Il 6 agosto di sessant'anni fa esce "Help!", album dei Beatles. Costituito di 10 brani firmati dalla coppia Lennon-McCartney (tra cui il brano eponimo, "You've got to hide tour love away" e "Yesterday") e 2 di George Harrison, è l'ultimo in cui compaiono delle cover fino al 1970 (il country "Act Naturally" per la voce di Ringo Starr e l'ultimo sguardo al repertorio rock'n'roll "Dizzy Miss Lizzy"). Il risultato artistico strabiliò i contemporanei e confermò il gruppo alla testa del movimento rock britannico e non solo.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/e648fnh4)
Lo sanno anche i sassi che il 1965 è un anno d’oro, un momento di svolta per la musica pop e rock. Da una parte il beat contagioso dei primi anni arriva a maturazione, sempre trovando spazio per nuove sperimentazioni; dall’altra il folk si mescola al rock (sto parlando di te, elettrico folletto Dylan!), i testi diventano più personali e il pop inizia a essere preso sul serio come forma d’arte. In tutto questo i Beatles, nuovi idoli grazie al conclamata “Beatlemania”, diventano ora i capiscuola indiscussi del fenomeno mondiale, guadagnandosi pure il riconoscimento dell’establishment. La Regina concede a tutti loro l’Ordine dell'Impero Britannico (MBE), prima volta in assoluto per un gruppo pop britannico (sòssoldi, Vostra Maestà!).
Qui con “Help!”, sono radicalmente influenzati da Bob Dylan e dal folk rock, che portano anche fonti di ispirazione eterodosse come la cannabis (offerta per la prima volta proprio da Dylan) e l’LSD. Queste aperture non convenzionali spingono i Nostri verso una scrittura più introspettiva e più audace, rendendo i brani di “Help!” ricchi di emozioni più profonde, rispetto ai ritornelli scanzonati di qualche anno prima.
La genesi di “Help!” avviene in un contesto frenetico, ma non è di certo la prima volta, quindi i ragazzi sono ben rodati dalla macchina da guerra di Brian Epstein. Solo un mese di riposo dopo la faticaccia infame di “Beatles For Sale”, e poi a febbraio 1965 entrano di nuovo negli studi EMI di Abbey Road per dare vita a nuove canzoni. Questa volta però le sessioni di registrazione si intersecano con un altro impegno straordinario: le riprese del loro secondo film, pure questo intitolato “Help!”. Dopo le prime velocissime sedute in studio, la band vola alle Bahamas per girare le scene iniziali del film, dirette dal solito Richard Lester. Da lì parte un vero tour de force: set cinematografici esotici (dalle spiagge caraibiche alle nevi austriache), promozione del nuovo singolo "Ticket to Ride" uscito in aprile, ed infine nuove corse in studio a Londra per completare l’album entro l’estate. La cannabis a questo punto mi pare un mezzo essenziale per tenere botta e rilassarsi in questo infernale girone di impegni. Ma nonostante i tempi strettissimi, vivono un periodo di creatività esplosiva. In una singola giornata di giugno riuscirono persino a registrare tre brani diversissimi fra loro – la furiosa rock’n’roll "I'm Down", "I've Just Seen a Face" e "Yesterday".
Velocità e impegni non li squassano più di tanto, perché Beatles appaiono determinati a sperimentare su tutti i fronti. Passano dai vecchi registratori a due piste alla tecnologia a quattro piste, stratificando così le tracce ed arricchire gli arrangiamenti; Lennon e McCartney si mettono pure alle tastiere (finora compito quasi esclusivo di Martin) e molte canzoni vantano pianoforti elettrici e organi sullo sfondo. John imbraccia più spesso la chitarra acustica, mettendo da parte la sua iconica Rickenbacker, e questo dà ai brani un tono più caldo e maturo. Anche George Harrison ci prova gusto e, bontà sua, torna a contribuire come autore con "I Need You" e "You Like Me Too Much", le sue prime composizioni dai tempi di “With The Beatles”. Sebbene l’album includa ancora due cover, che saranno le ultime in assoluto pubblicate su un loro LP in studio, vengono rivisitate con il nuovo groove del gruppo: "Act Naturally", brano country portato al successo da Buck Owens, scelto da Ringo Starr per il suo momento da voce solista ed qui inciso quasi per gioco al termine delle sessioni; "Dizzy Miss Lizzy", vecchio rock’n’roll di Larry Williams caro a Lennon, chiude il disco a tutto volume e ci riporta all’atmosfera quando i Beatles infiammavano i club di Liverpool. Un bel ritorno alle origini.
