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venerdì 1 dicembre 2017

Jimi Hendrix Experience: "Axis: Bold as Love" (1967)

Hendrix e i suoi compari inglesi Mitch Mitchell (batteria) e Noel Redding (basso) sono, nel 1967, in uno stato di forma leggendario. Pubblicato a maggio il primo LP "Are you experienced?", per molti (compreso chi scrive) il più grande disco di rock mai realizzato, la band di quello che per molti (compreso chi scrive) è il più grande chitarrista elettrico del Novecento pubblica un secondo lavoro a dicembre, dopo averci lavorato da maggio e averlo completato a ottobre.



(il disco completo non si trova sul Tubo ma è disponibile per esempio qui:http://www.deezer.com/it/album/454044)

"Axis: Bold as Love" ci mostra Hendrix, Mitchell e Redding intenti ad abbandonare la furia hard rock e le lunghe cavalcate strumentali in favore delle canzoni psichedeliche. È come se il trio avesse deciso di confrontarsi con Beatles, Pink Floyd e Yardbirds invece che coi Cream della prima ora (che avevano comunque surclassato - d'altronde, Hendrix aveva surclassato chiunque fosse venuto prima e sminuito chiunque sarebbe venuto dopo). Certo, noi lo preferiamo all'inverso: più chitarra furiosa e meno canzoni psichedeliche, ma non si può negare che l'ulteriore aggiornamento della sua tecnica, che si espande nelle sonorità aliene della chitarra free-form di "EXP", nel wah-wah di "Up from the skies" e negli arpeggi pazzeschi di "Bold as Love", basta a dare un posto nella storia al disco, quantunque alcuni brani rimangano drammaticamente minori nella produzione del nostro eroe.

Ricorrere a minore violenza permette a Hendrix di fare emergere anche le proprie credenziali jazz e l'influenza di Wes Montgomery, come nella già citata "Up from the skies" o nella ballata vagamente dissonante "Castles Made of Sand"; "Spanish Castle Magic" è violenza controllata, si sente la tensione fra la chitarra che vuole impadronirsi di Jimi e la sua capacità di frenarla e domarla, quasi ammaliandola con la propria voce ora suadente e ora aggressiva; "Little Wing" è una idea melodica incredibile, le prime note commuovono e rivoltano il cuore e lo stomaco da dentro, e il fatto che duri appena due minuti è una grossa delusione (forse per questo non raggiunge a nostro parere i picchi di "The wind cries Mary").

Fra i brani un po' più leggeri e trascurabili stanno i coretti godibili di "Wait until tomorrow", l'uptempo rockeggiante di "Ain't no telling", lo psych rock di "You got me floatin'". Nessuna di queste canzoni è brutta, ma semplicemente avrebbe potuta comporla anche qualsiasi altro buon rocker americano o inglese del tempo - e da Hendrix noi ci aspettiamo di più. Meglio "Little Miss Lover", che ha una chitarra incisiva, o anche "She's so fine" del bassista Redding, un pastiche di sapore totalmente brit, con chiare ispirazioni beatlesiane e forse anche dei primi Pink Floyd, che rappresenta un momento di respiro fra le contorte e convolute partiture di Hendrix.

"If 6 was 9" apre in modo minaccioso, ma sembra un brano nella scia degli altri: impressione immediatamente smentita dalla prima sezione strumentale, con la chitarra di Hendrix e il drumming prodigioso di Mitchell. La canzone è fra le più interessanti e aggressive del disco, col finale da pelle d'oca grazie al solo di flauto di Hendrix stesso, alieno e disturbante. "One rainy wish" ha lo stesso ruolo di "May this be love" nell'album precedente: è una ballata suadente, con accordi inusuali, ma innova rispetto alla canzone citata, tramite l'uso di una sezione centrale capace di legare insieme sia la melodia che l'aggressività di Jimi. Si tratta di un altro dei pezzi maggiori dell'album.

