Visualizzazione post con etichetta 1998. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1998. Mostra tutti i post

lunedì 17 dicembre 2018

Ulver: "Themes from William Blake's Marriage of Heaven and Hell" (1998)

Il 17 dicembre di vent'anni fa viene pubblicato "Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell", quarto album in studio dei norvegesi Ulver e probabilmente magnum opus della loro intera carriera.
Il progetto di Kristoffer Rygg, all'epoca ancora cantante degli Arcturus, porta a compimento la parabola della band, iniziata come black metal progressivo e divenuta qui una onnicomprensiva macchina di epos nero, liturgico e trascendente - cosa che gli alienò la simpatia della comunità black tradizionalista, aprendo però allo stupore del mondo musicale più aperto di vedute.



(disco completo a disposizione qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PLiN-7mukU_RFdCQsJeRxAasqab3cGugdY)

Il capolavoro assoluto dell'opera degli Ulver, e quindi di fatto della coppia Kristoffer Rygg-Tore Ylwizaker (il primo cantante, il secondo programmatore, insieme dal 1998 a oggi) rimane a distanza di vent'anni il meraviglioso "Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell". A fianco dei due leader sono, per l'ultima volta come membri a pieno titolo della formazione, il chitarrista Håvard Jørgensen, il bassista Skoll (alias Hugh Steven James Mingay) e il batterista AiwarikiaR (Erik Olivier Lancelot).

Come si può facilmente intuire dal titolo, il disco non è che la messa in musica - nella sua interezza - de "Il Matrimonio del Cielo e dell'Inferno", da molti considerato il vertice artistico come scrittore dell'autore e pittore inglese William Blake (1757+1827).

Le passioni esoteriche di Rygg trovano in questo libro, comprato in un famoso negozio di articoli spirituali durante un viaggio a Londra con Ihsahn degli Emperor, un supporto alla sua ricerca musicale: il cantante norvegese provava sia nei testi sia nelle musiche a trovare una via d'uscita dall'angolo black satanico in cui una parte del movimento si era confinata. Le meditazioni sincretiste e rivoluzionarie del Blake trentenne che scrive entusiasta in seguito alle rivoluzioni americana e francese rappresentano il fondamento spirituale che accompagna il suo abbandono del black metal - pur se sperimentale - dei dischi precedenti per una musica di respiro molto più ampio ma non per questo meno notturna, fatale e tetragona.

Il disco spazia dal sembrare una versione più elettronica di Arcturus e Burzum ("The Argument - Plate 2", che apre il disco) a momenti di prog metal moderno e astratto ("The Voice of Devil - Plate 4"), con una capacità di variare e mescolare influenze diverse - anche all'interno dello stesso brano - che lascia sbalorditi: si pensi alla chitarra acustica arpeggiata disturbata da voci ed elettronica di "Plates 5-6", che sembra essere tratto da un disco dei Blind Guardian o dei Pain of Salvation, oppure a "A Memorable Fancy, Plates 6-7" e "A Memorable Fancy Plates 12-13", che non hanno niente da invidiare a Nine Inch Nails o Marilyn Manson. Però coi testi di Blake.

Particolarmente riusciti sono le devastante saghe multiformi di "Proverbs of Hell - Plates 7-10" (nove minuti) e "A Memorable Fancy - Plates 17-20" (undici minuti), e la strepitosa "Plates 21-22". Nella prima parte del disco compare in maniera prominente la cantante Stine Grytøyr, mentre in "A Song of Liberty - Plates 25-27" si dividono le liriche tre mostri sacri della scena black metal norvegese, Samoth (Tomas Haugen degli Emperor), il già citatoIhsahn -Official- (Vegard Sverre Tveitan) e Fenriz (Gylve Fenris Nagell, dei Darkthrone).

Quest'ultimo pezzo conclude l'album con un altro trionfo oscuro, prima di lasciare campo a una ventina di minuti di silenzio e poi a una sequenza elettrica di poche decine di secondi piuttosto superflua, che costringe peraltro l'acquirente a sobbarcarsi il peso di due cd, quando uno sarebbe bastato per includere tutta la musica del disco.

Dai tradizionalisti del true norwegian black metal, questo album fu considerato un totale tradimento, anche se nessuno poteva certo chiamarlo un compromesso o un cedimento al commerciale, dato che la musica resta elaborata e ben al di fuori di quello che si può chiamare mainstream.

Per tutti gli altri, i metallari dal cuore puro e dalla mente aperta, il quarto album degli Ulver resterà sempre il loro capolavoro assoluto e uno dei momenti più magici di un momento davvero magico per la scena metal, quella fine degli anni novanta in cui, tramontata la stella dei grandi gruppi thrash, l'avanguardia metal (Ulver, Arcturus) e le nuove leve del prog metal (Opeth, Pain of Salvation) e dell'epic metal (Blind Guardian), nonché le vie di mezzo dominate dalle nuove voci femminili (Nightwish, The Gathering, In the woods, Within Temptation) lasciavano le loro impronte più significative.

- Prog Fox

domenica 9 dicembre 2018

The Gathering: "How to Measure a Planet?" (1998)

Nove novembre dell’anno solare millenovecentonovantotto, gli olandesi theGathering pubblicano il loro quinto lavoro, "How to Measure a Planet?", un doppio album formidabile a tema 'viaggi interplanetari nello spazio', autentico capolavoro. 




(disco completo disponibile qui:https://www.youtube.com/watch?v=8EPi48acNo0)

A poco più di un anno dal precedente full-lenght, il gruppo dà un taglio netto al proprio passato, scrollandosi di dosso l’etichetta non solo di gothster ma anche di gruppo metal: sperimentare, azzardare, evolversi sono le parole d’ordine per i The Gathering del nuovo corso. Merito anche del produttore Attie Bauw, con cui la band si chiuse in studio (in due studi diversi, nei dintorni di Amsterdam, in realtà, sfruttando nuove tecniche di registrazione avanguardistiche adoperando software ProTools di nuova generazione) per quattro mesi a lavorare al nuovo materiale, aiutandoli a forgiare la loro nuova identità.

Il gruppo che proponeva quel personalissimo e sublime gothic onirico che avevamo imparato a conoscere e apprezzare con il superbo "Mandylion" e con il validissimo "Nighttime Birds" non esiste più, ma viene rimpiazzato con una loro versione anche migliore.

Perso il secondo chitarrista Jelmer Wiersma, i The Gathering non lo sostituiscono, confermano il resto della lineup in toto e rimangono con una formazione a cinque elementi: il chitarrista e polistrumentistaRené Rutten Producer and Mastering, il quale prende in mano le redini del gruppo diventando il principale songwriter, Frank Boeijen (Official) alle tastiere e synth, il cui contributo all’interno dell’alchimia delle composizioni incrementerà esponenzialmente, Hugo Prinsen Geerlins al basso, e il batterista Hans Rutten, fratello di René. E poi c’è lei, l’incantevole, magnifica, splendida, meravigliosaAnneke Van Giersbergen, che mette a disposizione del gruppo la sua ammaliante e celestiale voce.

Okay, questo allora non è un disco metal, cosa aspettarsi quindi da "How to Measure a Planet"? Quello che il gruppo ora propone (e sperimenta) è una miscela di alternative rock, space rock e progressive psichedelico, colorato con suggestive tinte di trip-hop e shoegaze.

Il primo cd si apre con "Frail (You Might as Well Be Me)", canzone in slow motion dall’umore rilassante e lievemente malinconico, se non fosse per l’inconfondibile timbro di Anneke non ci sarebbe quasi nessuna reminiscenza dei vecchi The Gathering. Ci troviamo di fronte a un bel pezzo, indubbiamente, ma paradossalmente è uno dei meno validi di questo magnifico album.

La seguente "Great Ocean Road", in assoluto uno dei pezzi più belli del gruppo olandese, gode di un’atmosfera evocativa e emozionante condotta dalle magiche vibrazioni delle corde vocali di Anneke, in cui confluiscono tutte le influenze che vi abbiamo prima descritto. Il viaggio in direzione del cosmo profondo è iniziato da poco, ma siamo già proiettati verso le soglie del capolavoro.

