11 settembre 2001, fra le varie ricorrenze di questa data, ricordiamo anche la pubblicazione di "God Hates Us All", album da studio numero otto per uno degli ensemble facenti parte dei big four del thrash metal: gli Slayer.
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sabato 11 settembre 2021
venerdì 9 ottobre 2020
giovedì 5 luglio 2018
Slayer: "South of Heaven" (1988)
5
luglio del 1988, a meno di due anni di distanza dall’acclamato "Reign
in Blood", viene pubblicato "South of Heaven", quarto lavoro da studio
dei mastri thrasher californiani Slayer, impersonificati fisicamente da
Tom Araya, Kerry King & Jeff Hannemann e Dave Lombardo, nella loro
formazione classica.
Non era affatto facile soddisfare le aspettative derivate dal precedente masterpiece, che tutt’ora resta in assoluto uno dei più significativi prodotti del metal, ma i risultati sono altamente soddisfacenti. "South of Heaven" difatti andrà a essere il secondo tassello del trio del meraviglie del gruppo, composto appunto oltre che dal suddetto lavoro e dal precedente anche dal seguente "Season in the Abyss".
Pochissimi gruppi sono stati capaci di azzeccare tre album di fila di questa caratura, men che meno la stessa band, la quale non si avvicinerà mai più durante il resto della sua onorata carriera a questi livelli.
"Reign in Blood" era stato uno degli album più estremi e feroci di quel periodo, produrre qualcosa di ancora più estremo era pressoché impossibile, Araya e soci ne erano consapevoli. La soluzione verso cui optarono fu quella di tirare il freno a mano. Meno riff serrati, meno forsennati tu-pa tu-pa tu-pa in quattro quarti, meno ritmiche al fulmicotone, stavolta il gruppo, e nella fattispecie Hanneman che di "South of Heaven" è il principale autore (a differenza di "Reign in Blood" dove era King a tirare maggiormente i fili), opta per tempi più controllati e dal voltaggio ridotto, senza intaccare e snaturare minimamente quella che è la propria indole compositiva. Il pezzo d’apertura, che da il nome al disco, ne è il perfetto esempio: magistrale up-tempo introdotto da un macabro e sinistro riff che alterato di tono ne diventa poi quello portante, una sezione ritmica dinamica guidata dietro le pelli da un Lombardo che rispetto a "Reign in Blood" appare notevolmente evoluto in quanto a varietà di soluzioni e estro compositivo, Hannemann e King si avvicendano e si sfidano in quelle sequenze di assoli, i duel guitar solo fra i due sono una delle più riconoscibili peculiarità. Pezzo leggendario che meglio non poteva introdurre il lavoro dal gusto tendenzialmente più doomy del quartetto di Los Angeles.
Ora però bisogna prepararsi a premere sul pulsante di azionamento headbanging, segue "Silent Scream", una rasoiata micidiale con doppia cassa a ciocco che rievoca gli sfrenati fasti di "Reign in Blood", Araya indiavolato, Lombardo che mena fendenti come un dannato, la coppia di asce che si diletta in riff e soli esplosivi. Senza dubbio il pezzo del disco dove la band tiene maggiormente il piede sul pedale dell’accelleratore, un altro pezzo memorabile che va ad arricchire l’ampio repertorio del gruppo e che verrà proposto e riproposto spesso in sede live. Torniamo ad abbassare i ritmi, "Live Undead" è un altro up-tempo molto dinamico e meno cadenzato dell’opener, dove bisogna segnalare una repentina accelerata nel formidabile ultimo minuto il quale rappresenta uno dei momenti più memorabili dell’intero lavoro. Di nuovo l’apporto di Lombardo è davvero stupefacente.
Segue "Behind the Crooked Cross", song che si muove grossomodo sulle stesse coordinate, mostrando un songwriting improntato a rendere le composizioni più orecchiabili rispetto al passato, strizzando l’occhio a un riffing maggiormente orientato verso la melodia (oddio, utilizzare i termini “orecchiabile” e “melodico” nel descrivere un pezzo degli Slayer provoca sempre un senso d’orticaria, ma la varietà degli aggettivi che offre il vocabolario non è sconfinata e le graduazioni di melodia sono parecchie, quindi per questa volta chiudiamo un occhio e rendiamo il compito facile a chi scrive e chi legge), episodio certamente gradevole ma qualche spanna sotto a quanto sentito finora.