Ma parliamo ora dei brani, ognuno decisamente un numero 1 dentro e fuori questo album fondamentale.
"Help!" – un disco che si chiamava in modo così cazzuto non poteva che aprirsi col botto, grazie all’eponimo brano, introdotto da un richiamo corale immediatamente riconoscibile. Il ritmo è spedito e trascinante, con le voci armonizzate di John, Paul e George che danno subito la carica. Ma dietro l’energia pop irresistibile, si avverte un’ombra di inquietudine: John Lennon infonde nel testo un autentico grido d'aiuto personale, come confesserà lui stesso anni dopo, mascherandolo sotto una melodia accattivante. Il risultato è una canzone che riesce a essere al tempo stesso un inno spensierato per la sua generazione ed un messaggio intimista di vulnerabilità: combinazione inedita per l’epoca.
"The Night Before" – Con la seconda traccia l’atmosfera si fa più leggera e ritmata, apparentemente… Paul McCartney prende il timone in questo brano pop dal sapore quasi estivo, sempre giovanile ma più maturo delle precedenti ballate. Si tratta di un amore raffreddatosi “dalla notte prima”, e Paul si domanda cosa sia cambiato in poche ore. Azzeccato.
"You've Got to Hide Your Love Away" – Improvvisamente il ritmo rallenta per lasciare spazio a una ballata acustica spoglia e commovente, cantata da John. Qui i Beatles abbracciano apertamente lo stile folk intimista alla Bob Dylan, con sole chitarre in primo piano e persino un flauto che spunta sul finale a ricamare la melodia. Lennon sembra parlare direttamente all’ascoltatore, quasi sussurrando un invito a nascondere il proprio amore. Negli anni successi si è parlato molto di questo splendido brano ed alcuni hanno letto tra le righe una dichiarazione neppure troppo velata di omosessualità del narratore, della difficoltà ad esprimere questo amore “diverso”, in un mondo apertamente ostile. Forse il riferimento è Epstein, omosessuale non dichiarato, che in più occasioni conclamate ha manifestato un certo affetto per John. Anche la frase del brano, pronunciata in modo sbagliato, "two-foot small" (doveva essere “tall”), alimenta il chiacchiericcio, oggi decisamente sterile.
"I Need You" – Questo brano delicato segna il ritorno di George Harrison come autore all’interno di un album dei Beatles. La melodia è semplice e dolce, arricchita da un caratteristico effetto di chitarra che ondeggia sotto le parole, che sembra quasi far “singhiozzare” lo strumento in sintonia con l’emozione del testo. Vi ricorda qualcosa?
"Another Girl" – Il disco torna improvvisamente frizzante con questo brano, in cui Paul annuncia con disinvoltura di avere “un’altra ragazza” al posto di quella a cui sta cantando. Il tono è perfino provocatorio: chitarre ritmiche incalzanti e cori allegri fanno da contrappunto al testo, quasi a sdrammatizzare il tema del cambio di fidanzata. Altri tempi.
"You're Going to Lose That Girl" – John torna protagonista con una delle sue performance vocali più soul e appassionate, in cui avverte un amico che perderà la sua ragazza se non la tratta bene, e lo fa con un tono insieme suadente e minaccioso, quasi da fratello maggiore premuroso. Il ritornello vede Paul e George rispondere in armonia a ogni frase di John, creando un effetto che dona al brano un fascino da classico Motown.
"Ticket to Ride" – Uno dei momenti chiave dell’album in termini di innovazione sonora. Il tempo è più lento e marziale rispetto ai brani precedenti, quasi ipnotico, scandito da un pattern di batteria insolito. L’insieme suona sorprendentemente hard per il 1965, tanto che Lennon stesso la definì “prima canzone hard rock della storia”. John canta con un distacco pensoso di una ragazza che “va via” (ha appunto un biglietto per partire); tra le righe affiora un misto di amarezza e rassegnazione, che dà al brano un tono agrodolce, contemplativo. Sul significato molti hanno ipotizzato che “ride” si riferisca a “Ryde”, città balneare della non ancora famosa Isola di Wight (mancano 3 anni al primo leggendario concerto), oppure alle “marchette” date alle prostitute ad Amburgo. Fate voi.