La soffusa "Rescue Me" mostra il lato più romantico e poetico del gruppo, merito soprattutto dell’imprescindibile cantante, qua impegnata in una prestazione emotivamente molto intensa, e forse, per non apparire troppo smielato, a metà il gruppo interrompe il climax del pezzo con un’impetuosa digressione spazio-psichedelica, per poi dopo due minuti di turbolenze tornare sulle placide coordinate dolci/amare iniziali.

Il dualismo di mood di "Rescue Me" è riscontrabile anche in "Travel", altra vetta siderale del lavoro, altra composizione di livello eccelso e ennesima dimostrazione di profonda creatività. Memorabile il pacato (e semplice) riff portante, Anneke, divina come sempre (anche se, da sempre, limitata in fatto di estensione, ma vista la sua impostazione canora non lo considereremo mai un difetto), alterna tonalità vocali differenti, tornando anche a viaggiare su note alte come nel recente passato.

A contrastare il clima tendenzialmente rilassato del disco ci pensa "Liberty Bell", ennesima prova fenomenale del gruppo, pezzo bello ritmato dotato di un bel tiro e costruito su linee vocali davvero accattivanti, ottimo per far saltellare un po’ il proprio pubblico dal vivo e non lasciare che le gambe si atrofizzino, non a caso fu scelto per girare il primo videoclip dei The Gathering. Scontato dirlo, nel video Anneke (che all’epoca sfoggiava una coiffure rasta biondissima) appare dentro una capsula spaziale indossando una tuta blu da astronauta. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una delle migliori canzoni di sempre del quintetto olandese.

Ma buona parte di "How to Measure a Planet?" sembra più un greatest hits che un album (ops, doppio album, scusate) da studio, anche le varie "Red Is a Slow Colour", "The Big Sleep" e la maestosa "Probably Built in the Fifties" sono composizioni di gran classe capaci di entrare visceralmente nella testa dell’ascoltatore.

In mezzo a tutti questi pezzi memorabili si rischia quasi di tralasciarne uno del calibro di "Marooned", che fa coppia con "Rescue Me" in quanto a catalizzatore di emozioni a profusione.

"My Electricity" e "Locked Away" sono gli unici due brani che portano la firma interamente di Anneke Van Giersbergen (e fra quelli del piatto sono quelli che stilisticamente si avvicinano alla direzione intrapresa con "Souvenirs" e "Home", gli ultimi due album incisi da Anneke con i The Gathering), da qui ebbe inizio la sua carriera in plus di autrice e chitarrista, a cui si dedicò a tempo pieno nove anni dopo l’uscita di questo disco in seguito alla sua separazione dal gruppo.

Il tastierista Boeijen dimostra di aver bene assimilato la lezione dei Pink Floyd e King Crimson nella strumentale "South American Ghost Ride", pezzo che apre il secondo cd, che si chiude con la lunghissima (quasi mezz’ora) title track, altra strumentale pregna di spaziale psichedelia assemblata a sei mani da René Rutten, Geerlins e lo stesso Boijen.

Due cd per centocinque minuti che scorrono via che è una bellezza. L’apice di un gruppo che non ha mai commesso passi falsi o lavori che non fossero degni d’interesse (i primi due album della loro carriera, quelli doomeggianti e troppo anonimi, senza Anneke, non vogliamo nemmeno considerarli). Eppure all’epoca le vendite fuorono scarse, e la risposta dei fan e di coloro che erano abituati ad ascoltare quei The Gathering che suonavano gothic fu freddina. Ci volle un po’ di tempo prima che "How to Measure a Planet?" diventasse un cult, nel 1998 la propensione a digerire tali radicali cambi stilistici con conseguente demetalizzazione di un gruppo non era propriamente così favorevole verso chi provava a innovare e a non focalizzarsi sempre verso la stessa direzione stilistica. Ma ad oggi, possiamo dire con decisione che si tratta del miglior lavoro del gruppo, anche più di quel "Mandylion" che ce li consacrò e che ci fece conoscere Anneke Van Giersbergen.

Quindi, non ci resta altro che inserire il disco, prepararsi per il lancio, attivare il countdown, e goderci questa visita accompagnata oltre la stratosfera e diretta verso l’onirico.

- Supergiovane

venerdì 7 dicembre 2018

Nightwish: "Oceanborn" (1998)

Vent'anni fa oggi usciva un disco fondamentale del metal sinfonico al femminile, ovvero "Oceanborn" dei finlandesi Nightwish. La band guidata dal tastierista Tuomas Holopainen fornisce le coordinate musicali sulle quali la studentessa di canto lirico Tarja Turunen tesse melodie in stile operistico.




(disco completo con bonus track qui:https://www.youtube.com/playlist?list=PLD50FB59B6056DBE1)

Dopo avere avuto un piccolo ma inaspettato successo con il loro disco di esordio, pensato inizialmente come demo ma poi pubblicato esattamente come era stato inciso dalla loro prima casa discografica, entusiasta del materiale, i Nightwish entrano in uno studio professionistico per realizzare un album vero e proprio con tutti i crismi.

Nasce così “Oceanborn”, che vede completarsi la formazione classica con l’arrivo del bassista Sami Vänskä ad aggiungersi al leader e tastierista Tuomas Holopainen, alla cantante Tarja Turunen, al chitarrista Emppu Vuorinen e al batterista Jukka Nevalainen. Il successo iniziale dell’album fu poi rafforzato dal fatto che, a partire dall’anno successivo, tutte le ristampe inclusero il singolo di grande successo “Sleeping Sun”, composto per un EP del 1999.

Composto in gran parte da Holopainen, il disco è un superbo esempio di power metal sinfonico, caratterizzato dalla tecnica da soprano di Tarja (che all’epoca aveva 21 anni e stava continuando a studiare canto lirico tra un tour e un disco) e da un fitto nugolo di sovraincisioni. Superficialmente si può sentire l’influenza dei conterranei Stratovarius, maestri finlandesi del genere power, chiarissima nella canzone di apertura “Stargazers” e in elementi di altre canzoni come “Sacrament of Wilderness”, in cui ravvisiamo anche influenze degli Angra. Ma la raffinatezza di Holopainen e il livello di complessità delle composizioni sono indubbiamente superiori a quelle di quel granitico carroarmato metal – a fianco degli elementi power e sinfonici, c’è quindi anche una decisa chiave prog. Resta il fatto che per i power metallers più ostinati e maschilisti (per non parlare dei metallari di altra estrazione), la musica dei Nightwish rientra purtroppo nel metal ‘per donne’ o ‘per fighette’, ingiustamente sottovalutato.

Non è affatto strano che il canto operistico si presti così bene a un genere epico e pomposo come il metal, anche se il concetto nel 1998 ancora non era stato esplorato adeguatamente. Tarja Turunen entrava così in quel periodo nel gotha delle nuove cantanti metal come le olandesi Anneke van Giensbergen (The Gathering) e Sharon den Adel (Within Temptation), che seguivano la pista aperta dalla norvegese Liv Kristine Espenæs con i Theatre of Tragedy e che di fatto definirono l’essenza del metal sinfonico al femminile. Esempio del lavoro in fieri sulla propria tecnica vocale è la parte centrale della strepitosa “The Passion and the Opera”, che cita l’aria “Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen” da “il Flauto Magico” di Mozart e Schickaneder. La gradevole “Swanheart” si colloca invece più nel filone del pop operistico alla Andrea Bocelli/Sarah Brightman, per quanto camuffato dalla produzione metallara.

Per dare un taglio un po’ più duro la band ricorre a un ospite, l’amico, tecnico del suono e cantante Tapio Wilska, dalla voce profonda e oscura voce (magistrale in “Devil and the Deep Dark Ocean”). La presenza di tutte queste componenti – incluso Wilska - si sublima in un pezzo come “The Pharaoh sails to Orion”.

Disco pieno di esuberanza giovanile e di passione musicale, “Oceanborn” si candida seriamente per essere il prodotto migliore della ventennale carriera dei Nightwish, e un album fondamentale per comprendere l’evoluzione del genere e del ruolo delle cantanti nella scena metallara.

