisogna certamente includere "25 years on", disco pubblicato quarant'anni fa dal gruppo space rock inglese sotto il nome di Hawklords per una serie di beghe contrattuali seguite alla fine del rapporto coi loro manager.



(album completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=rHednjiiDtw)

"25 years on" è l'unico disco degli Hawkwind pubblicato a nome Hawklords per motivi di copyright, mentre il leader Dave Brock (chitarra, voce) cercava di risolvere il problema burocratico sorto dopo la disintegrazione della band pochi mesi prima dopo un tour nordamericano.

Il violinista Simon House aveva lasciato gli Hawkwind per unirsi a David Bowie, frustrato dal comportamento problematico del cantante e poeta Robert Calvert. Il gruppo si era disintegrato fino a che non erano rimasti solo Dave Brock e il batterista Simon King, con materiale a sufficienza per un disco accantonato a giugno (sarebbe stato pubblicato un anno dopo come "PXR5", di cui abbiamo fatto la recensione qui: https://ceraunavoltailrock.blogspot.com/2018/06/hawkwind-pxr5.html).

Ristabilitosi, Calvert raggiunse i due compagni e a loro si unirono due amici che avevano già lavorato con lui e Brock, il bassista Harvey Bainbridge e il batterista Martin Griffin, nonché un sesto componente, il tastierista Steve Swindells.

Questa formazione compose e incise rapidamente, fra giugno e agosto, il discreto "25 years on", che prosegue la tradizione di dischi degli Hawkwind in cui gli usuali temi fantascientifici e space rock sono pesantemente contaminati da elementi new wave.

"25 years on" è un passo avanti rispetto al pure discreto "PXR5" accantonato subito prima: come in quel disco, due sono i capolavori presenti sull'album, in primis il fantastico pezzo di apertura "Psi Power", disperata richiesta di aiuto di un telepate che non riesce più a tenere fuori i pensieri del mondo dalla propria testa, costruita su un accattivante riff di chitarra con le gustose tastiere di Swindells e uno straziante, orecchiabile ritornello corale; il secondo è la successiva "Fall free", pezzo la cui intro e la cui outro sono nobilitate da un delizioso, commovente assolo di Swindells.

Altri tre brani dell'album sono di buon livello: l'ossessiva "25 years on" è new wave elettronica che ricorda le opere contemporanee dei Devo, e anche il rock'n'roll obliquo di "Flying Doctor" reca marchi new wave. La conclusiva "The Age of the Micro-Men" è anch'essa un buon brano nella tradizione solenne degli Hawkwind, anche se certamente sa di già sentito.

Discreti infine lo space rock appena più vecchia maniera di "The Only Ones" e la deprimente "The Dead Dreams of the Cold War Kid", ai quali contribuisce anche il violino di Simon House, che si scusa coi vecchi colleghi per la fuga presso il Duca Bianco donando loro il proprio contributo in studio.

Nel complesso non c'è una brutta traccia in questo più che discreto disco degli Hawkwind, che li conferma in buona forma anche nell'era della new wave.

- Prog Fox

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...