A conclusione dell'LP troviamo "Bold as Love", una delle canzoni più potenti, riuscite e totalizzanti della carriera di Jimi Hendrix: l'uso degli arpeggi e degli accordi deve essere ascoltato per essere creduto, nessuno aveva fatto qualcosa di simile prima di lui con la sei corde e la potenza lirica ed espressiva del brano non può essere minimizzata.

Quindi tre capolavori ("If 6 was 9", "One rainy wish" e "Axis: Bold as Love", non a caso le più lunghe del disco: Jimi ha bisogno di spazio per esprimersi, come sa chi ha ascoltato uno dei suoi concerti), alcune canzoni interessanti (su tutte "Little Wing") e alcune un po' generiche, per un disco eccezionale ma non rivoluzionario, viscerale e fondamentale quanto i suoi fratelli in vinile realizzati dalla Jimi Hendrix Experience (ovvero il precedente "Are you experienced?" e il successivo "Electric Ladyland"). Ma è pur sempre un disco di Hendrix, e tanto dovrebbe bastare. A chiunque.

- Prog Fox

lunedì 27 novembre 2017

Jefferson Airplane: "After bathing at Baxter's" (1967)

(il disco completo si può trovare qui:https://www.youtube.com/watch?v=sU1kpZZOff8)

Dopo avere consolidato la formazione a sei e avere scelto la direzione del rock psichedelico con "Surrealistic Pillow", che presentava i loro massimi successi "Somebody to Love" e "White Rabbit", tra giugno e ottobre del 1967 registrano il loro terzo album in studio i Jefferson Airplane, con i Grateful Dead la più importante rockband dell'era hippie.

"After Bathing at Baxter's" rappresenta il più politicizzato dei dischi del momento, il vero e proprio inno di guerra della controcultura. È epica rivoluzionaria che segnerà le tracce di tutta la nuova canzone di protesta, ma che non si limita al lato lirico della medaglia, concependo una forma musicale di rock, guidato dalle distorsioni chitarristiche del solista Jorma Kaukonen, che, nei toni pomposi e aggressivi e con l'appoggiarsi all'uso costante di doppie e triple voci, possa rappresentare una sorta di "coro dell'armata hippie".

Principali compositori dell'album sono due dei tre cantanti della band: il chitarrista Paul Kantner, di fatto l'ideologo del gruppo; e la celeberrima Grace Slick, una delle donne simbolo della libertà sessuale nella cultura hippie della Bay Area, provocatoria, politicizzata, empowered; mentre si tiene temporaneamente più defilato il terzo cantante, il chitarrista di estrazione folk Marty Balin. A completare la formazione, oltre al già citato Kaukonen, sta l'ottima sessione ritmica formata dal batterista Spencer Dryden e dal bassista Jack Casady, uno dei migliori strumentisti del rock californiano di quegli anni.

Di questo disco il momento più emblematico è certamente la canzone di apertura, la poderosa "The Ballad of You and Me and Pooneil", mentre tra le canzoni di Grace Slick spicca "rejoyce". Anche se, come detto, la gran parte delle canzoni sono opera di Kantner e Slick, è significativo che due dei pezzi migliori dell'album siano opera della metà più strumentistica del sestetto: "The Last Wall of the Castle" è un monumento alle doti chitarristiche acide di Jorma Kaukonen, mentre "Spare Chaynge" è una lunga jam lasciata completamente nelle mani di Casady, Dryden e Kaukonen stesso.

"After Bathing at Baxter's" rappresenta il primo culmine della carriera del gruppo e il secondo migliore disco della band (dopo "Volunteers", 1969). È certamente un ottimo punto di partenza per conoscere i Jefferson Airplane, anche migliore di "Surrealistic Pillow" perché ancor più di quello mostra l'Aeroplano abbondantemente in volo sulle coordinate rivoluzionario-psichedeliche del proprio viaggio. Viaggio in ultima analisi fallimentare, ma questo si scoprirà solo diversi anni dopo, quando tutto il movimento hippie avrà, di fatto, fallito i principali fra i propri scopi.

