Viene pubblicato il 5 agosto di sessant'anni fa "Revolver", settimo album dei Beatles e uno dei loro capolavori conclamati. L'album arriva al primo posto sia nel Regno Unito (dove piazza al #1 il singolo "Eleanor Rigby") e in America (dove piazza al #2 "Yellow Submarine"). Non è il disco della loro consacrazione definitiva, quella arriverà con il grande lavoro di "Sgt. Pepper's". È qualcosa di un po’ più raro: rappresenta il momento esatto in cui quattro ragazzi capiscono di poter fare qualunque cosa e, per un attimo, si guardano intorno per decidere da che parte andare. Senza fretta, ma decisi.
(album completo qui: )
Partiamo dal contesto, che qui conta parecchio. Otto mesi separano "Revolver" da "Rubber Soul": l'intervallo più lungo mai concesso ai fan fino a quel momento, un'eternità per una band che fino a ieri sfornava due album l'anno più singoli, film, tour e comparse in tv. Otto mesi in cui l'attesa monta, e in cui i Nostri fanno una cosa apparentemente semplice, ma rivoluzionaria: si fermano a pensare.
Il battage che precede l'uscita, poi, è di quelli che oggi chiameremmo virali, anche se in parte involontario e decisamente controproducente. A marzo John rilascia a Maureen Cleave dell'Evening Standard una lunga intervista in cui, parlando del declino della religione, se ne esce con la celeberrima frase sui Beatles "More popular than Jesus". In Inghilterra a nessun importa: è Lennon, - signori miei! -, ci sta che dica queste cose, fa parte del personaggio. Ma a luglio la rivista americana per adolescenti Datebook ripesca la citazione, la sbatte in copertina strappandola dal contesto, e la Bible Belt esplode. Roghi di dischi, radio che mettono al bando il gruppo, il Ku Klux Klan che inchioda 45 giri alle croci in fiamme, minacce di morte. L'11 agosto, a Chicago, un John visibilmente provato deve scusarsi davanti alla stampa mondiale. Il tour americano che ne segue è un incubo di paura, palchi improvvisati e amplificazione da oratorio. A fine mese, salutato Candlestick Park, i Beatles decidono che dal vivo non ci salgono più. Nessun brano di "Revolver", detto per inciso, è mai stato eseguito in concerto dai quattro: erano canzoni nate in studio e nello studio sono rimaste.
E qui sta il punto. Se "Rubber Soul" era il disco in cui i Beatles scoprono che lo studio di registrazione è un rifugio, "Revolver" è quello in cui capiscono che è un grande e unico strumento musicale. Le sessioni partono il 6 aprile 1966 ad Abbey Road e la prima canzone incisa è, non a caso, la più estrema di tutte: "Tomorrow Never Knows". Alla console, accanto a un George Martin sempre più complice e sempre meno "professore", debutta come tecnico capo un ragazzo di vent'anni, Geoff Emerick, che ha il pregio inestimabile di non sapere ancora cosa "non si può fare". Microfoni piazzati a due centimetri dalla grancassa (contro il regolamento EMI!), voci fatte passare dentro l'altoparlante rotante di un organo Leslie, nastri montati al contrario, compressioni selvagge. Ed è sempre in queste settimane che il tecnico Ken Townsend inventa l'ADT, l'artificial double tracking, per liberare John dalla noia mortale di raddoppiare la voce due volte a canzone; quando Lennon chiese come diavolo funzionasse, Martin gli spiegò trattarsi di un "doppio vibrato sploshing flangé bifocale", e da lì in poi John lo chiamò semplicemente "il flanger". Metà del lessico dell'ingegneria del suono moderna nasce da una presa in giro.