Arriva il turno di "Mandatory Suicide", l’altro grande classico del disco assieme a "South of Heaven", canzone contraddistinta (una volta tanto) da un buon testo che rievoca la tragica epopea dei marines in Vietnam, finora mai come in questo caso gli Slayer accantonano parzialmente la violenza che li ha sempre contraddistinti a favore di un mid tempo carico di drammaticità fra break improvvisi e un finale in crescendo in cui aumenta il climax doloroso e rabbioso del pezzo. Gran parte del merito va ad Araya, anch’esso notevolmente migliorato nella stesura delle proprie linee vocali. Il gruppo alza immediatamente il tiro con "Ghosts of War", ennesimo pezzo clamoroso nonché uno dei più sottovalutati non solo del lavoro in questione ma della loro intera carriera. Intro in mono che riprende la parte finale del loro classico "Chemical Warfare", e via che si parte a razzo con un puro thrash slayerano senza compromessi ricco di accelerazioni, decelerazioni, breakdown e ripartenze nonché dotato di uno dei refrain più azzeccati del gruppo e un’evocativa parte finale da brividi.
Tutto molto bello, fin qui. Ahinoi, i due pezzi seguenti, "Read Between The Lies" e "Cleanse The Soul" suonano abbastanza anonime e non impressionano come quanto abbiamo sentito finora. Ci pensa "Dissident Aggressor", griffata Judas Priest, a rialzare il livello di interesse, trattasi di una cover alquanto fedele all’originale a cui viene apportata qualche piccola modifica qua e là e personalizzata a dovere, operazione riuscita, ma pur sempre di una cover stiamo parlando.
Dopo il vistoso calo, il compito di calare il sipario in modo dignitoso spetta a "Spill the Blood", e qua gli Slayer chiudono esattamente come avevano cominciato, con una canzone satura di spirito doom, molto suggestivamente inquietante il riffing e il testo, il tutto interamente a opera di Hannemann, i livelli della title track sono lontani, ma è una buona chiusura.
E quindi, a due anni da quello che è considerato il loro apice, gli Slayer fanno un figurone anche adagiandosi su ritmi più sostenuti. E pur se non si tratta di un lavoro che raggiunge la perfezione, anche stavolta ci avviciniamo dannatamente.
- Supergiovane
Non era affatto facile soddisfare le aspettative derivate dal precedente masterpiece, che tutt’ora resta in assoluto uno dei più significativi prodotti del metal, ma i risultati sono altamente soddisfacenti. "South of Heaven" difatti andrà a essere il secondo tassello del trio del meraviglie del gruppo, composto appunto oltre che dal suddetto lavoro e dal precedente anche dal seguente "Season in the Abyss".
Pochissimi gruppi sono stati capaci di azzeccare tre album di fila di questa caratura, men che meno la stessa band, la quale non si avvicinerà mai più durante il resto della sua onorata carriera a questi livelli.
"Reign in Blood" era stato uno degli album più estremi e feroci di quel periodo, produrre qualcosa di ancora più estremo era pressoché impossibile, Araya e soci ne erano consapevoli. La soluzione verso cui optarono fu quella di tirare il freno a mano. Meno riff serrati, meno forsennati tu-pa tu-pa tu-pa in quattro quarti, meno ritmiche al fulmicotone, stavolta il gruppo, e nella fattispecie Hanneman che di "South of Heaven" è il principale autore (a differenza di "Reign in Blood" dove era King a tirare maggiormente i fili), opta per tempi più controllati e dal voltaggio ridotto, senza intaccare e snaturare minimamente quella che è la propria indole compositiva. Il pezzo d’apertura, che da il nome al disco, ne è il perfetto esempio: magistrale up-tempo introdotto da un macabro e sinistro riff che alterato di tono ne diventa poi quello portante, una sezione ritmica dinamica guidata dietro le pelli da un Lombardo che rispetto a "Reign in Blood" appare notevolmente evoluto in quanto a varietà di soluzioni e estro compositivo, Hannemann e King si avvicendano e si sfidano in quelle sequenze di assoli, i duel guitar solo fra i due sono una delle più riconoscibili peculiarità. Pezzo leggendario che meglio non poteva introdurre il lavoro dal gusto tendenzialmente più doomy del quartetto di Los Angeles.