- Prog Fox

venerdì 17 novembre 2017

Spirit: "Spirit" (1967)

Cinquant'anni fa oggi venivano completate le registrazioni di "Spirit", primo album omonimo dei californiani Spirit, una delle più importanti band dell'underground psichedelico americano dei sessanta/settanta. Gruppo eclettico, formato da un amico e discepolo di Hendrix appena sedicenne, dal suo padre adottivo batterista quarantaquattrenne, e da tre giovani compositori e musicisti rock dell'area di Los Angeles, seppe per quattro anni e quattro album regalare tra i migliori esempi di rock psichedelico dell'epoca.



(album completo con bonus tracks qui: https://tinyurl.com/273z27e3)

venerdì 10 novembre 2017

Moody Blues: "Days of future passed" (1967)

Con "Procol Harum" dei Procol Harum e "The Thoughts of Emerlist Davjack", questo album dei Moody Blues, ovvero "Days of future passed", condivide il privilegio di essere parte della trilogia fondante del rock progressivo britannico. Certamente a sublimare il genere penserà "In the court of the Crimson King" nel 1969 (quando già saranno passate la "Bourèe" di Bach riletta dai Jethro Tull, due dischi dei Pink Floyd e la "Valentyne Suite" dei Colosseum, comunque), ma forse il rock progressivo non sarebbe stato quello che è stato senza questi tre album a precederlo.




(l'LP completo si può trovare qui:https://www.youtube.com/watch?v=hyCNjlH-Kv0)

"Days of future passed" rappresenta uno dei primissimi esperimenti di sintesi tra una orchestra sinfonica e una rock band, e da questo punto di vista farà molti proseliti, sebbene forse l'operazione sia più da apprezzare per l'idea che per la realizzazione. Si potrebbe dire che tale problema spesso caratterizza l'opera di chi innova più con la volontà che con il metodo - ammesso che questa frase abbia un senso. Bisogna comunque dare il giusto tributo al compositore, arrangiatore e direttore d'orchestra Peter Knight, che si occupò in prima persona di realizzare tutti gli intermezzi orchestrali che collegano le canzoni del disco, più gli arrangiamenti che compaiono su "Nights in White Satin".

È proprio "Nights in White Satin", il brano finale del disco, che è passato alla storia. Cantato dal flautista Ray Thomas, divenne un classico dell'era psichedelica e fu anche inciso in italiano dai Nomadi col titolo "Ho difeso il mio amore".

Altri punti alti del disco sono l'aggressiva "Peak Hour", che mescola Beatles, Beach Boys, Kinks e garage rock in modo fresco e stimolante, e "Time To Get Away", un brano malinconico la cui introduzione di chitarra acustica non passerà inosservata a King Crimson ed Emerson, Lake & Palmer.

I Moody Blues erano nati nel 1964 a Birmingham come formazione di british blues e avevano avuto un effimero successo con una classica transizione verso il beat con "Go now", cantata dall'allora chitarrista Denny Laine, e la pubblicazione di un primo LP, "The Magnificent Moodies". Con la partenza di Laine, il gruppo era crollato per poi riformarsi in novembre con una nuova formazione, passare un po' di tempo in Belgio e infine riuscire a ottenere un'ultima chance proprio con questo disco.

"Days of future passed" fu anche fondamentale nella diffusione nei circoli del nascente progressive dell'uso del mellotron (pare che il tastierista Mike Pinder abbia lavorato per la compagnia che sviluppò questa tastiera che permetteva di suonare campionamenti di suoni orchestrali, archi e fiati e cori umani). Si dice anche che fu Pinder a far conoscere il mellotron a Lennon e a i Beatles, che lo usarono su "Strawberry fields forever".

