Il primo marzo di questo mese, è uscito il primo disco eponimo del duo britannico formato da Liam Gallagher e John Squire, due giganti del brit pop, rispettivamente come cantante degli Oasis e chitarrista degli Stone Roses. Lo abbiamo ascoltato tra il timore per l'operazione nostalgia e la speranza che questo incontro abbia generato una scintilla di creatività. A voi il vostro giudizio; al nostro esperto di brit pop, però, non è piaciuto molto.
(disco completo: https://tinyurl.com/mrxtkvr9)
C’era un volta il “Brit”-Rock.
Così dovrebbe essere il titolo, ma è troppo presuntuoso.
Liam direbbe “cazzate”; ma voglio essere molto educato e censuro il resto. Perché è così che funziona, voi lettori magari non ve ne siete accorti, ma credo che nessuno, sotto i 30 anni, abbia la minima idea di cosa stia accadendo quando due mostri sacri come Liam Gallagher e John Squire fanno un album insieme. E ci dicono che dovrebbe funzionare… ma NON funziona. Siamo agli antipodi della nostalgia, del “what if” (abusatissima locuzione tra i millennials) eppure eccolo qui l’album d’oro, la meraviglia delle meraviglie che tutti aspettavano… l’eponimo “Liam Gallagher John Squire”.
E lo abbiamo ascoltato.
Vorrei darvi una recensione in stile Pollock con qualche limone a parte. Il limone lo tengo solo per Squire perché la voce del Nostro è sotto la media. Ed è il meno.
Ma vi dico anche questo: se due mostri sacri hanno deciso di tenere le performance live nel solo Regno Unito, allora mi è chiaro il concetto di “Brexit”… Perché nulla di ciò che hanno prodotto è esportabile oltre la Manica.
Andrebbe pure bene la pura nostalgia, ma l’emozione non decolla. L’album rimane una specie di concept fatto a tavolino. Che rimane di concreto? Forse una triste critica anti-capitalistica da operetta. Si, perché avete notato…? In copertina tutti i brani sono rappresentati come prodotti di consumo.
Wow, che provocazione!!!
Ma non scherziamo; vi ricordate gli originali Stone Roses? Si, proprio loro, quelli che hanno imbrattato l’auto del loro agente con vernici colorate, così da condannare la loro carriera e il loro successo per sempre. Se non conoscete i motivi di tutto questo, ma allora, perché state leggendo questa recensione?
Non vi trattengo oltre; vado al dunque.
Liam è inadeguato nella maggior parte dei brani, fatti solo per blandire una tenue melodia retrò, mai efficace. Questo perché? E’ semplice: l’effetto nostalgia impone una voce triste che riecheggi quel sound passato, trasformandosi in un refrain fatto di ricordi, unito alla posticcia struttura ritmica della “new wave” chitarra di Squire. Ma non basta. Voce e chitarre, anche se ispirate e interessanti, non sono convincenti. In realtà sono superate, e già vecchie a confronto di gruppi di gran lunga più giovani. Ma sono gruppi ignoti, quelli che hanno fallito nella lunga guerra del nuovo millennio, per provare a dare un nuovo senso al concetto di britpop. Citofonare “Travis”.
Quindi, perché dovrei volere un album come “Liam Gallagher John Squire” quando posso avere… avere?... Cosa?
No niente. Ovvio che non esiste più niente oggi del Britpop originale. Allora che devo fare? Auspicare nuove reunion improbabili o supergruppi impossibili?
No.
Non è così che deve andare.
Il consiglio è un po’ triste, ma necessario: sappiamo che i Nostri non sono Mozart. Nessuno lo pretende, ovvio. Mozart, purtroppo è morto ma almeno è senza copyright. Invece pare che il Britpop sia ancora sfruttabile, anche se l’originale non esiste più. Allora la scelta rimane sempre in mano a noi, fruitori della musica. Quindi, è sempre meglio ascoltare l’originale, separandoci dalla gentrificazione del genere, preservandoci da quel mercato contemporaneo che ci condanna ad una nuova playlist aggiornata, selezionata, codificata, standard… secondo i canoni dell’app di tendenza che usate.
Consiglio: non lasciate che trasformino la vostra nostalgia in un nuovo materiale di profilazione, sempre in perenne vendita.
- Agent Smith
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