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sabato 21 dicembre 2019

Coldplay: "Everyday Life" (2019)

Un mese fa oggi usciva "Everyday Life", ottavo album in studio dei Coldplay. Che dire, un'ora di musica divisa in due LP ("Sunrise" e "Sunset") che colpisce in positivo, e forse nel 2019 confessiamo che dai Coldplay non ce lo saremmo aspettato. Ma siamo molto lieti di essere stati sorpresi e smentiti.



(il disco completo --> https://tinyurl.com/uzlcqay)

venerdì 11 ottobre 2019

Opeth: "In cauda venenum" (2019)

Due settimane fa oggi è stato pubblicato "In cauda venenum", ultimo album degli svedesi Opeth, sia nella versione cantata in svedese che in quella cantata in inglese.
L'album prosegue il flirt di questi sperimentatori dell'heavy metal e del death metal con il progressive rock degli anni settanta. Certamente si tratta di un altro disco che punta più sugli appassionati del prog vintage che non del death metal. Ma è un motivo sufficiente per ignorarlo?


(il disco completo si può ascoltare qui: https://tinyurl.com/y2znyqgf)

venerdì 14 giugno 2019

Baroness: "Gold & Grey" (2019)

Esce oggi "Gold & Grey", quinto album degli americani Baroness, guidati dal cantante e illustratore John Baizley, che vede la prima partecipazione su loro long playing della nuova chitarrista solista Gina Gleason.
Disco eclettico e fortemente rock, rappresenta l'ennesimo ottimo risultato artistico di un gruppo sempre ispirato alla ricerca di una via personale.



venerdì 7 giugno 2019

Santana: "Africa speaks" (2019)

Il 7 giugno esce "Africa Speaks", disco dei Santana che vede il gruppo di Carlos Santana collaborare con la cantante afrospagnola Buika. Sperabilmente i tempi dei dischi pop con collaborazioni ruffiane sono finiti, e "Africa Speaks" prosegue i buoni risultati ottenuti dal chitarrista messicano con "Shape Shifter" del 2012 e "Santana IV" del 2016.




(disco completo disponibile qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lcT87h1eIuzRBRkZZZ-lil10-Xt7uood4)

venerdì 3 maggio 2019

Bjørn Riis: "A storm is coming" (2019)



(disco completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_los3gicTean6HopVsDY0_zm876k2_RZjk)

Bjørn Riis - Musician è il chitarrista degli Airbag, una formazione neoprog norvegese formata da musicisti decisamente capaci ma troppo spesso derivativi: le influenze di Pink Floyd e Porcupine Tree emergono troppo nettamente dalla loro opera e la scelta di tenersi quasi sempre su tempi moderati, se non letargici, e di accentuare tantissimo il lato atmosferico delle loro composizioni, ha limitato un po' agli occhi del vostro umile recensore la loro capacità attrattiva.

Con il suo quarto lavoro solista, Riis prosegue il discorso musicale degli Airbag, mostrando che certe coloriture sono molto vicine al suo cuore. Il risultato complessivo è comunque buono, talvolta ottimo come nel brano di apertura, "When rain falls", vario e interessante nonostante duri oltre dieci minuti e sia perlopiù eseguito al ralenti, a tutto merito del chitarrista, oppure in un'altra lunga composizione, "Stormwatch", che nei suoi 14 minuti beneficia anche del supporto della cantante Mimmi Tamba e di una splendida esecuzione alla sei corde.

Quando Riis sfrutta meno le variazioni, la musica può diventare troppo leggera e torpida, come in "This House", che appare superflua in un disco che dura quasi un'ora, al punto che si termina l'ascolto di "A storm in coming" un po' in apnea.

Per gli amanti del neoprog, dei Porcupine Tree e degli Spock's Beard, però, questo resta un disco di sicuro interesse che vale la pena esplorare, e che sa con le sue atmosfere portarci nella calma gelida delle fredde lande norvegesi.