Quale che sia la verità, "Days of future passed" è un disco decisamente buono che rappresenta uno dei punti di svolta dal rock psichedelico inglese al rock progressivo, ed è certamente uno dei migliori dei Moody Blues.

Che il disco fosse buono lo pensavano anche il pubblico britannico e statunitense: "Days of future passed" ebbe sufficiente successo da garantire ai Moody Blues una buona carriera fino al 1973, quando si sciolsero principalmente per lo stress della macchina strangolatrice album-tour-album-tour.

- Prog Fox

giovedì 2 novembre 2017

Cream: "Disraeli Gears" (1967)

Registrato tutto in tre giorni e mezzo di maggio, il secondo album dei britannici Cream (Jack Bruce, basso e prima voce; Eric Clapton, chitarra e seconda voce; Ginger Baker, batteria) ribadisce il fatto che il gruppo sia uno dei migliori del momento. Purtroppo per loro, quando a novembre l'album verrà pubblicato un certo signor Jimi Hendrix ha scalzato Eric Clapton dal trono del miglior chitarrista del mondo; ma il buon Eric non se ne cura più di tanto, in primis perché adora Hendrix come solo un grande chitarrista può adorarne un altro, e poi Hendrix è Hendrix e nessuno può sentirsi sminuito dal fatto di non essere Hendrix, soprattutto se sei Eric Clapton.




Registrato tutto in tre giorni e mezzo di maggio, abbiamo detto: in America, con Felix Pappalardi, bassista e produttore, al timone di comando. Pappalardi diverrà così indispensabile collaboratore del trio e coautore di parecchie loro canzoni.

Fin da "Strange Brew", la traccia di apertura (scritta da Clapton con Pappalardi e la moglie Gail Collins, che lo ucciderà con una derringer il 17 aprile del 1983), si capisce che siamo in piena era psichedelica e che il blues supersonico del debutto "Fresh Cream" (https://www.facebook.com/ceraunavoltailrock/photos/a.1710012762587838.1073741831.1552747251647724/1765364313719349/?type=3&theater) è solo un vago ricordo. Dopotutto, tutte le band inglesi o quasi avevano lasciato le atmosfere del blues revival per inseguire i sogni lanciati dai Byrds di "Fifth Dimension" e di quella messe di band che stavano spopolando negli Stati Uniti, a partire dai Jefferson Airplane per finire coi Doors.

"Strange Brew" (https://www.youtube.com/watch?v=vTAAq46LvTg) è un blues psichedelico che ancora segue la forma del blues in 12 battute e vede Clapton, anche voce solista, impegnato in un assolo ispirato nota per nota da Albert King. "Sunshine of your love" (https://www.youtube.com/watch?v=INfze0mVuWA, di Bruce e Clapton su testo dell'amico poeta Pete Brown) è un minaccioso brano con uno dei riff più riconoscibili degli anni sessanta. Il pezzo diventa un vero e proprio cavallo di battaglia del gruppo, con Clapton e Bruce a duettare nelle voci e un eccezionale solo del chitarrista, contenuto, minimalista e con un finale in crescendo. "World of Pain" (https://www.youtube.com/watch?v=SeIZ0-L-JMc, di Pappalardi e Collins) è la canzone più melodica del disco, una deliziosa gemma di pop psichedelico; "Dance the Night Away" (Bruce/Brown) prosegue sui toni psichedelici, qui i riferimenti alle opere di Byrds e Beatles sono quasi evidente negli arpeggi di Clapton e nelle armonizzazioni delle voci; "Blue Condition" è un bizzarro folk blues elettrico scritto e cantato dal batterista Ginger Baker che chiude il lato A in tono minore.