Ora però bisogna prepararsi a premere sul pulsante di azionamento headbanging, segue "Silent Scream", una rasoiata micidiale con doppia cassa a ciocco che rievoca gli sfrenati fasti di "Reign in Blood", Araya indiavolato, Lombardo che mena fendenti come un dannato, la coppia di asce che si diletta in riff e soli esplosivi. Senza dubbio il pezzo del disco dove la band tiene maggiormente il piede sul pedale dell’accelleratore, un altro pezzo memorabile che va ad arricchire l’ampio repertorio del gruppo e che verrà proposto e riproposto spesso in sede live. Torniamo ad abbassare i ritmi, "Live Undead" è un altro up-tempo molto dinamico e meno cadenzato dell’opener, dove bisogna segnalare una repentina accelerata nel formidabile ultimo minuto il quale rappresenta uno dei momenti più memorabili dell’intero lavoro. Di nuovo l’apporto di Lombardo è davvero stupefacente.
Segue "Behind the Crooked Cross", song che si muove grossomodo sulle stesse coordinate, mostrando un songwriting improntato a rendere le composizioni più orecchiabili rispetto al passato, strizzando l’occhio a un riffing maggiormente orientato verso la melodia (oddio, utilizzare i termini “orecchiabile” e “melodico” nel descrivere un pezzo degli Slayer provoca sempre un senso d’orticaria, ma la varietà degli aggettivi che offre il vocabolario non è sconfinata e le graduazioni di melodia sono parecchie, quindi per questa volta chiudiamo un occhio e rendiamo il compito facile a chi scrive e chi legge), episodio certamente gradevole ma qualche spanna sotto a quanto sentito finora.
Arriva il turno di "Mandatory Suicide", l’altro grande classico del disco assieme a "South of Heaven", canzone contraddistinta (una volta tanto) da un buon testo che rievoca la tragica epopea dei marines in Vietnam, finora mai come in questo caso gli Slayer accantonano parzialmente la violenza che li ha sempre contraddistinti a favore di un mid tempo carico di drammaticità fra break improvvisi e un finale in crescendo in cui aumenta il climax doloroso e rabbioso del pezzo. Gran parte del merito va ad Araya, anch’esso notevolmente migliorato nella stesura delle proprie linee vocali. Il gruppo alza immediatamente il tiro con "Ghosts of War", ennesimo pezzo clamoroso nonché uno dei più sottovalutati non solo del lavoro in questione ma della loro intera carriera. Intro in mono che riprende la parte finale del loro classico "Chemical Warfare", e via che si parte a razzo con un puro thrash slayerano senza compromessi ricco di accelerazioni, decelerazioni, breakdown e ripartenze nonché dotato di uno dei refrain più azzeccati del gruppo e un’evocativa parte finale da brividi.
Tutto molto bello, fin qui. Ahinoi, i due pezzi seguenti, "Read Between The Lies" e "Cleanse The Soul" suonano abbastanza anonime e non impressionano come quanto abbiamo sentito finora. Ci pensa "Dissident Aggressor", griffata Judas Priest, a rialzare il livello di interesse, trattasi di una cover alquanto fedele all’originale a cui viene apportata qualche piccola modifica qua e là e personalizzata a dovere, operazione riuscita, ma pur sempre di una cover stiamo parlando.
Dopo il vistoso calo, il compito di calare il sipario in modo dignitoso spetta a "Spill the Blood", e qua gli Slayer chiudono esattamente come avevano cominciato, con una canzone satura di spirito doom, molto suggestivamente inquietante il riffing e il testo, il tutto interamente a opera di Hannemann, i livelli della title track sono lontani, ma è una buona chiusura.
E quindi, a due anni da quello che è considerato il loro apice, gli Slayer fanno un figurone anche adagiandosi su ritmi più sostenuti. E pur se non si tratta di un lavoro che raggiunge la perfezione, anche stavolta ci avviciniamo dannatamente.