- Prog Fox

martedì 26 marzo 2019

Eris Pluvia: "Tales from Another Time" (2019)



(il disco completo si può ascoltare qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mEWH_KcVfUx16GMQzkr1X77b-sEs6Gotg)

I genovesi Eris Pluvia furono fra i protagonisti della rinascita del progressive italiano degli anni '90, con uno dei primi e più quotati dischi del genere, "Rings of Earthly Light" (1991). In seguito, del gruppo si persero le tracce dopo una scissione che portò alla nascita degli Ancient Veil, fino al 2010 quando si ripresentarono con "Third Eye Light".

Dopo la tragica scomparsa del tastierista Paolo Raciti nel 2015, il gruppo pubblicò "Different Earths" nel 2016 e ora questo interessante "Tales from Another Time". Il quartetto è composto da Alessandro Cavatorti alla chitarra, Marco Forella al basso, Roberta Piras al flauto e Roberto Minniti alla voce; gli altri strumenti sono suonati o programmati alla bisogna.

Lo stile degli Eris Pluvia è fortemente radicato nel neo prog anni novanta, con ampie e succose riletture del prog melodico classico, vedi alla voce Camel, come si sente già nell'apertura strumentale "When love dies". Sebbene si possa temere un effetto di deja vu, le composizioni sono sufficientemente ariose e fresche da far passare la relativa originalità in secondo piano. Gli arrangiamenti sono gustosi e la produzione cristallina, con suoni tersi come un'alba tardoprimaverile - anche se forse si potevano curare di più quelli della batteria, un po' troppo sintetici.

"Lost in the Sands of Time", oltre che di una espressiva prova del cantante Minniti, che sa adeguarsi con grazia alla dolcezza dei temi musicali, beneficia del bel tocco di chitarra di Cavatorti, chitarrista dal suono controllato e sicuro.

La cantante Ludovica Strizoli contribuisce a "la Chanson de Jeanne", dedicata alla figura di Giovanna d'Arco; come per la successiva "The Call of Cthulhu", forse l'invenzione tematica di questi brani non è adeguata alla loro lunghezza (e forse nemmeno al contenuto narrativo), seppure non ci sia nulla di sgradevole in essi.

"Last Train to Atlana" è una bella composizione strumentale dominata dal flauto di Piras. Forse il pezzo migliore del disco arriva in chiusura con "The Hum", in cui ancora una volta è la chitarra di Cavatorti a farla da padrona.

"Tales from Another Time" sicuramente non cambierà le sorti del prog mondiale, ma è un disco che si caratterizza per il buon gusto, a tratti squisito, dei suoi musicisti. Se amate il prog melodico post-Dark Side of the Moon, soprattutto quello dei Camel, passerete un'ottima ora in loro compagnia.

Bonus per la simpaticissima copertina che raffigura un regale cugino dell'Occhio dei Residents piuttosto perplesso durante una partita a scacchi alla quale assistono altri occhiuti figuri come la luna di Georges Méliès e l'occhio egizio.

- Prog Fox

venerdì 22 marzo 2019

Andrew Bird: "My finest work yet" (2019)



(album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kCWC1BfZ0AePTFwY_dVzN1PIVAaosmVtQ)

Andrew Bird è ormai un veterano dalla carriera più che ventennale. Cosa può fare un artista di buono dopo tanti anni? Intanto, prendersi in giro da solo con un titolo come "My finest work yet", per poi fare un disco bruttissimo... No, scherziamo. Se "My finest work yet" non è il suo miglior lavoro in assoluto, non ci manca molto. Si tratta infatti di un disco interessante di folk pop rock lieve ma per nulla leggero, venato da una sottile malinconia e percorso da uno sguardo intenso sulle distese immense dell'America rurale.

Bird dirige un gruppo di nove musicisti (se stesso compreso alla chitarra e al violino) in varie configurazioni. "Sysyphus" riprende il mito greco ed è il singolo di lancio, con la melodia che frega sembrando banale ma poi invece scappa di qua e di là e non si lascia ben definire. "Bloodless" tocca terreni jazz pop e ricorda un po' Rufus Wainwright, il plus è l'assolo di Bird al violino, è sempre bello sentire assoli nel 2019, così come succede per la notevole "Proxy Wars" che richiama alla mente una lunga genìa di country rockers progressivi come i Seatrain, i Flock e i Muleskinner.