Il lato B parte con la fantastica "Tales of Brave Ulysses" (https://www.youtube.com/watch?v=J2CCfxiQ5QY, di Clapton e del disegnatore australiano Martin Sharp, che illustra anche l'immagine di copertina), un brano minaccioso con un accompagnamento di wah-wah da parte di Eric che fa impressione da quanto è riuscito, anche per il modo in cui la ritmica si trasforma in un solo colorato dal drumming eccelso di Baker; non si esiti a dire che il suo sviluppo tematico anticipa certi pezzi dei King Crimson (quali "Circus" o "Easy Money"). "SWLABR" (di Bruce/Brown) è un altro brano sinuoso con la chitarra di Clapton in primo piano e una anomala figura di batteria; "We're going wrong" (https://www.youtube.com/watch?v=12sYTdPkEYQ, di Bruce) è il pezzo psichedelico per eccellenza di questo LP, e mostra come la scrittura di Bruce pur su una soluzione musicale similare differisca da quella scelta da Clapton per "Strange Brew", mentre il drumming di Baker si ispira in qualche modo alle figure ripetute del Ringo della "Tomorrow never knows" di Lennon dell'anno prima.

La fase più blues del disco si apre con "Outside Woman Blues", l'unica cover blues presente nell'album, un vecchio pezzo di Arthur Reynolds arrangiato e cantato da Eric Clapton. "Take it back" (ancora di Bruce/Brown) è un folk blues elettrico che preconfigura certi pezzi della carriera solista di Jack Bruce, che si sbizzarrisce anche all'armonica; mentre la ballata tradizionale "Mother's Lament" è solo uno scherzo da ubriachi per chiudere il disco.

Meno rivoluzionario di "Fresh Cream", "Disraeli Gears" è maggiormente un prodotto dell'era psichedelica; meno personale e più figlio del suo tempo che anticipatore di una nuova realtà. Ciò nonostante, si tratta di un disco composto magnificamente e zeppo di brani indimenticabili, ognuno dei quali suonato con classe e competenza, forse nelle sue melodie ancora più godibile del precedente. D'altronde nei tre anni di vita i Cream hanno massimizzato la resa della loro macchina da guerra sul corso di poco più di tre ore di materiale registrato. E i 32 minuti di "Disraeli Gears" valgono più di mezze discografie di altri artisti.

- Prog Fox


(album completo qui in file unico: https://www.youtube.com/watch?v=QbRLuR8_HDg
e qui brano per brano: https://www.youtube.com/playlist?list=PL7884C23FFEC7E7B9)

martedì 10 ottobre 2017

Mothers of Invention: We're only in it for the money (1967)

Stavolta si parla delle Mothers of Invention, il gruppo guidato da Frank Zappa dal 1966 al 1971, e del loro "We're only in it for the money", da molti considerato uno dei migliori dischi del Nostro.



(il disco completo si può ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=6-9FX7bhESs)

lunedì 25 settembre 2017

Love: "Forever changes" (1967)

Il 25 settembre del 1967 venivano completate le incisioni di "Forever changes", classico dimenticato dell'era psichedelica americana.


(disco completo in file unico:https://www.youtube.com/watch?v=VRTKtOZ-ta0 oppure in playlist: https://www.youtube.com/playlist?list=PLRQKT-Cu2_2RC_DluSaeE98vzzN8DRFED)

Capita ogni tanto che, guardandosi indietro a un movimento ormai scomparso da anni, la critica si accorga di avere trascurato qualcosa o qualcuno. A volte quel qualcosa o quel qualcuno è veramente una figura maggiore e indispensabile, pensiamo a Herman Melville, l'autore di "Moby Dick". Altre volte si tratta di figure che furono meritorie e ingiustamente trascurate, ma che la spinta di Archimede della rivalutazione critica sospinge fin troppo oltre il pelo dell'acqua su cui dovrebbero galleggiare, dando loro un risalto troppo grande rispetto al loro valore. Per quanto difficilmente si possa paragonare "Forever Changes" dei Love a "Moby Dick", da parecchi anni ormai la critica dibatte se esso sia uno dei migliori album della Summer of Love oppure solo un disco molto buono ma tutto sommato non all'altezza di certe opere di Jimi Hendrix, Beach Boys, Beatles e via discorrendo.