- Supergiovane
sabato 9 giugno 2018
Slayer: "Diabolus in Musica" (1998)
Nove di giugno anno 1998, gli Slayer dopo un silenzio di quattro anni dall’ultimo album di inediti pubblicano un disco nuovo di zecca, "Diabolus in Musica". L’album è considerato dai più come il punto più basso della loro carriera, ma dato che solo gli impavidi e i coraggiosi osano andare controcorrente, questa volta toccherà a C’era una volta il rock (nelle vesti fisiche del recensore che, a proprio rischio e pericolo, sarà magnanimo e non mancherà di sottolineare i punti di forza dell’album) andare controcorrente.
Diciamo subito che invece Diabolus in Musica è tutto sommato un bel lavoretto, godibile e ben prodotto, che fa quello che gli Slayer sanno fare da sempre: spaccare il culo.
A scanso di equivoci, però, dobbiamo anche dire che non regge minimamente il confronto con la loro discografia che va dal 1983 al 1990: quella è davvero troppe spanne sopra, inarrivabile per gli Slayer stessi, il resto della loro carriera, o meglio dire, discografia, si è sempre contraddistinta come altalenante e zoppicante.
Andiamo con ordine e tracciamo un breve compendio della storia degli Slayer: "Show No Mercy" segna un ottimo esordio, seguito dall’lp "Live Undead" e dall’ottimo "Hell Awaits", da qui in poi escono a cadenza biennale "Reign in Blood", "South of Heaven" e "Season in the Abyss", un trio di album considerati capolavori assoluti del gruppo losangelino e capisaldi imprescindibili del thrash metal, di quello più cazzuto e martellante che esista.
Dopo l’apice, comincia la parabola discendente: gli Slayer devono fare i conti con l’abbandono del batterista storico Dave Lombardo, rimpiazzato con Paul Bostaph; dopo uno stallo durato quattro anni tornano alla ribalta con "Divine Intervention", tutt’altro che un brutto disco, differente da quanto composto finora: nonostante sia strumentalmente valido e non manchino frangenti esaltanti, il senso di incompiutezza è forte (pure in pezzi fondamentalmente buoni quali "Serenity in Murder" e "Killing Fields"), forse il gruppo non sapeva ancora bene dove andare a parare in quanto a direzione stilistica.
Due anni dopo esce l’album di cover punk e hardcore "Undisputed Attitute" e altri due anni dopo eccoci arrivare a "Diabolus in Musica". Se nel precedente "Divine Intervention" le redini del songwriting erano state affidante a Kerry King, a questo giro è Jeff Hannemann a occuparsi quasi esclusivamente della stesura dei pezzi. Con il solito Rick Rubin come producer.
La parola d’ordine è una sola: rinnovamento. Senza stravolgere la propria attitudine compositiva, ma rinfrescandola e ammodernandola, adeguandosi restando al passo con i tempi che cambiano. E ciò il barbuto Rubin lo sa bene, lui che non si fa problemi a essere il produttore degli Slayer come anche di Red Hot Chili Peppers, di System of a Down come anche Johnny Cash, di Audioslave come anche Shakira…e in tempi recenti addirittura Jovanotti (le nostre condoglianze Rick…).
"Diabolus in Musica" parte forte, ma davvero forte: il trio iniziale composto da "Bitter Peace", "Death’s Head" e la mirabolante "Stain of Mind" (quest’ultima una delle migliori composizioni degli Slayer post ’90 e uno dei pochi pezzi “moderni” che regge il confronto con i vecchi evergreen) è formidabile, il gruppo martella di brutto in 2/4 come ai bei vecchi tempi, riff assassini, cambi tempo, stop and go, breakdown, e un Araya indiavolato nettamente progredito in quanto a versatilità vocale, sapientemente coadiuvato da filtri e valorizzato in fase di post produzione da Rubin. Azzarderei quasi a dire che in questi tre pezzi offre il meglio di quanto sia riuscito a dare in tutta la carriera, non soltanto facendo vibrare le sue potenti corde vocali e sputando le tonsille come ci aveva abituato in passato.
Se il resto del disco si attestasse su questi livelli, o perlomeno poco al di sotto, staremmo parlando dell’indiscusso capolavoro degli Slayer versione 2.0, ma ahinoi la qualità del resto dell’album è decisamente inferiore.