- Prog Fox

venerdì 9 novembre 2018

Meshuggah: "Chaosphere" (1998)

Altro album pubblicato il 9 novembre di vent'anni fa e un altro capolavoro assoluto: stiamo parlando di "Chaosphere" dei terrificanti metaller svedesi Meshuggah, che scrivono uno dei capitoli dell'evoluzione del metal estremo con questo disco bruciante, degno di stare al top del genere assieme a "Demanufacture" dei Fear Factory, agli Strapping Young Lad di "Heavy as a Really Heavy Thing" e al loro stesso album precedente, "Destroy Erase Improve".




(potete trovare l'album completo qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_laR3We5LNE1EmW0bqAUtPla7anfHr-Mmg)

Chi conosce i Meshuggah sa che non deve avere fretta, l’uscita fra un album e un altro non è mai inferiore ai tre anni, e difatti tre anni (e mezzo) è quanto si è fatto attendere "Chaosphere", seguito del fortunatissimo "Destray Erase Improve", album che nel lontano 1995 spiazzò tutti e rimescolò ogni carta posta sulla tavola della scena estrema. 

Non si era mai sentito niente di simile, un metal futuristico (PostCyber Thrash? Progressive Industrial?) contaminato dall’apprendistato jazz & fusion del mastermind del gruppo, il chitarrista Fredrik Thordendal. 

All’epoca, solo i Fear Factory con "Demanufacture" e gli Strapping Young Lad con il debutto "Heavy as a Really Heavy Thing" avevano osato tanto. E dopo un un album di tale portata, pochissimi hanno saputo evolversi ulteriormente, realizzando lavori ancora più pesanti e tecnicamente spaventosi. I Meshuggah sono fra questi. 

Con "Chaosphere" producono un lavoro dal songwriting maggiormente complesso e strumentalmente intricato, decisamente ostico per i tempi che correvano. Un monolite dall’incommensurabile ponderosità, assemblato incastrando poliritmie multiple sulla più scontata struttura in quattro quarti, dalle svariate cromature e dalle lancinanti dissonanze. 

Concettualmente, le tematiche affrontate dai Meshuggah sono sempre indirizzate fra avveniristiche utopie, lo scontro e il dualismo fra l’uomo e la macchina, la sopraffazione dell’intelligenza artificiale su ogni forma di emotivià, l’ignoto e profondo baratro dello spazio, e un immaginario cosmico horrorifico ispirato dal morboso immaginario di H. R. Giger, in primis alla sua creatura più famosa, l’Alien portato sul grande schermo da Ridley Scott. 

Otto pezzi compongono "Chaosphere", otto pezzi tutti legati dalla stessa attitudine compositiva, otto pezzi che alla fine del quarantasettesimo minuto di durata dell’album finiscono per annichilire i timpani e la materia grigia dell’ascoltatore. A tal proposito la copertina è alquanto significativa, essa raffigura un cervello umano incastrato in una gabbia metallica dalla forma sferica da cui escono punzoni filettati.

La schizofrenica "The Mouth Licking What I’ve Bled", la visionaria "New Millennium Cyanide Christ" e "Sane", pezzo già presente nell’EP "The True Human Design" pubblicato l’anno precedente e già suonata live in numerose occasioni, sono i pezzi forti del piatto, assolutamente privo di punti deboli. 

A livello di produzione, ancora non abbiamo quel bel suono ribassato e profondo con riverbero elasticizzato che il gruppo riuscirà ad ottenere da "Nothing" in poi, all’epoca i progressi tecnologici in fase di mixaggio e post produzione erano notevoli, ma non al punto di ottenere quello che aveva in mente in gruppo, a cui ci abituerà per il resto della carriera. 

"Corridors of Chameleons" è il pezzo meno intricato e più diretto presente in "Chaosphere", ed è incredibile come il gruppo riesca a donare un’altissima percentuale di groove a composizioni così atipiche, anche nei rituali assoli in tapping distorti all’inverosimile di Thordendal. 

Jens Kidman non si smentisce, la sua monotonalità è adattata su ogni base che gli viene messa a disposizione, le sue performance vocali sono tanto statiche quanto fondamentalmente efficaci e adeguate al contesto. E anche Tomas Haake dietro le pelli è la solita macchina da guerra, progettata per mitragliare a raffica il suo drumkit costituito da una fitta coltre di China, Crash e Ride. 

"Neurotica", altro grande classico della band svedese, mostra ancora qualche reminiscenza delle influenze thrash Made in Bay Arena degli esordi. 

La conclusiva "Elastic", un quarto d’ora di durata complessiva, termina con un distortissimo fraseggio molleggiato sotto il riff portante stoppato suonato in loop seguito da svariati minuti di feed allucinanti in crescendo, a cui segue una rocambolesca e caotica ghost track, che è poi il compendio di tutti i brani presenti nell’album. 

Giunti a questo punto, il rischio che "Chaosphere" abbia scardinato i centri nervosi del cervello umano è alto. Anche questo fa di "Chaosphere" un lavoro epocale, seminale, imprescindibile. Il futuro del metal di nuova generazione parte soprattutto da qui. 

Chiudiamo con la più famosa citazione del film "Alien", presa in prestito anche dai Meshuggah: 'Nello spazio nessuno può sentirvi urlare'. Ma, probabilmente, le loro dissonanze e le distorsioni trasmesse via etere le staranno udendo fino nei più profondi meandri della volta celeste…

- Supergiovane

lunedì 22 ottobre 2018

Dillinger Escape Plan: "Under the running board" (1998)

22 ottobre 1998, esce l’EP "Under the Running Board" firmato Dillinger Escape Plan, coloro che ebbero la pazzoide idea di miscelare metal e grindcore con free jazz e fusion, un composto chimico che le ha rese una delle band della scena estrema più folli, creative e originali che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio. 



(EP completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=4n_sB0VeZoY)


Nati come gruppo hardcore sotto il monicker Arcane, i Dillinger Escape Plan vedono l’animalesco Dimitri Minakakis dietro al microfono, alla chitarre Benjamin Weinman (mastermind del gruppo e unico superstite nel corso degli anni) e John Fulton, Adam Doll al basso e alla batteria Chris Pennie (assieme a Weinman, artefice dell’intricato impianto compositivo).

Sette minuti. E’ la durata di questo EP, concentrati in tre pezzi. Solo sette minuti è quanto basta al gruppo per esternare la loro stravagante inventiva sonora. I nemmeno due minuti di "The Mullet Burden" possono già essere più che sufficienti a mandare in corto circuito timpani e cellule cerebrali dell’ascoltatore. Tempi impossibili, cambi di tonalità, dissonanze lancinanti, repentine accelerate e arresti improvvisi, ripartenze in quinta, insomma, un concentrato sonico stordente e imprevedibile, condito da testi davvero criptici e bizzarri. E le seguenti "Sandbox Magician" e "Abe the Cop" non sono da meno.

Se cercate una proposta lineare e di facile assimilazione, con i Dillinger Escape Plan cadete proprio male. Una formula talmente innovativa e lontana da certi stereotipi che per essere catalogava necessitava necessariamente di un nuovo nome, e qualche addetto ai lavori ai tempi concepì il nome Mathcore, per indicare questo tipo di genere.

Ora, non ce la sentiamo di asserire con decisione che i Dillinger Escape Plan abbiano inventato il genere, anche perché all’epoca esistevano gruppi come i molto meno noti Botch che, seppur su binari differenti, hanno contribuito a essere pionieri di queste sonorità, per un’audience di nicchia. Quel che si può dire con sicurezza, è che i Dillinger Escape Plan siano diventati un’icona del metal più ibrido e stravagante, grazie alla loro capacità di evolversi, affinando il proprio songwriting e donando una sorta di “orecchiabilità” a un genere così ostico, anche arricchendo le proprie sonorità con contaminazioni industrial e elettroniche.