Fra gli estimatori, gli Stone Roses consideravano "Forever Changes" il più grande disco della storia del rock; e il disco figura regolarmente nelle classifiche dei migliori album di tutti i tempi di riviste prestigiose come Rolling Stone e il New Musical Express. Ma la nostra posizione è decisamente più vicina a chi ritiene che "Forever Changes" sia sì un disco molto buono di una band ingiustamente sottovalutata, ma non oseremmo chiamarlo un capolavoro perduto, anche se ha fascino e presenta numerosi motivi di interesse ed eccezionalità nel panorama del tempo.

Innanzitutto l'uso dell'orchestra come accompagnamento di un disco rock, ancora piuttosto agli albori in quell'epoca. In secondo luogo il fatto che si usi ampiamente una musica semiacustica, con ampio uso di accordi minori e di arrangiamenti sofisticati. In terzo luogo ci sono i toni melliflui e morbidi che appartengono a più di buona metà dei brani. Mentre la psichedelia americana si stava spostando sempre più sull'uso di chitarre violente e distorte (da Jimi Hendrix a Jefferson Airplane e Grateful Dead) e quella inglese era fatta di esperimenti sonori (Beatles e Yardbirds, per fare due nomi), i Love assomigliano più a band come i Moody Blues (anche per l'orchestra, certo, che i Moody stanno usando per incidere in quei giorni "Days of future passed", il loro secondo album e uno di quelli che contribuisce alla nascita del prog rock).

I Love incarnano poi un mood inusuale per la Summer of Love, ovvero il pessimismo intimista, che non solo non appartiene a tutto il jet set degli hippie e della controcultura americana (si sarebbe cambiato il mondo, lo si stava già cambiando, pensavano Hendrix, gli Airplane, i Dead, i Byrds e chi più ne ha e più ne metta) ma nemmeno appartiene alle anime oscure di quel movimento, quelle che ne mettevano in luce le contraddizioni e i lati più oscuri (Velvet Underground, Doors, in un certo senso anche Zappa, che sta per realizzare "We're only in it for the money", satira feroce della controcultura stessa).

L'album è diviso equamente fra ottime canzoni di rock sorretto da una interessante dinamica ritmica (il bassista Ken Forssi e il batterista Michael Stuart) e canzoni melliflue, sospese fra il fiabesco e il malinconico. Le migliori appartengono al primo gruppo, come la canzone di apertura "Alone again or" (https://www.youtube.com/watch?v=_Sv1naCvO2M), composta da uno dei tre chitarristi della band, Bryan MacLean, la rockeggiante "A House is not a Motel" (https://www.youtube.com/watch?v=B1ONFNTWua0) o "Maybe The People Would Be The Times..."; un esempio interessante è "The Daily Planet" (https://www.youtube.com/watch?v=ndJzD-ElGtg), una delle prime canzoni a essere incise, in cui il groove ballabile sorge dall'intesa perfetta fra il batterista Hal Blaine e la bassista Carol Kaye, sessionmen di lusso chiamati a mettere un po' il pepe al culo dei musicisti del gruppo. Per spaventare i suoi colleghi troppo fatti di marijuana ed eroina per riuscire a concentrarsi adeguatamente, il leader Arthur Lee utilizzò questo trucco per mostrare che non si sarebbe limitato a minacciarli di far incidere tutto a musicisti in studio, ma li avrebbe cacciati sul serio. La band, così, si tirò in piedi e riuscì a lavorare seriamente sul disco.

Arthur Lee, abbiamo detto: il fascino di questo personaggio è uno dei motivi per cui i Love sono stati riabilitati. Afroamericano ma inusualmente per nulla influenzato da blues, r&b o soul, né nella composizione né nella voce; amico di Jimi Hendrix, dopo averci suonato insieme capisce che non può in alcun modo competere con lui come chitarrista, e questo influenza le sue scelte musicali più orientate a melodie e arrangiamenti barocchi e arzigogolati ma ben lontani dall'acid rock hendrixiano. Lee purtroppo, come la sua band, entrerà nel vortice dell'eroina, che segnerà la sua salute fisica e mentale ma che lo renderà, pur se meno famoso, un lost boy di culto come Syd Barrett e Nick Drake.