A giocarsi la palma di brano più clamoroso ci sono "Olympians", con un andamento country rock e un ritornello trascinante e una intensità ficcante nelle parole e nelle voci, e la sarabanda multicolore di "Don the struggle", geniale negli arrangiamenti, nei cambi di ritmo e di melodia che ci strappano il cuore dal petto.

Bird ormai è un maestro del genere: non aggiunge nulla di radicale alla propria opera, ma sa come coinvolgere l'ascoltatore andando al di là di una banale gradevolezza (che già sarebbe qualcosa) cercando di trovare uno spunto interessante in ogni canzone; al folk e al pop sfuggono sempre fiammate blues, jazz, rock in un amalgama molto naturale, che perdipiù sceglie accuratamente di evitare le trappole elettroniche e i suoni artificiosi che hanno incastrato negativamente altri autori della sua generazione, dagli Okkervil River agli Iron & Wine ai My Morning Jacket.

Finora il disco cantautorile più bello dell'anno.

E la copertina che cita la morte di Marat è un tocco di classe a sugello del tutto.

- Prog Fox

venerdì 22 febbraio 2019

Claypool Lennon Delirium: "South of Reality" (2019)



(album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lN_DnD19gOuG1u455vxAnjcN7P8UXDUqc)

Sean Lennon, chitarrista e cantante figlio di John Lennon e Yoko Ono, e Les Claypool, bassista e cantante principalmente noto come leader dei Primus, decidono di lavorare assieme dopo un tour in cui i The Ghost of a Saber Tooth Tiger, band di Lennon, fanno da supporto ai Primus.

Il primo lavoro risale al 2016, "Monolith of Phobos"; questo "South of Reality", realizzato tra 2018 e 2019 e pubblicato a febbraio, è il seguito di quell'interessante opera e ne prosegue lo spirito volto a riprendere la psichedelia anni '60 e il progressive melodico degli anni '70, ovviamente con un ruolo ispiratore privilegiato all'opera dei Beatles e del paparino di Sean, anche se il buonumore e la rilassata positività di molti brani ricordano non meno i migliori lavori di McCartney e Harrison. Ai due leader si unisce anche il batterista Paulo Baldi che suona in circa un terzo delle tracce ("Boriska", "Amethyst Realm", "Ask Your Doctor"), mentre nelle altre è Sean a occuparsi di tutte le percussioni.

Lungi dall'essere un disco di mero retro rock derivativo, l'album è una fantasia di colori e suoni che impressiona - certo, che Les Claypool sia un bassista fenomenale e un genio creativo lo sappiamo già da tempo, ma le abilità di Sean alla chitarra e alla composizione possono essere sfuggite o essere minimizzate per la sua natura di figlio d'arte. Non tutti i figli d'arte però sono dei raccomandati o dei fessi, e Sean lo dimostra chiaramente, per esempio nell'assolo finale della strepitosa traccia di apertura, "Little Fishes", caratterizzata anche da un riff geniale di Claypool.

Altrettanto valida la successiva "Blood and Rockets", appena un po' più malinconica, con chiare influenze beatlesiane ma dall'atmosfera molto più densa, appropriata alla cornice fantastica della copertina marziano-spaziale. La title track paga omaggio alla psichedelia più in stile primi Pink Floyd, con la parte centrale che sembra una modernizzazione di certe sonorità presenti nel loro secondo album "A saucerful of secrets", con quel suo ondeggiante riff discendente.

"Borisk", che pure ricorda in certi sviluppi le atmosfere oniriche degli Yes e dei Klaatu, è uno dei pezzi più originali e intraprendenti, che come l'iniziale "Little Fishes" ci ricorda che il disco non si limita a una mera riproposizione del passato ma si inserisce come valida alternativa al neoprog classico, che in genere riprende Genesis e Pink Floyd e suoni della fase centrale dei settanta e non, come Lennon e Claypool, quelli della prima fase del prog rock. Ascoltare per credere soprattutto la seconda metà del pezzo, con arrangiamenti orchestrali degni di John Paul Jones e il solo psichedelico di Lennon.

