Usciva cinquant'anni fa oggi "Rubber Soul", sesto album dei Beatles. Da molti indicato come il primo capolavoro dell'età matura, sancisce il passaggio dall'era della Beatlemania e dell'attività dal vivo al rifugio nello studio di registrazione e alla fase psichedelica e autoriale del quartetto di Liverpool.
(disco completo qui: )
L’album “Rubber Soul” dei Beatles, il loro quinto lavoro in studio, è stato da molti considerato il momento in cui il Pop è diventato Arte. Uno spartiacque essenziale tra due correnti distinte, ovvero la grezza e vulcanica Beatlemania e le inarrivabili produzioni successive, psichedeliche e sperimentali; il disco è il più puro esempio di come l’alchimia tra i Nostri raggiunge una vetta altissima, rimanendo però godibile e fruibile dalle masse. Se volete, pensate a “Rubber Soul” come l’album perfetto da regalare ad un amico a cui non piacciono i Beatles (esistono? E sono davvero vostri amici?).
Il disco riesce a trasformare i quattro instancabili lavoratori del pop (otto giorni alla settimana!), da semplici, seppur geniali, "popstar", in veri e propri "artisti" del panorama musicale. Pubblicato il 3 dicembre 1965, insieme al doppio lato A “We Can Work It Out / Day Tripper” (ci torniamo), pone fine definitivamente a quel periodo fatto di tour, urla, hotel e registrazioni frettolose. Il 1965 rappresenta l’anno fondativo dei Beatles del secondo periodo, in parte grazie anche all’incontro con Bob Dylan il quale, oltre a introdurli alla marijuana, li sfida a scrivere testi sempre più profondi, meno concentrati sulle triviali rime "amore/cuore", da pop-band del discount. Va anche detto che i Nostri sono davvero esausti per i troppi tour, in cui devono esibirsi come scimmie ammaestrate e dove nessuno di loro, a causa di una tecnologia ancora primitiva, riesce a sentire la propria musica. Ma è lo studio di registrazione il luogo perfetto dove rifugiarsi, un laboratorio creativo dove avviene una magia nuova, non semplicemente quattro mura insonorizzate per catturare una performance. Gli studi si trasformano in uno strumento musicale vivo e creativo; per questo ancora oggi gli EMI Studios (oggi Abbey Road Studios) sono diventati luogo di culto e meta di pellegrinaggio dei fan. Infine, per dirla tutta, il tempo delle mele è alle loro spalle: non sono più i ragazzi di Liverpool, ma uomini che meditano e sulla complessità delle relazioni, sulla nostalgia e sull'identità.
Tornando all’album, partiamo con il titolo: gioco di parole su "Plastic Soul" (anima di plastica), termine dispregiativo usato dai musicisti neri americani per descrivere il modo in cui i bianchi (ad esempio Mick Jagger) cantano il soul. Frecciatina autoironica oppure si inseriscono anche loro nella polemica contro i bianchi che saccheggiano il tesoro culturale della black culture? Vai a capire… ma vedi alla voce “Reggatta de Blanc”. L’iconica copertina, con la loro foto scattata dal basso, leggermente distorta, i capelli già più lunghi, abbigliamento personalizzato e senza il nome "The Beatles" stampato sopra: una dichiarazione di intenti e manifesto di un vero potere artistico. I loro volti ora sono sufficienti per il pubblico, perché sono vere e proprie icone culturali, non più un mero prodotto commerciale.
Musicalmente parlando, l'album è straordinariamente coeso, caratterizzato da un suono asciutto, a tratti influenzato dal folk-rock americano (in particolare dai Byrds), ma filtrato attraverso la squisita sensibilità britannica. Per la prima volta non contiene riempitivi e ovviamente nemmeno cover, tendenza già abbandonata da tempo.