Anche il titolo ha la sua piccola odissea. Durante il tour tedesco vengono scartati "Abracadabra" (già usato), "Magic Circles", "Four Sides of the Circle" e il memorabile "Beatles on Safari". La spunta "Revolver", doppio senso perfetto: il disco che gira sul piatto e l'arma, in un album è davvero carico. La copertina merita un paragrafo a sé: Voormann, che i quattro conoscevano dai tempi delle nottate ad Amburgo, mescola tratto a china in stile Aubrey Beardsley e collage fotografico, nascondendo se stesso in mezzo ai capelli di George. Vinse il Grammy per la grafica, e fu il primo segnale visivo che la Beatlemania come fenomeno meramente estetico era finita: niente più quattro faccine sorridenti in giacca e cravatta, ma un groviglio di linee, occhi e ricordi.
La critica è concorde nel considerarlo un capolavoro in cui maturità e sperimentazione si fondono in perfetta armonia. Personalmente, e in questo mi trovo in ottima compagnia, visto che George lo chiamava schiettamente "Rubber Soul Volume 2", lo vedo più come una meravigliosa, vertiginosa pausa di riflessione: la fine di una stagione e le prove generali della successiva, con "Sgt. Pepper's" che scalpita dietro la porta. Il che, sia chiaro, non gli toglie un grammo di grandezza. Ci sono dischi che chiudono e dischi che aprono: questo fa entrambe le cose contemporaneamente, ed è un equilibrismo che riesce una volta ogni generazione.
Ma veniamo ai brani, perché qui come sempre, non si butta via nulla.
"Taxman" – Un colpo di tosse, un conteggio finto e parte il basso più cattivo mai inciso dai Beatles. George apre l'album (prima volta per lui) con un pezzo di rabbia fiscale purissima, con i cori che scandiscono col ditino puntato i nomi di "Mister Wilson" e "Mister Heath". L'assolo sferzante, però, non è suo: è di Paul.
"Eleanor Rigby" – Dallo sberleffo al lutto in tre secondi netti. Nessuno dei quattro tocca uno strumento: c'è solo un doppio quartetto d'archi arrangiato da George Martin, che ammise di aver pensato alle stoccate di Bernard Herrmann per "Psycho". Il prete, nella prima stesura, si chiamava "Father McCartney". E nel cimitero di Woolton, dove John e Paul si conobbero, esiste davvero una lapide con inciso il nome Eleanor Rigby.
"I'm Only Sleeping" – Grande anticipatore dei futuri Lennonsense, è la buffa ballata in cui John descrive la sua occupazione preferita: stare a letto. Ma dato che è costretto a ribadirlo di continuo ("Sto solo dormendo!"), viene il dubbio che qualcuno lo stia disturbando: la mia ipotesi è che si tratti di Paul, che col basso fa da controcanto alle strofe. Al minuto 1:57, pianissimo, si sente infatti Lennon che dice "Yawn, Paul". Altra curiosità: durante un riversaggio il nastro partì accidentalmente alla rovescia e l'incidente, come tanti altri nella storia dei Beatles, divenne parte del brano, al punto che George trascrisse il proprio assolo nota per nota al contrario per poi farlo ribaltare in mixaggio.
"Love You To" – Prima canzone occidentale scritta da dentro la musica indiana, e non solo spruzzata di sitar come "Norwegian Wood". Struttura raga, tabla di Anil Bhagwat, John assente e Paul ridotto a qualche armonia: è George che se ne va per la sua strada.
"Here, There and Everywhere" – Paul la scrisse a bordo piscina a Kenwood, aspettando che John si svegliasse (vedi sopra: "I'm Only Sleeping" non era una posa), sotto l'effetto di "God Only Knows" appena ascoltata in anteprima. È la sua preferita tra le proprie canzoni, ed era tra le predilette di John. Buono per me.
"Yellow Submarine" – Arcinota alle masse, filastrocca su misura per la voce di Ringo, registrata in una sarabanda di catene agitate nell'acqua, banda di ottoni, ordini urlati dentro un secchio e Brian Jones dei Rolling Stones a far casino con gli altri. Sotto la superficie da canzoncina c'è già tutta la psichedelia in gestazione. Uscì come lato A insieme a "Eleanor Rigby": probabilmente il 45 giri più schizofrenico della storia.