Altro esempio di questa capacità di tenere i piedi in due staffe è "Amethyst Realm", che inizia come un brano di retro psichedelico e poi chiude con una magistrale cavalcata prog dominata dalla sicura chitarra di Lennon, che - se pur non un virtuoso quale Claypool lo è del basso - si difende con assoluta eleganza alla sei corde. Originale anche "Toady Man's Hour", che suona come dovrebbe essere una canzone scritta da Syd Barrett con i Primus.

Atmosfere orientali da trip in India caratterizzano "Cricket Chronicles Revisited", completa di scale indiane, applausi e percussioni orientaleggianti, anche se la canzone più che ai Beatles sembra rimandare ai Kula Shaker sotto anfetamine, almeno fino al dolcissimo finale. Stupenda anche la traccia di chiusura, la psicotica "Like fleas", irresistibilmente irriverente, con un testo che ricorda le tirate sull'ambiente di George Carlin, canzone guidata dal basso magnetico di Claypool, che traccia riff memorabili lungo tutto l'arco del brano sin dall'apertura arpeggiata.

Così si può certamente affermare che "South of Reality" è un'altra pagina gloriosa nella carriera del duo. L'unica domanda che ci poniamo è se questo sia il culmine della loro parabola o se saranno in grado di portare la loro musica a un livello ancora superiore. Se qui infatti siamo al cospetto di un esuberante, sfrenato divertissement di lusso, abbiamo l'impressione che Claypool & Lennon possano aumentare l'ipertrofismo degli arrangiamenti e l'energia dei brani e fare ancora meglio.

- Prog Fox

venerdì 15 febbraio 2019

Motorpsycho: "The Crucible" (2019)

"The Crucible", ennesimo disco dei norvegesi Motorpsycho, è uscito il 15 febbraio del 2019, proseguendo volutamente le coordinate stilistiche del precedente "The Tower". Un disco più che dignitoso, non particolarmente originale ma indubbiamente gradito ai fan dell'ultima fase della band.




(disco completo disponibile qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLZEzftWKvVPrkwIa-Zxc5pwb-p4nn9n6D)

Difficile relazionarsi con un gruppo come i Motorpsycho, in particolare per la loro prolificità che li mette al pari di altri masturbatori compulsivi come Frank Zappa che componevano e - soprattutto - incidevano davvero troppo, troppo, troppo. Fatta questa premessa, proviamo a recensire il millesimo disco della band, diciamo millesimo essendo il conto esatto ormai impossibile da anni, fra cd, LP, doppi, tripli, quadrupli, EP, collaborazioni con altri artisti.

"The Crucible" è un disco figo, nella figosità tipica dei Motorpsycho degli ultimi anni: arrangiato superbamente secondo quello stile misto grunge, stoner, space rock/prog anni settanta e psichedelia a cavallo del '69-'70 che ormai caratterizza la maggior parte del materiale della band dai tempi di "Heavy Metal Fruit" del 2010. Variando l'intensità delle sue influenze da brano a brano e da disco a disco, i Motorpsycho riescono nell'intento di interessare e appassionare chiunque abbia un interesse spiccato per uno o più dei generi da cui attingono a piene mani. L'originalità però è da un'altra parte, e il valore degli arrangiamenti e della produzione - curata anche questa volta dall'amico-membro esterno Helge Sten, meglio noto nell'ambiente con il soprannome di Deathprod - superano quello medio delle melodie.

Poco male per gli amanti delle jam infinite, dei chilometrici, violenti assoli acidi di chitarra, della percussività strabordante, di cui il nuovo batterista  Tomas Järmyr, svedese subentrato nel 2017 a Kenneth Kapstad, è vero maestro, con uno stile che non manca di rievocare a momenti lo stile di Mike Giles dei primi King Crimson.