Dopo "Under the Running Board", arriverà un anno dopo il loro primo full-lenght "Calculating Infinity", album di culto per il genere, da qui in poi il gruppo continuerà la propria ascesa verticale attirando su di sè le attenzioni del grande pubblico grazie all’ingresso (temporaneo) in formazione di Mike Patton, ma soprattutto darà stabilità alla propria lineup con due dei membri fondamentali che rimasero nel gruppo fino alla fine, il cantante Greg Puciato e il bassista Liam Wilson, con cui pubblicarono nel 2004 il loro capolavoro e disco della definitiva esplosione "Miss Machine".

La band ha recentemente dato l’addio alle scene con un tour d’addio, conclusosi il 29 dicembre dell’anno scorso, dopo una carriera onorevolissima corredata da sei album da studio (più svariati EP e split, giusto per non perdere mai la propria attitudine underground), tutti osannati dalla critica e molto apprezzati dal pubblico.

Chissà se torneranno mai assieme a calcare i palchi, nel frattempo concediamoci sette minuti per rispolverare il primo mini CD da cui tutto è iniziato.

PS. la ristampa dell’EP contiene nove gustosi pezzi live più la loro personale reinterpretazione di Paranoid dei Black Sabbath.

- Supergiovane


sabato 20 ottobre 2018

New Radicals: "Maybe you've been brainwashed too" (1998)

Vent'anni fa oggi usciva "Maybe you've been brainwashed too", unico disco dei New Radicals, progetto una tantum di Gregg Alexander, coadiuvato da Danielle Brisebois e da diversi amici e collaboratori occasionali. Alexander incide un album di pop rock di ottimo livello e profondamente dissociato dal messaggio pessimistico e radicale (appunto) delle liriche.




Greg Aiuto nasce il 4 maggio del 1970 a Grosse Pointe in Michigan, in una famiglia di testimoni di Geova e viene scoperto dal produttore e musicista Rick Nowels (noto principalmente per il suo lavoro negli anni '80 con Stevie Nicks dei Fleetwood Mac e Belinda Carlisle). Col nome d'arte di Gregg Alexander prova a sfondare prima a diciannove anni con il disco d'esordio "Michigan Rain" e poi con "Intoxifornication" nel 1992, ma fa due giganteschi buchi nell'acqua.

Conosce un'altra cantautrice di insuccesso, Danielle Brisebois (Brooklyn, 28 giugno 1969), e la aiuta a comporre e incidere il suo primo album "Arrive all over you" che fu presto dimenticato.
Alexander e Brisebois decidono così di unire le forze e lavorano a un nuovo progetto, nel quale coinvolgono in primis l'amico Rick Nowels: i New Radicals, di fatto loro tre supportati da musicisti e amici che danno una mano. Si lavora in studio senza ambizioni e anche senza speranze, a brani perlopiù di Alexander, che si caratterizzano per un pop rock esuberante e ariegato, che sa toccare il blue eyed r&b dei Simply Red, il sofisti-pop degli Style Council e il wall of sound di Phil Spector, ammodernati agli anni novanta.

"You get what you give", composta da Alexander e Nowels, è il singolo di successo, un pezzo orecchiabile come pochi che sfonda nelle classifiche, ma il capolavoro del loro stile è probabilmente "I hope I didn't just give away the ending", uno dei pezzi pop più belli del decennio, in cui Alexander mostra anche appieno le sue ottime doti da cantante. Strepitosa anche la canzone che da il titolo all'album, con i suoni tuonanti delle percussioni e lo strano riff di chitarra acustica che conferiscono un'atmosfera claustrofobica al pezzo. "Someday we'll know" della Brisebois è invece poco più che un elegante e orecchiabile brano pop che mostra la strada al futuro deplorevole dei due.

Il disco è anche caratterizzato da un contrasto evidente fra la musica leggera e brillante e i testi pessimistici, indirizzati a una decisa critica al mondo dello spettacolo e alla fascinazione eccessiva del pubblico verso le sue stelle.

L'atteggiamento ambivalente di Alexander nei confronti di questo mondo emerge nel prosieguo del percorso artistico dei New Radicals: dopo un successo clamoroso e un tour mondiale, a solo un anno dalla pubblicazione di "Maybe you've been brainwashed too", Alexander e Brisebois chiudono baracca e burattini e si dedicano al lavoro di produzione, composizione e sessions per altri, lavorando per Ronan Keating, Enrique Iglesias, Texas, Geri Halliwell, Mel C, Rod Stewart, Santana ("The Game of Love" è di Alexander e Nowels), Boyzone ("Love is a hurricane" è di Alexander e Brisebois), scrivendo tutte le canzoni del film "Begin again" con Mark Ruffalo e Keira Knightley (tutte canzoni a firma di Alexander, Brisebois o Nowels con Nick Lashley).

Difficile sapere cosa possa pensare uno come Alexander, che ha passato la giovinezza a cercare il successo disprezzando la banalità del pop contemporaneo e poi, una volta trovato, ha voltato le spalle a una possibile carriera da superstar per produrre musica discutibile per artisti mediocri. Questo album rimane come testamento di un modo migliore di comporre e incidere pop che purtroppo i suoi autori per primi non hanno saputo seguire.

- Prog Fox

King's X: "Tape Head" (1998)

Lasciate in secondo piano le influenze progressive, i King's X regalano un disco umile, di belle canzoni in stile nineties che non ebbe quasi alcun successo. In un mondo migliore, tutti conoscerebbero i King's X e non i Nickelback. 



(disco completo ascoltabile qui: https://www.youtube.com/playlist…)

"Tapehead" potrebbe essere chiamato 'il più grande disco di rock mainstream degli anni '90 che nessuno ha mai sentito'. D'altronde i King's X sono una delle migliori band meno conosciute del rock americano, nel senso che il rapporto fra la qualità e la notorietà è incredibilmente basso per un gruppo che è uscito presto dall'underground e che non ha mai prodotto una tipologia di musica particolarmente ostica, il che non significa poco interessante o valida.

In un mondo migliore al posto di Nickelback e roba simile ci sarebbero loro, che non hanno mai sconfinato nel ridicolo sentimentalismo e negli atteggiamenti da poseur di tanti gruppuscoli del post grunge. Loro però non erano post grunge, per quanto qualche analogia fra il loro hard progressive e il grunge ci sia pure stata. Ma la loro musica ha poco mercato, non ha un target preciso: troppo giovani e dai suoni troppo alternativi per gli amanti del rock classico anni settanta, troppo vecchi per gli amanti del grunge, troppo hard rock per gli amanti del metal progressivo alla Dream Theater. Eppure gli ascoltatori privi di preconcetti di Dream Theater, Soundgarden e Pearl Jam potrebbero trovare pane per i loro denti nella loro musica pensierosa, influenzata dal retroterra cristiano dei tre membri, impegnati perennemente in una tormentata lotta con il proprio io.

Lotta tormentata, abbiamo detto: tutti e tre cristiani, i tre texani detestano però l'ambiente del Christian rock di fine anni '80, che vedono come tentativo ipocrita di accreditarsi presso un certo pubblico. La loro evoluzione personale è difficile: il batterista Jerry Gaskill e il bassista Doug Pinnick abbandoneranno la Chiesa, quest'ultimo dopo avere accettato con difficoltà la propria omosessualità; Ty Tabor rimarrà invece un cristiano devoto a tutt'oggi. I temi spirituali e l'interesse per Dio, il rapporto con le religioni e il senso del sacro rimangono tema centrale della loro opera.

Non è chiaro a che punto del loro percorso si trovassero i tre compagni in "Tapehead", ma quello che per noi conta è che il disco è veramente riuscito. Non ci sono particolari novità nella loro musica, che segue appunto un percorso dove si incrociano un hard rock pre-grunge e influenze post-grunge; le influenze progressive sono molto meno marcate rispetto ai loro esordi, ma il disco non ne soffre, né ne soffre l'eccellente tecnica personale del trio, che comunque non ha mai amato i virtuosismi fini a se stessi ma ha preferito e preferisce esprimersi sia chiaramente all'interno della forma canzone che nel fornire un suono corale compatto e ben amalgamato. Tabor si concentra quindi su power chord e schitarrate aperte che riempiano il suono, Gaskill ha un ruolo centrale nel fornire un tappeto ritmico che occupi lo spazio sonoro con le percussioni, Pinnick tesse riff di basso che complementino la chitarra.