Abbiamo menzionato anche la presenza di canzoni più delicate, come "Andmoreagain", "The Red Telephone" e "The Good Humor Man He Sees Everything Like This", ma sono proprio loro che a nostro parere impediscono al disco di tenere fede alla sua fama di capolavoro, essendo canzoni spesso più melliflue che melodiche e più esangui che delicate; senza contare che spesso l'orchestra peggiora le cose. Diverso è il caso di "Live and let live", che inizia sì come una fiaba folk pop ottimista, ma man mano che procede si increspa fino al finale dominato dalla chitarra selvaggia di Johnny Echols.

L'album si conclude infine coi sette minuti dell'ottima "You set the scene" (https://www.youtube.com/watch?v=4Kh1ZAkozms), composizione epica che sintetizza al meglio le diverse anime che si ritrovano nel disco.

Insomma, se siete dei fan del pop psichedelico, "Forever Changes" non potrà che scaldare il vostro cuore. A nostro parere non raggiunge i livelli di "Sergeant Pepper's", "Aoxomoxoa", o dell'esordio dei Doors, ma rimane sicuramente come uno dei più validi prodotti della Summer of Love.

- Red

mercoledì 31 maggio 2017

Fabrizio de André: "Vol 1°" (1967)

Nel maggio del 1967 usciva "Volume Primo", il primo ellepì del cantautore genovese Fabrizio de André. Disco acerbo, ancora fortemente dipendente dall'influenza di Georges Brassens e dei colleghi della scuola genovese, contiene già alcuni capolavori della canzone italiana come "Preghiera in Gennaio", dedicata alla morte di Luigi Tenco, "Si chiamava Gesù", e alla reincisione di un classico come "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers", scritta con l'amico Paolo Villaggio.



(album completo qui: https://tinyurl.com/52wd63es)

lunedì 23 gennaio 2017

Jacques Brel: "Jacques Brel 67" (1967)

Il 23 gennaio del 1967 esce "Jacques Brel 67", il nono album del cantautore belga Jacques Brel. Brel entra nello studio Barclay di Parigi il 30 dicembre 1966, il 2, il 3 e il 18 gennaio del 1967 e incide nove tracce nuove e una reincisione di un vecchio brano, "Les Bonbon", dimostrandosi padrone assoluto, a 37 anni, delle proprie doti canore, compositive, musicali e liriche.




(L'album completo, con l'aggiunta di tre inediti, si può ascoltare qui: http://www.deezer.com/album/12753562)

Brel ormai da parecchi anni dimora a Parigi, ma la sua terra d'origine rimane fortemente nel suo cuore e nella sua riflessione artistica. Lo si sente già a partire dal primo, meraviglioso brano, "Mon enfance" (https://www.youtube.com/watch?v=AtzP0k7X5eE), che racconta la sua infanzia a Schaerbeek, nei pressi di Bruxelles: una infanzia grigia in seno a una austera famiglia della borghesia cattolica, di origine fiamminga sebbene ormai francofona. Per quanto Brel stesso fosse francofono e non parlasse bene il fiammingo, Brel dava molta importanza alle proprie radici, di cui canta in un altro splendido pezzo del disco che è legato a doppio filo a "Mon enfance", ovvero a "Mon père disait" (https://www.youtube.com/watch?v=C4XcCDA4XvA), certamente uno dei suoi capolavori lirici, una descrizione piena di amore per il duro carattere delle Fiandre, della natura aspra di quella terra e del cuore dei suoi abitanti.