Nei restanti 9 pezzi racchiusi in 35 minuti il gruppo se la gioca più sui mid-tempo piuttosto che su pezzi tirati, pregevole risulta comunque "Overt Enemy" (che recupera perlomeno qualche elemento doomy rimandandoci alla memoria le atmosfere di "South of Heaven"), non malaccio nemmeno "Wicked", contornata dalle sfumature dark wagneriane che hanno reso celebre "Season in the Abyss", anche se il pezzo risulta eccessivamente prolisso.
Non esaltano particolarmente "Perversion of Pain" e "Desire", malgrado qualche inedita sperimentazione. Meglio allora un pezzo quale "In the Name of God", unico pezzo qui presente a firma di Kerry King che non a caso sembra essere uscito direttamente da "Divine Intervention". Bella tosta "Scrum", unico pezzo che in quanto a dinamismo riesce a stare dietro al trittico iniziale.
I dolori arrivano in quei pezzi dove l’inflessione crossover è eccessivamente marcata (per giunta con ritmiche scontate e pacchiane), ovvero in "Screaming for the Sky" e in "Love to Hate", davvero pessima quest’ultima. Chiude "Point", pezzo discreto e abbastanza variegato, con un Bostaph sugli scudi (ottimo il suo apporto in buona parte dei pezzi, a differenza della netta involuzione che il batterista ha mostrato dopo il suo comeback nel gruppo con l’ultimo "Repentless") frapposto fra la nuova anima degli Slayer e le loro radici old school.
Tirando le somme, con "Diabolus in Musica" gli Slayer hanno messo in atto un tentativo di groovizzare il proprio sound, tentativo riuscito a metà ma comunque sia apprezzabile: preso coscienza che i fasti di un tempo sono ormai passati da un po’, è legittimo guardare avanti. Ma come si sa, i metallari e i fan integralisti di vecchia data non sono molto propensi ad accettare di buon grado le sonorità moderne con cui si sposarono molti gruppi sul finire del millennio (e Tommy Lee ne sa qualcosa…), ripudiando questa sorta di svolta, nonostante gli interessanti pregi di cui "Diabolus in Musica" è in possesso.
Alla luce della comparsa dei tanti gruppi di cui adesso non sentiamo affatto la mancanza che qualche anno più tardi cavalcarono l’onda degli Slipknot, nonché dei tentativi più ruffiani e meno autoriali di ammodernizzare le proprie sonorità di illustri colleghi quali Machine Head e Fear Factory, direi che a confronto questo lavoro degli Slayer è oro colato.
- Supergiovane
Diciamo subito che invece Diabolus in Musica è tutto sommato un bel lavoretto, godibile e ben prodotto, che fa quello che gli Slayer sanno fare da sempre: spaccare il culo.
A scanso di equivoci, però, dobbiamo anche dire che non regge minimamente il confronto con la loro discografia che va dal 1983 al 1990: quella è davvero troppe spanne sopra, inarrivabile per gli Slayer stessi, il resto della loro carriera, o meglio dire, discografia, si è sempre contraddistinta come altalenante e zoppicante.
Andiamo con ordine e tracciamo un breve compendio della storia degli Slayer: "Show No Mercy" segna un ottimo esordio, seguito dall’lp "Live Undead" e dall’ottimo "Hell Awaits", da qui in poi escono a cadenza biennale "Reign in Blood", "South of Heaven" e "Season in the Abyss", un trio di album considerati capolavori assoluti del gruppo losangelino e capisaldi imprescindibili del thrash metal, di quello più cazzuto e martellante che esista.
Dopo l’apice, comincia la parabola discendente: gli Slayer devono fare i conti con l’abbandono del batterista storico Dave Lombardo, rimpiazzato con Paul Bostaph; dopo uno stallo durato quattro anni tornano alla ribalta con "Divine Intervention", tutt’altro che un brutto disco, differente da quanto composto finora: nonostante sia strumentalmente valido e non manchino frangenti esaltanti, il senso di incompiutezza è forte (pure in pezzi fondamentalmente buoni quali "Serenity in Murder" e "Killing Fields"), forse il gruppo non sapeva ancora bene dove andare a parare in quanto a direzione stilistica.
Due anni dopo esce l’album di cover punk e hardcore "Undisputed Attitute" e altri due anni dopo eccoci arrivare a "Diabolus in Musica". Se nel precedente "Divine Intervention" le redini del songwriting erano state affidante a Kerry King, a questo giro è Jeff Hannemann a occuparsi quasi esclusivamente della stesura dei pezzi. Con il solito Rick Rubin come producer.