Il disco è straordinariamente accessibile nella tradizione migliore del rock, anche grazie alla buona ispirazione nelle composizioni e all'incrociarsi perfetto delle voci dei tre musicisti. E allora ci immergiamo con piacere nelle chitarre distorte e nella vocalità collettiva della aggressiva "Groove Machine" che apre l'album, nella meditabonda "Over and Over", nell'orecchiabilissima "Ocean", nel solo che domina "Higher than God", nella fantasia ritmica che apre "Happy" (uno dei pinnacoli del disco), nella brillante "Mr. Evil".

Forse i King's X avrebbero avuto più seguito se qualche fan di Chris Cornell, Eddie Vedder e Tom Morello avesse conosciuto la direzione che avrebbero preso i loro beniamini. Noi vi invitiamo a recuperare un bel disco di rock modesto e privo di pretenziosità che può essere di spunto per conoscere questa band davvero interessante.

- Prog Fox

venerdì 5 ottobre 2018

Stratovarius: "Destiny" (1998)

Il 5 ottobre di vent'anni fa usciva "Destiny", settimo album in studio dei power metaller finlandesi Stratovarius e terzo con la formazione ormai considerata classica. Si tratta di un lavoro gradevole ma non particolarmente intrigante, che non dispiacque però ai fan della formazione, ottenendo buoni risultati in classifica.



(il disco completo si può trovare qui:https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lmuQBGJ-CTWg0YfPWLVjDtkBKyUM54Ldc)

Con "Destiny" ritroviamo per la terza volta gli Stratovarius come quintetto formato dal compositore e chitarrista Timo Tolkki, dal cantante Timo Kotipelto (buona estensione ma timbro fin troppo chiuso sulle note alte), dal bassista Jari Kainulainen, dal tastierista Jens Johansson (ex-Malmsteen e abusatore della modalità clavicembalo delle sue tastiere) e dal batterista Jorg Michael. Questa formazione esordì nel 1996 e rimase insieme fino al 2005.

Il disco rappresenta, se vogliamo, un momento di transizione fra il precedente album "Visions" (1998) e il successivo album "Infinite" (2000). Ma visto che la cauta evoluzione del gruppo è estremamente lenta, risulta troppo simile a entrambi e quindi rispetto a entrambi meno interessante.

La title track "Destiny", per esempio, che apre il disco, somiglia ed è inferiore alla title track "Visons" che chiudeva il disco precedente, così come il singolo di lancio "S.O.S." somiglia ed è inferiore al singolo di lancio "Hunting high and low" del disco successivo.

Le altre canzoni seguono abbastanza pedissequamente la struttura consolidata da un paio di album a questa parte: power metal alla Helloween ("Rebel"), ballatone mid-tempo ("4000 Rainy Nights"), gradevoli, arrangiate secondo modalità codificate e basate sull'opera di Rainbow, Yngwe Malmsteen, Helloween ed epigoni vari.

Un po' noioso, quindi, considerato che dura quasi un'ora e che le tracce che aprono e chiudono il disco ne occupano venti minuti senza illuminare in maniera particolare questo "Destiny", ma probabilmente, come testimoniò il buon successo in patria, più che sufficiente a fare contenti i fan di Timo Tolkki e dei suoi compagni.

- Prog Fox

sabato 29 settembre 2018

OutKast: "Aquemini" (1998)

Vent'anni fa oggi usciva un capolavoro dell'hip hop americano, "Aquemini" degli OutKast, duo che qui sa rinnovarsi e ripetersi dopo l'altro capolavoro di due anni prima, "ATLiens".



(il disco completo si può ascoltare qua: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ldV775EypimsbbnMj8XwxnPH8m2MhMLPo)

Il terzo album degli OutKast, "Aquemini", arriva due anni dopo il capolavoro "ATLiens" che ha decretato il successo commerciale della band formata dal duo André 3000 e Big Boi. Nel frattempo un figlio del primo e vari progetti collaterali aiutano a coltivare nuovo materiale che riesce a tenere testa al nome e alle aspettative.

Pur accompagnati da alcuni cliché (Return of the “G”) i pezzi hanno molto a che fare con la ricerca d’identità ("Aquemini", "Synthesizer") e il ritrovo di suoni più armonici (e meno funk), per una sfida a se stessi nel momento di maggior comfort. Lo stile disteso e il lavoro punteggiato di momenti di qualità, con delle piacevoli sorprese, inclusa la ricerca fonica, di ordine e struttura, ma anche l’incontro più fisico degli strumenti con la voce.

"SpottieOttieDopaliscious", più sognante e sognata, è il progetto più chiaro e quello che anche l’ascoltatore può afferrare con presa sicura. Non si scivola con gli Outkast.

Da "Art of Storytellin' (Part II)" il pezzo più insospettabile ma anche quello che testimonia la qualità della carne al fuoco, quasi commovente. Tra temi universali e quelli più prossimi nei testi c’è un
equilibrio rarissimo da trovare. Manca un po’ il remoto (solo in "Y’All Scared" un piccolo accenno, vuotissimo, devastante) ma c’è dentro tutto quello che si riesce ad afferrare protendendosi alla cieca e allo stesso tempo sapendo dove andare.

- Piro

Mercury Rev: "Deserter's Songs" (1998)

Oggi si festeggia il ventesimo anniversario di "Deserter's Songs" dei Mercury Rev, grande band sperimentale post-psichedelica degli anni novanta. Disco capolavoro della loro fase più pop, diede loro anche il successo commerciale.



(il disco completo si può ascoltare qui: https://www.youtube.com/playlist…)

Già nel 1995, in seguito all’uscita dal gruppo del cantante David Baker, i Mercury Rev avevano
iniziato a sperimentare suoni più pop e meno cupi e decadenti rispetto alle origini di fine anni ’80.
Tre anni dopo, nel 1998, viene presentato "Deserter's Songs", album capolavoro che li consegna al successo commerciale.


Del prog/rock psichedelico rimane soprattutto il carattere più trasognato e concettuale, meno il lato puramente psichedelico e le immense differenze all’interno di ogni canzone si fanno più mitigate, senza rinunciare al caratteristico eclettismo che ha sempre contraddistinto la band.

"Deserter's Songs" è soprattutto ricco: nella scelta e nell’uso degli strumenti; nella creazione di testi di forte impatto e mai banali; nelle atmosfere create dalla composizione di melodie suggestive, alcune adatte e perfette anche come musica per film. Questa ricchezza è sempre sorprendentemente ben somministrata con l’equilibrio tipico dei dialoghi presenti nei melodrammi e nelle opere corali (ascoltate "Endlessly", "Delta Sun Bottleneck Stomp" oppure "Tonite It Shows").

Lo stupore che comincia nell’ascolto e rimane in memoria si lega ai ricordi e alle esperienze, senza per questo cullare l’ascoltatore; ma li aiuta a fluire, purificati e liberati da ogni asprezza, dall’immaginazione all’osservazione delle cose del mondo.

- Piro

venerdì 28 settembre 2018

PJ Harvey: "Is this desire?" (1998)

Il 28 settembre 1998, a tre anni dal capolavoro "To bring you my love", PJ Harvey pubblica un disco più riflessivo e meno strabordante eppure sempre di vivo interesse: "Is this desire?"



(disco completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ncGpcXRtFLkDmbvxs_F1zHOu1EAeEp6D8)

Apparsa come portatrice insana di vitali e primitivi istinti - irrinunciabile, ammaliante e vorace - PJ Harvey graffia con lame taglienti la superficie del rock delle fine degli anni 90.

Sesso, umori, urla, carne, latex, occhiali neri da doposbornia: il punk, certo, ma anche una particolare dimensione del proprio rapporto con i sensi e il corpo.

I legami con le sacerdotesse Smith e Joplin sono scontati quanto forse errati: non a caso tutte le note biografiche associano più significativamente il primo periodo creativo di PJ ad una vicinanza spirituale e materiale con Nick Cave ed con un concetto quasi nichilistico e sepolcrale dell'atto artistico.