"Act Naturally" – Una scanzonata canzone country-western (di Johnny Russell, portata al successo da Buck Owens) scelta qui come veicolo ideale per l’allegra canaglia Ringo Starr. La band la esegue con piglio divertito e informale: chitarre country e la voce di Ringo che ci mette il suo con un’intonazione ingenua e irresistibile. Credo sia stato il comico americano Bill Hicks a rimarcare il concetto della connessione creativa tra i Beatles e le droghe, dichiarando soavemente: “Si drogavano come matti, hanno fatto cantare perfino Ringo Starr!!!”.
"It's Only Love" – Piccola gemma del repertorio beatlesiano, spesso sottovalutata. Brano breve, quasi sussurrato da John con tono intimo e confidenziale. La strumentazione è essenziale ma suggestiva, mentre Lennon canta di come tutto sembri più luminoso quando guarda la persona amata (“It’s only love and that is all, why should I feel the way I do?”). C’è una dolcezza quotidiana in questa canzone, un senso di stupore verso l’innamoramento che la rende genuina e disarmante.
"You Like Me Too Much" – George firma di nuovo un pezzo, dal sapore un po’ rétro e scanzonato. L’introduzione è dominata da un pianoforte vivace (suonato in stile honky-tonk) che subito imprime al brano un’aria divertita. Musicalmente strizza (troppo?) l’occhio allo stile pop dei primi anni ’60: George sembra rimasto indietro, ma ricordiamo che è sempre stato il più sensibile e ponderale dei quattro, quindi ci sta tutto.
"Tell Me What You See" – Cantata principalmente da Paul (con armonie di John), mantiene quel tono pacato e colloquiale visto primo. La melodia è carezzevole, con le voci che si scambiano frasi in armonia, e il ritornello scivola via con semplicità.
"I've Just Seen a Face" – Brano di Paul dal vivace sapore folk-country, sorretto unicamente da chitarre acustiche incalzanti, qualche percussione essenziale e agili intrecci vocali. La canzone sprigiona la gioia pura dell’innamoramento istantaneo: Paul racconta tutto d’un fiato di come “ha appena visto un volto” che gli ha cambiato la vita. L’assenza del basso conferisce al pezzo un’atmosfera rustica e spontanea, diversa da qualsiasi altra traccia del disco.
"Yesterday" – Di certo il brano più famoso dell’album e tra i più celebri del Novecento musicale, si staglia prepotente con la sua aura senza tempo. Su una melodia perfetta, Paul canta accompagnato solo dalla sua chitarra acustica e da un quartetto d’archi che ricama delicatamente ogni frase. Il risultato è di una semplicità disarmante e proprio per questo tocca corde universali. Non era mai accaduto prima che un gruppo rock pubblicasse una ballata così spoglia e ciò mostra la maturità artistica raggiunta dalla band. “Yesterday” funge da cuore emotivo all’interno del disco. Il suo delicato rimpianto chiude simbolicamente un’era di innocenza, aprendo la porta a nuove possibilità espressive per i Beatles. La leggenda narra sia nata per caso, magnificando così il genio musicale di Paul e inizialmente aveva il buffo titolo provvisorio “Scrambled Eggs”. Provate ora a cantarla così sulle sue celebri note: “Scrambled Eggs/Oh Baby, How I like your legs”. Nope.
"Dizzy Miss Lizzy" – Per concludere il viaggio, i Beatles piazzano un ultimo pezzo di puro rock ‘n’ roll, quasi a voler ricordare le proprie radici da rocker di club. Cover di Larry Williams che John interpreta a piena gola: la sua voce graffiante trascina il brano dall’inizio alla fine, sostenuta da un riff di chitarra elettrica martellante e dal pianoforte che raddoppia gli accordi con gagliarda veemenza. L’energia è alle stelle e ci sembra di vederli, sul palco del Cavern Club, sudati e urlanti, mentre gli strumenti ruggiscono e la piccola folla compressa impazzisce. Anche se è solo un rock vecchia scuola, messo in chiusura dopo tante composizioni sofisticate, assume il ruolo di un congedo adrenalinico. È un finale pirotecnico e travolgente, che lascia il sorriso sulle labbra e la voglia di ricominciare da capo l’ascolto.
Obbediamo.
- Agente Smith
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