La parola d’ordine è una sola: rinnovamento. Senza stravolgere la propria attitudine compositiva, ma rinfrescandola e ammodernandola, adeguandosi restando al passo con i tempi che cambiano. E ciò il barbuto Rubin lo sa bene, lui che non si fa problemi a essere il produttore degli Slayer come anche di Red Hot Chili Peppers, di System of a Down come anche Johnny Cash, di Audioslave come anche Shakira…e in tempi recenti addirittura Jovanotti (le nostre condoglianze Rick…).
"Diabolus in Musica" parte forte, ma davvero forte: il trio iniziale composto da "Bitter Peace", "Death’s Head" e la mirabolante "Stain of Mind" (quest’ultima una delle migliori composizioni degli Slayer post ’90 e uno dei pochi pezzi “moderni” che regge il confronto con i vecchi evergreen) è formidabile, il gruppo martella di brutto in 2/4 come ai bei vecchi tempi, riff assassini, cambi tempo, stop and go, breakdown, e un Araya indiavolato nettamente progredito in quanto a versatilità vocale, sapientemente coadiuvato da filtri e valorizzato in fase di post produzione da Rubin. Azzarderei quasi a dire che in questi tre pezzi offre il meglio di quanto sia riuscito a dare in tutta la carriera, non soltanto facendo vibrare le sue potenti corde vocali e sputando le tonsille come ci aveva abituato in passato.
Se il resto del disco si attestasse su questi livelli, o perlomeno poco al di sotto, staremmo parlando dell’indiscusso capolavoro degli Slayer versione 2.0, ma ahinoi la qualità del resto dell’album è decisamente inferiore.
Nei restanti 9 pezzi racchiusi in 35 minuti il gruppo se la gioca più sui mid-tempo piuttosto che su pezzi tirati, pregevole risulta comunque "Overt Enemy" (che recupera perlomeno qualche elemento doomy rimandandoci alla memoria le atmosfere di "South of Heaven"), non malaccio nemmeno "Wicked", contornata dalle sfumature dark wagneriane che hanno reso celebre "Season in the Abyss", anche se il pezzo risulta eccessivamente prolisso.
Non esaltano particolarmente "Perversion of Pain" e "Desire", malgrado qualche inedita sperimentazione. Meglio allora un pezzo quale "In the Name of God", unico pezzo qui presente a firma di Kerry King che non a caso sembra essere uscito direttamente da "Divine Intervention". Bella tosta "Scrum", unico pezzo che in quanto a dinamismo riesce a stare dietro al trittico iniziale.
I dolori arrivano in quei pezzi dove l’inflessione crossover è eccessivamente marcata (per giunta con ritmiche scontate e pacchiane), ovvero in "Screaming for the Sky" e in "Love to Hate", davvero pessima quest’ultima. Chiude "Point", pezzo discreto e abbastanza variegato, con un Bostaph sugli scudi (ottimo il suo apporto in buona parte dei pezzi, a differenza della netta involuzione che il batterista ha mostrato dopo il suo comeback nel gruppo con l’ultimo "Repentless") frapposto fra la nuova anima degli Slayer e le loro radici old school.
Tirando le somme, con "Diabolus in Musica" gli Slayer hanno messo in atto un tentativo di groovizzare il proprio sound, tentativo riuscito a metà ma comunque sia apprezzabile: preso coscienza che i fasti di un tempo sono ormai passati da un po’, è legittimo guardare avanti. Ma come si sa, i metallari e i fan integralisti di vecchia data non sono molto propensi ad accettare di buon grado le sonorità moderne con cui si sposarono molti gruppi sul finire del millennio (e Tommy Lee ne sa qualcosa…), ripudiando questa sorta di svolta, nonostante gli interessanti pregi di cui "Diabolus in Musica" è in possesso.
Alla luce della comparsa dei tanti gruppi di cui adesso non sentiamo affatto la mancanza che qualche anno più tardi cavalcarono l’onda degli Slipknot, nonché dei tentativi più ruffiani e meno autoriali di ammodernizzare le proprie sonorità di illustri colleghi quali Machine Head e Fear Factory, direi che a confronto questo lavoro degli Slayer è oro colato.
- Supergiovane
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