Ma, detto questo, ciò che la Harvey ci scarica addosso nei primi dischi è talento assoluto, è necessaria forza espressiva.
PJ si offre e si apre, absit iniuria, all'ascoltatore in modo quasi scarnificato ed ossessivo, senza però sfociare nell'assurdo, nella caricatura, nell'inascoltabile e nel (qualitativamente) impresentabile.

Se con il capolavoro "To Bring You My Love" PJ arriverà a normalizzare (diciamo così) il tutto ed a quietare formalmente gli istinti primordiali, offrendo una facciata di seta e boccoli ad un sottobosco che continua comunque a pullulare di tormenti ed orrori dell'animo, nel 1998 la nostra regalerà al pubblico "Is This Desire?".
Languida coperta che avvolge le ferite ancora aperte ma in cui ci si corica con aspetto nuovo: come al solito sono le copertine dei dischi a darci la temperatura della febbre ed in questo caso la ragazza del Dorset si presenta come una candida country girl, forse solo un po' alternativa ed inquieta.

Si tratta di maturità? Di raffreddamento?
Ad ascoltare il primo ed avvincente singolo - "A Perfect Day Elise" - si comincia ad avere qualche indizio: rock, con matrice più synth/elettronica che punk e narrazioni come al solito sospese ed inquietanti.
Una PJ quindi normalizzata? Si direbbe una PJ sicuramente diversa, con il desiderio di battere strade nuove ma senza avere perso il cuore cupo; semmai, ecco, la pece è incalata in rivoli che prendono il via da fascinazioni estetiche e letterarie, più che da nervose intuizioni spontanee.
A ben guardare, infatti, ancora di più rispetto a "To Bring..", il tema centrale è oscuro e malsano: si rincorrono nomi ignoti ma evocativi (Catherine, Elise, Angeline) e luoghi/situazioni di primigenio ed inquieto legame (il vento, il giardino, l'immancabile fiume, la stanza d'albergo chiusa).
Il pezzo più bello del lotto è sicuramente "The River": complesso, maturo, commovente. E' il rito di passaggio da sciamana istintiva e carnale a sacerdotessa compiuta e consapevole dei propri mezzi.
"The Wind" e "The Garden" sono battiti del cuore dark, sussurrati all'orecchio da un diavolo nella notte; "No Girl So Sweet" e "The Sky Lit Up" le fucilate più propriamente rock e liberatorie.

La title track merita una nota a parte: è un movimento dell'animo, accennato e doloroso, perfetta chiusa del cammino e dell'invocazione alle muse.
I tagli inferti finora meritano una riflessione, quasi biblica ed ancestrale: ci si chiede se questo anelito ineluttabile sia desiderio, se ci eleverà a sufficienza (To lift us higher/ to lift above?) o se ci lascerà qui inchiodati a terra.

La maestra di cerimonia ci abbandona e ci lascia in sospeso, non dà risposte ma ci consegna domande e - come suo abitudine - si toglie di scena.
Per ripresentarsi, la attendiamo, con un nuovo vestito e con un nuovo libro delle preghiere.

- il Compagno Folagra

sabato 22 settembre 2018

Cryptopsy: "Whisper Supremacy" (1998)

Uscito il 22 settembre del 1998, “Whisper Supremacy” è il terzo album da studio dei Cryptopsy, band dedita a un death metal estremo proveniente da Montreal, nel Canada francofono. Pionieri del genere e della sua evoluzione, compongono assieme ai Cannibal Corpse da Tampa in Florida e ai newyorkesi Suffocation il terzo punto cardinale dello sviluppo del death metal primordiale in brutal, slam e technical. 







A dispetto del bonario e pacifico paese da cui provengono, i Cryptopsy, attivi dal 1992, si sono da sempre contraddistinti per la potente ferocia e l’elevato tasso tecnico delle loro composizioni, il tutto sparato a velocità folli.

Dopo aver ben impressionato con il debutto “Blasphemy Made Flesh” ed essersi consacrati con il caposaldo del genere “None So Vile”, il gruppo strappa un contratto con la blasonata Century Media, e si rifà parzialmente il trucco, apportando consistenti modifiche alla loro proposta musicale

Nuovo cantante, fuori lo storico singer e fondatore Lord Worm (si, è solo il suo nome d’arte), e dentro Mike DiSalvo: stilisticamente le differenze fra i due sono enormi, a differenza di Lord Worm, DiSalvo è padrone di un growl potente ma controllato, a differenza del gutturale grugnito tanto bestiale quanto sguaiato appartenente suo predecessore. Ciò nonostante, Lord Worm sarà ancora l’autore di alcuni dei testi presenti nel disco, continuando a marchiare i pezzi con la sua perversa e decadente vena poetica, il che è un bel paradosso in quanto il suo “cantato” è sempre stato assolutamente incomprensibile.

L’altra novità è rappresentata dall’aggiunta di un secondo chitarrista, Miguel Roy, la sua tuttavia sarà una breve parentesi in quanto sarà sostituito nel giro di poco tempo dall’eccellente Alex Auburn. Queste due new entry si vanno ad aggiungere al cuore pulsante della sezione ritmica, il fenomenale chitarrista Jon Levasseur, il funambolico bassista Eric Langlois e alla batteria quella macchina da guerra che risponde al nome di Flo Mounier, da sempre uno dei più estrosi ed estremi drummer in circolazione. All’epoca era probabilmente il più dotato trio di strumentisti nel settore.

Il loro songwriting, che cercava di fondere tecnica e groove, si evolve e diventa ancora più intricato e ostico e i pezzi si fanno ancora più estremi e vengono intelaiati su schiere di 300 riff condotti dai giochi di prestigio di Langlois e dall’inesaustibile Mounier dietro le pelli, forte della sua fantasia compositiva e dai suoi inconfondibili blast beat “crashati”, suo marchio di fabbrica. Otto pezzi per mezz’ora da lasciar senza fiato.

Pezzo forte del piatto, è la superba “Cold Hate, Warm Blood”, un pezzo dove il gruppo concentra tutto quello che dovrebbe essere l’abc del death metal tecnico, ferocia, velocità, tecnica, potenza, polivalenza ritmica e anche insana melodia, esasperando il tutto ai massimi livelli. Si tratta non solo del più gran capolavoro del gruppo canadese, ma è anche uno dei migliori pezzi death mai scritti.

Al suo cospetto rischiano quasi di sfigurare altri pezzi bomba come la tostissima White Worms e la terremotante opener “Emaciate”, altri pezzi che rappresentano gli apici compositivi dei Cryptopsy della loro carriera di oltre un quarto di secolo. Meritevoli di menzione sono anche “Loathe” e “Flame to the Surface”, pezzi belli tosti che fanno la voce grossa, nonché l’ottima outsider “Faceless Unknown”.

Una prova complessivamente stupefacente, sarà purtroppo anche l’ultima dato che il gruppo proseguirà con il meno valido “…And Then You’ll Beg” e dopo entrerà in una fase di stallo compositivo che li porterà a perdere per strada tutti i pezzi, lasciando Mounier come unico superstite.

“Whisper Supremacy” è uno di quei dischi inossidabili nonostante gli anni sul groppone, assolutamente fondamentale per il genere, e la miglior testimonianza sonora di quanto prodotto dai Cryptopsy assieme a “None So Vile”.

- Supergiovane

sabato 15 settembre 2018

Death: "The Sound of Perseverance" (1998)

Quindici settembre dell’anno di grazia 1998: i Death, creatura del mastermind Chuck Schuldiner, pubblicano il loro settimo e ultimo album da studio, "The Sound of Perseverance". 




(disco completo a disposizione qui: https://www.youtube.com/watch?v=XjB101k2Bog)
 
Non sono tanti gli album che possono vantare lo status di pietra miliare, album di culto per l’intero vasto panoramana heavy metal, sia per ciò che concerne il loro assoluto valore prettamente musicale quanto per l’importanza a livello simbolico per un’intera generazione, summa e apice compositivo definitivo di uno stimato musicista scomparso prematuramente non molto tempo dopo, album immortali che rimarranno eternamente marchiati come pezzi unici inimitati e inimitabili. "The Sound of Perseverance" ne fa parte.