"She Said She Said" – Nasce da una festa losangelina a base di acido in cui Peter Fonda ripeteva a John "io so cosa vuol dire essere morto". Chitarre sfocate e cambi di metro che destabilizzano nel punto giusto. Curiosità velenosa: dopo una discussione Paul se ne andò dallo studio, e il basso lo suona George.
"Good Day Sunshine" – Paul apre il lato B spalancando le tende, dichiaratamente sulla scia dei Lovin' Spoonful di "Daydream". Il pianoforte honky-tonk dell'assolo è di George Martin, il finale a canone una furbata deliziosa. Dopo l'acido del brano precedente, ci voleva: anche la sequenza, qui, è un lavoro d'arte.
"And Your Bird Can Sing" – Sottovalutatissima, con due chitarre in armonia su un riff che mezza America passerà gli anni Settanta a saccheggiare. Lennon la liquidò come "una porcheria", ma sputava volentieri sui propri gioielli. Da recuperare la versione alternativa su "Anthology 2", in cui John e Paul cantano crollando dalle risate.
"For No One" – Cronaca chirurgica di un amore che finisce mentre uno dei due ancora non lo sa, scritta da Paul in uno chalet svizzero con Jane Asher. Il refrain, "and in her eyes you see nothing", toglie il fiato. Al centro l'assolo di corno francese di Alan Civil, a cui Martin scrisse una nota oltre il registro ufficiale dello strumento: quando Civil obiettò che quella nota "non esiste", gli fu risposto con garbo di provarci lo stesso.
"Doctor Robert" – Rock nervoso su un medico newyorchese assai popolare nel jet set, generoso con certe iniezioni "vitaminiche" ampiamente corrette all'anfetamina. È uno dei tre pezzi che la Capitol amputò dall'edizione americana per infilarli nella compilation "Yesterday and Today": un vandalismo che oggi farebbe scattare una class action.
"I Want to Tell You" – Terza firma di George in un solo album, nel 1966 una piccola rivoluzione interna. Tema tipicamente harrisoniano (l'impossibilità di dire ciò che si ha in testa), reso con un'idea geniale: un pianoforte che pesta un accordo dissonante ogni volta che il pensiero inciampa.
"Got to Get You into My Life" – Fiati alla Stax e Paul che canta come se fosse cresciuto a Memphis. Per anni l'hanno presa tutti per una canzone d'amore, finché McCartney non ammise candidamente che era un'ode alla marijuana. Riascoltatela con questa chiave: diventa esilarante.
"Tomorrow Never Knows" – E infine, signori, c'è questa. Prima canzone incisa, ultima in scaletta, e non è un caso: chiude il disco come una porta che si spalanca. Un solo accordo per tre minuti, il pattern di batteria compresso di Ringo che sembra un cuore in tachicardia, cinque nastri in loop manovrati dal vivo da tecnici sparsi per Abbey Road (i famosi gabbiani sono una risata di Paul accelerata) e la voce di John dentro un altoparlante Leslie, perché voleva "suonare come il Dalai Lama che canta dalla cima di una montagna". Il testo viene quasi di peso da "The Psychedelic Experience" di Timothy Leary, e il titolo è l'ennesimo ringoismo, una di quelle frasi storte che Ringo produceva senza accorgersene. Perché anche mentre aprivano una nuova era, questi qui non riuscivano a prendersi troppo sul serio.
Questa infine è la vera lezione di "Revolver": un disco che inventa la psichedelia da studio, licenzia il pop dall'obbligo della canzone d'amore, dà a Harrison le chiavi di casa e apre la strada a tutto ciò che verrà. Ma lo fa ridendo, tossendo in apertura, cantando di sottomarini gialli e sbadigliando a comando. Non è il disco della loro consacrazione definitiva, quella arriverà con il grande lavoro di "Sgt. Pepper's". È qualcosa di un po’ più raro: rappresenta il momento esatto in cui quattro ragazzi capiscono di poter fare qualunque cosa e, per un attimo, si guardano intorno per decidere da che parte andare. Senza fretta, ma decisi.
- Agente Smith
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