Il 22 ottobre di cinquant'anni fa esce "Year of the Cat", album del cantautore scozzese Al Stewart e maggiore successo della sua carriera (un milione e mezzo di copie vendute, #5 negli Stati Uniti). Seconda collaborazione con il produttore Alan Parsons, si caratterizza per un folk rock dai tratti prog tipicamente post-pinkfloydiani, con brani introspettivi e melanconici intarsiati da arrangiamenti di classe. "Year of the Cat" è un lunare, notturno capolavoro del cantautorato britannico, che ospita in chiusura la splendida title track, #8 nelle classifiche americane.
(disco completo qui: "Year of the Cat")
Nel gennaio del 1976 Al Stewart completava, assistito da Alan Parsons, le registrazioni del suo più grande e meritato successo: "Year of the Cat". L'album del cantautore scozzese si caratterizza per un folk rock dai tratti prog tipicamente post-pinkfloydiani (Parsons è una garanzia in tal senso), con brani introspettivi e melanconici intarsiati da arrangiamenti di classe. Stewart si avvale degli usuali collaboratori (i chitarristi Tim Renwick e Peter White, il pianista Peter Wood), integrati dai fedelissimi di Parsons (il batterista Stuart Elliott, il bassista caraibico George Ford, il sassofonista Phil Kenzie, l'arrangiatore Andrew Powell).
Il disco si apre subito con la maestosa, struggente "Lord Grenville", che definisce subito il suono del disco: quella di un sonnacchioso, avvolgente, malinconico tepore notturno, fatto di riflessioni pensierose, di luce corrusca. L'album non suona mai ostile o pretenzioso, caratterizzandosi per una atmosfera amichevole e rilassata che avvolge come una coperta calda l'ascoltatore. A rendere ancora più iconico il disco è l'intrigante copertina di Colin Elgie, che raffigura la stanza di una donna ossessionata dai gatti pronta ad andare a una festa in costume, ovviamente mascherata da gatta.
Tra gli altri brani da segnalare, troviamo "On the border", illuminata dalla chitarra acustica di Peter White, "If it doesn't come naturally leave it", con un bellissimo assolo di chitarra elettrica in chiusura, e "Broadway Hotel", forse il pezzo più cupo e introspettivo del disco, che vede in evidenza il lancinante violino di Bobby Bruce.
Scritta da Stewart basandosi su un intermezzo melodico del pianista Peter Wood, accreditato come co-autore e responsabile dell'arrangiamento tastieristico di un brano lungo oltre sei minuti, di cui quattro puramente strumentali, "Year of the Cat" è il suo brano più celebre e uno dei capolavori del progressive pop del decennio: numerosi i solisti coinvolti, dato che nella fantastica sezione centrale troviamo l'alternarsi della chitarra acustica di White, dell'elettrica di Renwick e del sax di Phil Kenzie, che poi rientra nel finale per accompagnare l'album a compimento. Il brano, che racconta la storia di un uomo che manca il viaggio di ritorno a causa di un incontro romantico con una donna misteriosa, in un contesto che ha l'atmosfera di una spy-story, citazioni del film "Casablanca" incluse, è una gemma superlativa che sugella un disco già fantastico.
- Prog Fox
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