L'amore e l'odio per le Fiandre, per la famiglia, per le proprie origini, si mescolano in modo violento nella produzione di Brel: è questo contrasto profondo che viene traslato e si trasfigura in tutta l'opera dell'autore, fra l'austerità dei sentimenti e la teatralità del gesto, del canto enfatico e fortemente innovativo; con il contrasto fra i testi forti, sanguigni, anticlericali, di amore disperato, quando la sua fu la vita di un padre devoto, anche se non di un marito esemplare; e quello fra le musiche severe e minimaliste e quelle più chiassose (si pensi alle meditabonde "Mon enfance" e "Mon père disait" e alla scatenata fanfara di "Le cheval" che le separa).

Al trio di testa segue un altro eccezionale brano feroce e sopra le righe, "La la la" (https://www.youtube.com/watch?v=MsxJziHZ4Zw), in cui si descrive come in punto di morte (forse ispirato dalla diagnosi del tumore ai polmoni che lo ucciderà nell'arco di una decina d'anni di malattia: "Tranne che per il mio letto ed il mio magro passato, il mio cane sarà morto, la mia barba sarà pietosa, tutte le mie puttane mi avranno piantato in asso"), e in cui ancora emergono l'amore e l'odio per il proprio paese (esclama infatti: "Abiterò un Belgio qualunque, che mi insulterà tanto quanto oggi quando gli canterò Viva la Re...pubblica, viva i Belgi, merda per i fiamminganti" - con questo ultimo termine riferendosi alla destra nazionalista fiamminga di cui scriverà ""Nazis durant les guerres et catholiques entre elles").

Con "Les coeurs tendres" (https://www.youtube.com/watch?v=4FUXl0UYow0) siamo a un altro momento elevato del disco, canzone che procede al lento passo di danza, con un incisivo intervento di organetto, che trasuda Parigi da ogni nota. Segue "Le fils", che inizia come una dolorosa riflessione pianistica e poi esplode nella tipica enfasi appassionata e accalorata di Brel, che canta uno dei suoi testi più poetici, dedicato ai bambini ("Figli borghesi o figli illustri, tutti i bambini sono come i vostri. Figli di niente o figli di eroi, tutti i bambini sono come i tuoi. Lo stesso sorriso, gli stessi pianti, gli stessi sgomenti e gli stessi incanti. Figli di niente o figli di eroi, tutti i bambini sono come i tuoi"; traduzione di Duilio del Prete - sì, proprio il Necchi di "Amici Miei", che fu forse il più importante traduttore e interprete italiano di Brel - ma questa è un'altra storia).

Il brano più famoso dell'album è però "La chanson des vieux amants" (https://www.youtube.com/watch?v=dU-OD5_Dxrs), un classico immortale della canzone in lingua francese, di cui sono state realizzate infinite cover (una delle ultime, in Italia, di Battiato), caratterizzato dal pianoforte espressivo del grande amico Gérard Jouannest, sul quale si innestano un corno disperato e un quartetto d'archi struggente. "À jeun" (https://www.youtube.com/watch?v=DFjFfR-SlSQ) è un brano sarcastico ebbro di sfumature jazz, illuminato da un sax graffiante e notturno; "Le gaz" (https://www.youtube.com/watch?v=HEqOxE6C1lk) conduce il disco al termine con un brano di pop orchestrale dal sapore cinematografico.

Nel complesso siamo davanti a un disco davvero straordinario, consigliato a chiunque abbia solo un vago interesse nella lingua francese e nella cultura francofona. Il cantautore belga imposta il lavoro su tre modalità di presentazione: il sarcasmo, l'amore e il dolore, talvolta mescolati fra loro in modi inaspettati. Dopo "Jacques Brel 1967", giungeranno un nuovo LP in studio, "J'arrive", e la traduzione in francese del musical "L'Homme de la Mancha", prima che Brel faccia perdere le proprie tracce trasferendosi nelle Isole Marchesi, in Polinesia, per diversi anni. Ma questa è un'altra storia.

- Red

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