Il 4 novembre di dieci anni fa è uscito "Heavy Entertainment Show", l'undicesimo album in studio di Robbie Williams. L'ex-Take That corre su coordinate che gli sono familiari, un pop con arrangiamenti densi e variegati, pieni di fiati, archi e un po' qualsiasi cosa venga in mente a lui e ai mille produttori impiegati.
(disco completo qui: "Heavy Entertainment")
Di Robbie Williams, ex-Take That capace di diventare più grande della boy band da cui proveniva, una cosa c'è da dire: sa chi scegliersi per lavorare e sa scrivere, come dimostrano brani a sua firma quali "Heavy Entertainment Show" e "Sensational", i pezzi che aprono e chiudono l'album nella sua versione standard (della 'deluxe' parleremo poi), brani di soul pop uptempo pieni zeppi di esplosioni musicali di ogni genere (probabilmente idea di Rufus Wainwright, co-autore dei due brani assieme al produttore Guy Chambers e al biografo ufficiale di Robbie, Chris Heath). Il primo in particolare è un vero e proprio manifesto della sua poetica migliore, quella dell'intrattenitore sbruffone e acchiappone che strizza l'occhio all'ascoltatore e ammonisce di non prenderlo mai sul serio.
Ci troviamo così davanti a un bel disco? Nì. Perché il problema del disco è essenzialmente uno: quando manca la strofa o il ritornello di presa sicura, non c'è arrangiamento che possa rendere interessante una canzone di Williams, perché tutto si svolge all'interno di un ambito ultracorporativo e privo di qualsiasi reale inventiva stilistica. Si può riascoltare il disco quaranta volte ma di pezzi come "Mixed Signals" (scritta e suonata dai Killers, il cui stile è riconoscibile pur nella totale inutilità del brano), "Love my life", "Bruce Lee", "Sensitive" e "David's song", non si ricorda neppure una nota non appena finiscono. Peccato, perché Robbie avrebbe potuto sostituirli con alcuni dei pezzi bonus della versione deluxe.
Robbie, ascolta un consiglio: tu non ce la puoi fare a pubblicare 60 minuti di buona musica pop alla volta, quindi niente bonus tracks, scarta la roba più loffia e fai dischi da 40 minuti. Poi se prendessi anche una band fissa e consentissi ai musicisti di esprimersi un minimo, i brani per far presa ce li avresti pure ("Motherfucker", degna dei Verve secondo periodo; "Party like a Russian" che nel citare Prokofiev ricorda le commistioni classica-disco degli anni settanta; lo swing pop "Hotel crazy" con Rufus Wainwright, con quello che è forse il ritornello più bello dell'album; le bonus "I don't want to hurt you" con John Grant alla voce e "Best Intentions").
Insomma se siete fan di Robbie questo sarà per voi un ottimo lavoro. Se non lo siete, vi domanderete perché nel pop di oggi si perda tempo a incidere tanti brani che nessuno ascolterà mai invece di focalizzarsi a fare un bel disco, impresa che non è affatto al di là delle capacità delle persone coinvolte in questo progetto.
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