Ennesima rievocazione del progressive anni '70 il fatto che il disco sia composto da tre soli brani. Ironicamente, il terzetto accoglie nelle sue dichiarazioni di lancio del disco le critiche fatte al precedente "The Tower", che durava oltre un'ora e mezza, dicendo che questa volta hanno fatto le cose rimanendo concisi. Tre pezzi, due da dieci minuti e uno da venti, non danno in realtà proprio l'idea di concisione e autocontrollo, e infatti non ne hanno.

Tra i dieci minuti di "Psychotzar" (titolo citazione dei Black Sabbath di "Supertzar", anche se il pezzo ha più elementi che richiamano i Deep Purple, se vogliamo), i dieci di "Lux Aeterna" e i venti di "The Crucible" noi scegliamo "Lux Aeterna", che fra i suoi cambi di atmosfera e assoli graffianti è in grado di emozionarci particolarmente grazie alla sua pensosa introduzione semiacustica.

Insomma, se avete ascoltato gli ultimi album dei Motorpsycho, sapete cosa aspettarvi, nel bene e nel male. La scelta di cosa fare con "The Crucible" è tutta vostra.

- Prog Fox

Avantasia: "Moonglow" (2019)

Amanti del power metal classico accorrete numerosi, perché il 15 febbraio scorso è uscito "Moonglow", ultimo disco del progetto Avantasia, quartetto formato da Tobias Sammet e Felix Bohnke degli Edguy con Miro Rodenberg e Sascha Paeth, che come al solito si fanno accompagnare da una pletora di grandi cantanti metal lungo un concept album illustrato nientemeno che da Alexander Jansson.

 

(il disco completo si può trovare qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLxJJcP5YX06ft5oZSIdOWHoQYTOq_5Ao1)

Tobias Sammett è noto soprattutto come cantante e leader degli Edguy, uno dei principali gruppi di power metal tedesco degli anni novanta, eredi e innovatori del patrimonio musicale creato nel decennio precedente dagli Helloween. Oltre agli Edguy, Sammett ha però anche un progetto parallelo, gli Avantasia, che da anni conduce con al suo fianco il chitarrista e produttore Sascha Paeth e il produttore, tastierista e arrangiatore orchestrale Michael Rodenberg (anche noto semplicemente con lo pseudonimo di Miro). La peculiarità del progetto è che gli Avantasia pubblicano perlopiù concept album o metal opera, alle quali Sammett e soci invitano numerosi ospiti, in particolare nel ruolo di cantanti, secondo una felice intuizione sorta a fine anni '90 nel mondo progressive metal e proseguita da allora oltre che dagli Avantasia, dagli Ayreon, dai fratelli Gardner dei Magellan, e da tanti altri.

In questo 2019 gli Avantasia, con il batterista Felix Bohnke, compare di Sammett negli Edguy, giungono alla pubblicazione del loro ottavo long playing, "Moonglow". Si tratta di un album assolutamente gradevole di classico prog metal/power metal melodico.

Non ci sono particolari sorprese nello sviluppo dei temi musicali: la strada percorsa dagli Avantasia è ben tracciata, i meccanismi sono oliati alla perfezione, i cantanti ospiti, più o meno giovani, ovviamente sono tra i migliori del campo, dal norvegese JORN Lande al danese Ronnie Atkins Official al tedesco Hansi Kursch, dall'inglese Bob Catley agli americani Geoff Tate (Official) ed Eric Martin, a Miland "Mille" Petrozza dei Kreator, tutti con curriculum pazzeschi alle spalle; Candice Night, moglie di Ritchie Blackmore e unica cantante del progetto, compare nel duetto "Book of Shallows".

Ci sono anche l'arpista Nadia Birkenstock e Oliver Hartmann alla chitarra e ai cori nella notevole "The Raven Child", anche pubblicata come singolo.

La storia questa volta è quella di una creatura notturna che si nasconde dal mondo, e che occupa circa un'ora dell'album, a seguito del quale compaiono come pezzi scollegati una cover di "Maniac" di Michael Sembello e la deliziosa "Heart", nella quale Sammett riserva per sé quello che è forse il ritornello più coinvolgente di tutto il disco.