Uscito a tre anni di distanza dal precedente "Symbolic" e a undici dall’esordio "Scream Bloody Gore" (altro album a modo suo epocale, nonostante il livello qualitativo sia distante anni luce), è un lavoro che racchiude quanto Schuldiner abbia maturato nel corso di una prestigiosa carriera.

La carriera di Schuldiner partì quando era ancora adolescente con il marcio e grezzo "Scream Bloody Gore" appunto, lavoro che ha fatto da pioniere per il genere del death metal, a cui seguì "Leprosy" in cui Evil Chuck affinò le proprie doti strumentali e compositive. Queste risultarono ulteriormente migliorate col successivo "Spiritual Healing", nonostante il fatto che in esso per la prima volta Schuldiner sbagliò la scelta di un musicista, pescando il pessimo Bill Andrews il quale penalizzò oltremodo le composizioni con il suo stile monocorde e privo di fantasia.

Al quarto tentativo, ecco arrivare "Human", notevole salto di qualità sotto ogni aspetto, produzione compresa. Fu poi il turno del monumentale "Individual Thought Patterns", definitivo passo verso un death metal “forbito”, estremamente feroce, tecnico, complesso, variegato ma anche tendenzialmente melodico, seppur su binari differenti rispetto alla scena death di Goteborg che in quegli anni stava fiorendo dalla parte opposta dell’Oceano Atlantico.

"Symbolic", sesto parto di Schuldiner, mostrava ulteriori evoluzioni proprio a proposito dell’approccio armonico delle composizioni, attenuando in parte quella ferocia che da sempre li contraddistingueva. Ed eccoci giungere a "The Sound of Perseverance", il definitivo compendio dell’immaginario sonoro e concettuale di Schuldiner, lavoro che più di qualsiasi altro si evolve verso nuovi lidi e dà un taglio netto con il proprio background. Bisogna dire che già all’epoca di "The Sound of Perseverance", Evil Chuck teneva il piede in due staffe, essendo già proiettato verso il suo prossimo progetto, i Control Denied, con cui l’anno seguente inciderà il suo primo e unico lavoro, "The Fragile Art of Existence", e con cui chiuderà definitivamente i conti con le sonorità death metal.

Di fatti, in "TSOP" risaltano ritmiche e partiture debitrici del metal tendente alle produzioni più recenti dei Judas Priest, dell’heavy ibrido a stelle e strisce dei Riot, nonché ovviamente influenze della sempreverde new wave of british heavy metal, oltre a soluzioni tendenzialmente progressive, per quanto concerne la loro complessità compositiva e disomogeneità strutturale. Una nuova forma di concezione evoluta del death metal, senza scomodare le inclinazioni jazz e fusion degli Atheist o i synth e le trame oniriche dei Cynic, gruppi che comunque non hanno avuto lunga vita.

Come sappiamo bene, a ogni disco Chuck Schuldiner ha spesso cambiato almeno due membri della lineup, avvalendosi dei servigi di musicisti formidabili dalle carriere già ben avviate fra cui ricordiamo Gene Hoglan, Andy LaRoque, Sean Reinert, Paul Masvidal, Steve DiGiorgio, James Murphy e tanti altri. Bene, questa volta Schuldiner fa tabula rasa resettando la formazione, e affidandosi a perfetti sconosciuti (all’epoca, almeno, lo erano). Shannon Hamm come spalla alla seconda chitarra, il valido Scott Clandenin al basso e dietro le pelli Richard Christy, fenomenale drummer che riesce a compiere l’ardua impresa di non far rimpiangere Hoglan. Tutti e tre i nuovi membri seguiranno Schuldiner nei Control Denied.

Piccola curiosità a parte, Christy, appassionato pure di cinema, dopo aver militato anche negli Iced Earth tenterà la carriera da attore, senza tuttavia ottenere grandi risultati, solo particine in film minori o comparsate, l’ultima in Guardians of Galaxy Vol.2 in una fugace apparizione assieme a Rob Zombie.

Già dai primi secondi dell’eccezionale opener "Scavenger of Human Sorrow" possiamo appurare quante cose siano cambiate nel “nuovo” corso dei Death: la doppia cassa di Christy è devastante come quella di Hoglan, i riff sono sempre taglienti come lame di rasoi, ma ci troviamo di fronte a pezzi strutturalmente più ricercati ed elaborati, molteplici e repentini cambi di tempo e scale poliritmiche vanno a completare soluzioni ancor più variegate e raffinate. E la voce di Chuck, anche per i problemi che hanno afflitto le sue corde vocali, è mutata completamente: il suo caratteristico potente e lacerante semi-growl, che già in "Symbolic" cominciava a dar segni di cedimento, è mutato in un grugnito acido e corrosivo meno aggressivo. Quella che non è mutata, è la sua struggente e alienata verve solistica, espressa attraverso i suoi classici assoli “che strillano”. Sempre estremamente curati anche i testi, sempre indirizzati verso sofferenti e conflittuali emozioni eterne, crisi e tormenti esistenziali enfatizzati dall’intensa sezione strumentale.

“Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”, questo celebre aforisma partorito da Friedrich W. Nietzsche viene riportato sul retro del booklet, ed è piuttosto indicativo del filo conduttore che lega i testi dei brani, così come lo splendido artwork a opera di Travis Smith (quando ancora non era così inflazionato dalla scena metal come concept artist), ambiguo e decadente.

"Spirit Crusher" si contende con il pezzo d’apertura il titolo della migliore composizione del lotto, anche in questo caso si tratta di un pezzo zeppo di cambi tempo e dalle ritmiche variegate e ottimamente assemblate, dettate da Christy sempre in grande spolvero, e il break con refrain annesso è forse il migliore concepito da Schuldiner durante la sua carriera.

Su livelli di eccellenza assoluta troviamo davvero grandissima parte del lavoro, come non citare l’avvincente e fortemente progressiva "A Story to Tell", formidabili i riff e l’assolo iniziale, la lunga e complessa "Flesh and Power It Holds" (l’assolo durante il break centrale è qualcosa di indescrivibile) e l’altrettanto poderosa "To Forgive Is To Suffer".

"Voice of the Sou"l è la parentesi strumentale di "The Sound of Perseverance", connubio di una chitarra acustica e una elettrica solista, pezzo emotivamente molto intenso, vogliamo considerarlo come l’epitaffio sonoro di Evil Chuck.

Un po’ sotto il livello medio del disco "Bite the Pain", brano dai riff d’introduzione quasi gothic e dalle linee vocali iniziali tediose, ma che con lo scandire dei secondi progredisce e finisce per attestarsi su livelli decisamente alti. "A Moment of Clarity", penultimo pezzo del lotto, sarebbe un mid tempo più lineare e anche non particolarmente ispirato, ma bisogna dire che contiene alcuni degli assoli più belli del disco, cosa non proprio di poco conto. Curiosa la scelta di chiudere "The Sound of Perseverance" con l’immortale "Painkiller" dei Judas, prima volta che i Death si cimentano in una cover, per omaggiare quelli che sono stati forse più di chiunque altro i padri fondatori dell’heavy moderno e dei sottogeneri che ne sono derivati. Che dire del pezzo? Beh,è più veloce e potente dell’originale, Christy è una furia umana, l’ugola di Chuck strilla a vette siderali (ma visto il livello delle sue performance vocali di quel periodo, “l’aiutino” in studio deve essere stato bello grosso) come anche la sua chitarra, gli assoli sono stati riscritti e rielaborati, ma per quanto siano di pregevole fattura, non reggono il confronto con gli originali di Downing e Tipton.