Si potrebbe considerare, ad un primo ascolto, una tendenza al dominio introspettivo di John Lennon. In particolare tre sono i brani capolavoro del Nostro. “Norwegian Wood (This Bird Has Flown)”, brano rivoluzionario, per temi e musiche, con un fenomenale Harrison che introduce il Sitar, aprendo le porte della musica occidentale alle influenze indiane. “In My Life”, trionfo di nostalgia mai smielato, con il celeberrimo assolo centrale, che non è un clavicembalo barocco, ma un pianoforte registrato a velocità dimezzata da George Martin e poi velocizzato di nuovo. Brano che vede, in tutta onestà, una collaborazione 50-50 con Paul, che aiuta alla sua finalizzazione; racconta John di essersi sentito bloccato in una lista di tristi ricordi, ma aiutato dall’amico il brano prende il volo. “Nowhere Man”, la prima canzone dei Beatles a non parlare affatto di amore, un inno all'isolamento esistenziale e all'alienazione, in parte un autoritratto impietoso di Lennon, che continua con le sue produzioni di splendida autocommiserazione, ma molto meglio di “I’m a loser” e meno esplicita di “Help!”
Allo scatto artistico e compositivo di John, corrisponde un’eguale risposta di Paul McCartney, che dimostra una versatilità e una capacità melodica straordinarie. “Drive My Car” apre l'album con un groove R&B irresistibile, un testo ironico, e l’insolito ribaltamento dei ruoli di genere (è la donna a condurre il gioco e la carriera); non ha mai pensato, dirà Paul, che la donna fosse una prostituta, però la cosa in seguito lo divertirà molto. “Michelle”, una ballata acustica con evidenti influenze francesi, dove il di Paul regala complessi accordi jazz: siamo di fronte ad un’evidente maturità compositiva che va ben oltre il pop dell'epoca. “I'm Looking Through You” parla del cambiamento nelle persone (ispirato dalla sua relazione con Jane Asher), segnando l’ennesima rottura con l'idealizzazione romantica.
Non solo John e Paul, ma in “Rubber Soul”, il sottovalutato George Harrison smette di essere "il bel chitarrista solista" e diventa un compositore di peso: “Think for Yourself”, introduce il "fuzz bass" (un basso distorto), anticipando sonorità più dure e psichedeliche. Il testo è un interessante attacco diretto al conformismo.
Ed infine, il singolo doppio “We Can Work It Out / Day Tripper”, che è un vero e proprio 45 giri da doppio lato A, perché John non voleva che i Beatles fossero considerati troppo soft con una ballata come “We Can Work It Out”, ma più rock con “Day Tripper”, e quindi si raggiunse uno storico accordo: il primo singolo con due lati A. Geniale compromesso. Entrano anche nella storia perché per la prima volta i Beatles registrano i videoclip delle due canzoni; niente più musicarelli, ma veri e propri antesignani della futura video-arte.
Prima di “Rubber Soul”, gli album pop erano considerati contenitori per un paio di singoli di successo e vari riempitivi. I Beatles creano per la prima volta un'opera che va ascoltata dall'inizio alla fine, dove non ci sono brani deboli. Fu così d’impatto per la scena musicale mondiale che lo stesso Brian Wilson dei Beach Boys rimane sconvolto dalla bellezza e dalla coesione di “Rubber Soul”, tanto da sentirsi sfidato a creare qualcosa di superiore. Il risultato fu “Pet Sounds”, un gargantuesco capolavoro: a loro volta i Beatles risposero a “Pet Sounds” con l’iconico “Sgt. Pepper”. Una sfida meravigliosa per le nostre orecchie.
In conclusione, “Rubber Soul” è il suono di una band che prende il controllo del proprio destino, un sincero addio ai completi eleganti e agli inchini sincronizzati; un album caldo, organico, "gommoso" e flessibile, capace di accogliere folk, soul, suggestioni indiane e incursioni nel barocco, senza perdere una verace identità pop. Citato spesso dai critici come il migliore album dei Nostri, per la pura qualità della scrittura delle canzoni e il perfetto equilibrio tra l'immediatezza melodica dei primi anni e la complessità sperimentale del futuro. Personalmente d’accordo, ma parafrasando il noto attore Ethan Hawke, parlando dei Beatles in un’intervista: “chiedere quale sia il tuo album preferito dei Nostri è come chiedere quale sia il ventricolo preferito del tuo cuore”.
- Agent Smith
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