Se "Ghost in the Moon" e "The Raven Child" ci portano sulle strade più epiche e prog metal del progetto, "Requiem for a Dream" lo conclude con un classico power metal influenzato pesantemente dagli Helloween (non a caso è Kiske a dominarne le parti vocali). Numerosi sono poi gli omaggi nei titoli e nei testi al progressive classico, da "The Piper at the Gates of Dawn" per Pink Floyd e Syd Barrett a "Lavender" per i Marillion, ai Rush in "Heart" ("hot on the trail again, afraid of moving closer to my heart").

"Moonglow" è un lavoro piacevole che regala esattamente ciò che ci si può aspettare dagli Avantasia oggi: un'ora di grande intrattenimento per chi ama il metal classico degli anni ottanta e il prog/power melodico degli anni novanta, con l'emozione di sentire insieme tanti protagonisti di mille canzoni che abbiamo amato. Niente di più, niente di meno: sta a voi decidere se è abbastanza.

- Prog Fox

venerdì 1 febbraio 2019

Rustin Man: "Drift Code" (2019)

Il primo febbraio è stato pubblicato anche "Drift Code", il nuovo album del progetto Rustin Man, ovvero Paul Webb, ex-bassista dei Talk Talk, accompagnato dal superbo Lee Harris, ex-batterista dello stesso gruppo. Disco davvero notevole, giunto a molti anni di distanza dalle ultime uscite dei due.



(il disco completo si può ascoltare qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kU3mZ_PML96hbxZ6iUAu0y18_K777-bfk)

Sono passati più di quindici anni dall'ultimo lavoro di Paul Webb, bassista dei Talk Talk ("Out of Season", con la cantante Beth Gibbons), e più di cinque dall'ultima apparizione del loro batterista Lee Harris (sul progetto Magnetik North di Jaki Liebezeit, ex-batterista dei Can). Così giunge come fulmine a ciel sereno questo "Drift Code", sul quale all'apparenza il duo ha lavorato per parecchi anni, forse anche tutto l'ultimo decennio.

Webb è il pilota e il suo sodale Harris il silenzioso, fedele navigatore, e gli esiti del lavoro sono davvero notevoli. Dopotutto il loro contributo al successo delle opere dei Talk Talk era fondamentale (specialmente il tocco personale e peculiarissimo di Harris alla batteria), ed essendo Mark Hollis impenetrabile sfinge rifugiatasi in un autoimposto esilio, in sua assenza Webb e Harris ci regalano un disco che sa addolcire adeguatamente il rimpianto per lui e il gruppo.

Il disco si apre con "Vanishing Heart", il pezzo più Talk Talk dell'album, chiaramente si parla dei Talk Talk dell'ultima fase, quella post rock di "Spirit of Eden"; scopriamo così che Webb, che sovraincide chitarre, basso, pianoforte e tastiere, possiede una voce solista fragile e ispirata, mentre Harris rievoca il sound percussivo del loro vecchio gruppo.

Diversi sono i brani riusciti nell'album: la delicata "Brings me joy", che possiede qualcosa di morriconiano, forse per la presenza della voce femminile di Stephanie Hedges; "Our tomorrows", in cui Harris sfodera ancora una volta il suo superbo stile alla batteria; la conclusiva, delicata "All Summer"; ma soprattutto il capolavoro "The world's in town", meditabondo excursus con Harris che usa le spazzole e Webb colora con chitarre tremolanti lo sfondo sul quale si esprime con potenza e passione la voce del bassista (che non penso si offenderà se la paragoniamo a quella di Robert Wyatt), in un crescendo magistrale e sublime.

Per gli amanti dei Talk Talk ultima maniera, quindi, questo "Drift Code" è album assolutamente indispensabile; ma non si tratta solo di una curiosità o di un modo per riempire l'assenza del gruppo: Webb e Harris ci fanno un dono davvero prezioso, un disco crepuscolare e ben pensato che non mancherà di soddisfare il palato degli ascoltatori più esigenti.

- Prog Fox

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