Difficilissimo dire quale sia il lavoro migliore, fra "Individual Thought Patterns" (che resta il mio preferito, personalmente), "Symbolic" o "The Sound of Perseverance". Ma dopotutto non ha importanza. Ciò che conta, è che Schuldiner ha voluto chiudere l’esperienza dei Death in questo modo, al proprio apice come compositore e scrittore musicale, autore inimitato e inimitabile. All’epoca il disco non venne nemmeno tanto acclamato, fu anche criticato da una buona fetta di pubblico per il fatto che si staccasse troppo nettamente dai lavori precedenti e dai canoni death metal, le vendite furono basse, poco più di 10'000 copie in tutto il mondo.

Diventò album di culto solo in seguito, complice anche la sfortunata sorte di cui Schuldiner fu vittima, anche la sua campagna di crowdfunding per pagare le cure mediche non andò a buon fine come sperato. Triste la sorte del musicista squattrinato…

- Supergiovane

venerdì 14 settembre 2018

Manic Street Preachers: "This is my truth, tell me yours" (1998)

Il 14 settembre di vent'anni fa veniva pubblicato "This is my truth tell me yours", quinto album dei gallesi Manic Street Preachers e ultimo grande disco della band. Schiacciati fra il crescente successo commerciale e la scomparsa del loro amico e ideologo Richey Edwards, i tre Manics superstiti confezionano la perfetta canzone pop e si perdono in un personale 'giorno della marmotta' dal quale non usciranno mai più.




(si può ascoltare l'album completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lk5tC4Vt-DCQ5hY6IcJaQV-Ae2o-zg8hg)

Quinto album dei Manic Street Preachers, "This is my truth tell me yours" è l'album del tradimento definitivo e della compiutezza allo stesso tempo. Loro disco più famoso, il suo successo si combina in maniera letale con la drammatica e mai metabolizzata scomparsa dell'ideologo del gruppo, il secondo chitarrista Richey Edwards (probabilmente annegato suicida nel 1995) e trasforma il gruppo in un Phil Connors/Bill Murray destinato a rivivere la stessa giornata nel tentativo vano di ricreare la perfetta canzone pop.

Perfetta canzone pop che, per quanto tradisca completamente gli albori post punk della formazione gallese, riesce qui al terzetto con la straordinaria "If you tolerate this then your children will be next", accompagnata da un memorabile video musicale, dal testo con la giusta dose di impegno sociale (e chiaro antifascismo del gruppo, dote mai abbastanza apprezzata), un solo umile del leader, il cantante-chitarrista James Dean Bradfield, e una sezione ritmica ballabile al punto giusto. Meno equilibrati seppure gradevoli gli altri classici pop "The Everlasting" e "You stole the sun from my heart", che raggiunge una strana intesa fra power pop dei settanta e brit pop dei novanta: nel complesso piaceri proibiti che mettono un po' a disagio l'ascoltatore più duro e puro (non necessariamente un male).

I Manics però riescono a illuminare in particolare nei brani più dolenti: "My little empire", condotto dal drumming brillante di Sean Moore, è uno dei pezzi migliori dell'album; doloroso e commovente anche la dolcissima semiacustica "Born a girl", che implica il transessualismo del suo narratore. Momento giusto per notare come autore unico dei testi rimanga il bassista Nicky Wire, laddove fino al precedente "Everything must go" si erano potuti utilizzare composizioni e frammenti lasciati da Richey Edwards.

Il tradimento lascia segni nel cuore e nel corpo del gruppo: Bradfield in sette anni è passato dall'essere un tardoadolescente scavato in viso a essere un bolso cantante pop sovrappeso; la rabbia si è trasformata in parte in rassegnazione e in parte in appetito, commercialmente parlando; sono svaniti i pezzi aggressivi che sapevano mescolare la tradizione post punk britannica e lo street style dei Guns'n'Roses. Quello che resta è ancora tanto - e il talento della band permetterà ai Manics di galleggiare su un mare di mediocrità ancora per anni con occasionali perle pop, una o due per album - talvolta di più, ma senza più alcuna evoluzione sonica.

Di fatto questo è l'ultimo disco davvero significativo e memorabile del terzetto gallese e lo è anche per la consapevolezza - nei testi e nelle musiche - che tutto per loro è svanito con Richey Edwards, consapevolezza nostalgica e sofferta che illumina per un ultimo istante glorioso l'opera dei Manics. Per chi non sa convincersi ad amare l'abbandono del sentiero rock per fermarsi in una radura pop in cui a volte spirerà un vento socialista ma molto più spesso l'odore stantìo di una commercialità anticipatamente senile, il viaggio a fianco della band può concludersi qui, con la clamorosa "South Yorkshire Mass Murder", epica elegiaca che completa il disco con un ultimo acuto.

- Prog Fox

venerdì 7 settembre 2018

Belle and Sebastian: "The boy with the arab strap" (1998)

Vent'anni fa oggi usciva questo gioiellino di album, "The boy with the arab strap" dei Belle and Sebastian. Il gruppo scozzese ruba il nome dell'album agli amici Arab Strap, che non ne sono molto contenti, e ci propone un disco dal forte spirito collaborativo - mai tanti cantanti, tanti compositori, tanti musicisti titolari nel gruppo.



(potete ascoltare il disco completo qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLB875NdHRlOH5HroS97_C2eAWiY7DsgGH)

La storia dei "Belle And Sebastian", della casualità predestinata che ha portato all'incontro di anime simili e similmente sensibili nelle vie di Glasgow è abbastanza nota e fa parte dell'immaginario collettivo del mondo folk-indie.

Il miracolo del passaparola su "Tigermilk", l'assestamento e la presa di coscienza della propria dimensione non così eterea ed occasionale ma invece concretamente ammaliante, il capolavoro dylaniano e fanciullesco di "If You're Feeling Sinister": queste le tappe che precedono e conducono diritti alla realizzazione di "The Boy With The Arab Strap" (1998).

Dove ci si era lasciati, quindi?
Con il disco "rosso" sopra citato: con le 10 tracce di "If You're..", 10 acquerelli tenui ma realizzati con indelebili tratti, perfetti per definire
completamente e pienamente le coordinate qualitative ed estetiche del gruppo.

Il disco "verde" raccoglie di conseguenza un'eredità impegnativa: come proseguire nel cammino senza inciampare in manierismi eccessivi, in facili riproposizioni di meccanismi collaudati ma fragili e destinati ad incepparsi?
Ci sono alcuni EP di transizione, tra i due dischi, nei quali la messa a fuoco viene collaudata e tarata per il meglio; e, alla prova dei fatti, il terzo disco funziona, funziona decisamente bene.

La ricetta non viene variata di molto, ma ci si assicura che la qualità degli ingredienti sia sempre di prima scelta lavorando anche su quantità e varietà.
La poetica è sempre dolcemente quella: tempi dilatati, si canta la voglia di sedersi in un prato o in un caffè a leggere un libro e ad osservare il
flusso del tutto, con ironia e distacco affettuoso.
La dolcezza - cinica e sincera - nei testi resta inalterata e pungente.
Le frecce all'arco sono molte e le si usa.

Ecco Isobell Campbell che in "It is Wicked Not To Care?" ci regala una magnetica e sinuosa voce narrante, bissata nel controcanto di "Rollercoster Ride".
Ecco che in "Dirty Dream Number 2" e che nella (clamorosa) title track appaiono delle dinamiche inattese e coinvolgenti: handclapping, ritmi in levare, platee che si alzano sulle sedie e ballano.
Ecco che in "Seymour Stein" ci si ricollega alla misurata e rilassata capacità del gruppo di confezionare ballad e di dilatare il tempo percepito dall'ascoltatore: "Sleep The Clock Around", "Ease Your Feet in The Sea" e "A Summer Wasting" sono vere e proprie aree di confort, fuori dalla confusione e dal convulso procedere dei giorni ordinarie.

Una sorta di macchina del tempo, ecco quello che nei loro momenti migliori i "Belle And Sebastian" riescono ad essere.
Non sarà sempre così nella loro futura evoluzione, ma "The Boy With The Arab Strap" ha sicuramente successo nel regalare queste oasi di quiete, questi momenti in cui sedersi, guardarsi intorno, ritrovarsi con se stessi e con i cuori che battono in sincrono con il proprio.

Per pochi, certo pochi, ma preziosi ed irrinunciabili minuti.

- il Compagno Folagra

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...