Esce trent'anni fa oggi "Blue is the Colour", quinto album degli inglesi Beautiful South. Anche se brani di ottima fattura non mancano, i Beautiful South troppo spesso si lasciano tentare dalla pigra voglia di essere degli Smiths minori in versione popjazz, invece di lavorare sul proprio talento. Questo "Blue is the colour" è disco paradigmatico della loro natura, nel bene e nel male; ma se vi piace certo pop rock sofisticato, ne potrete trarre sicuramente soddisfazione.
(disco completo qui: "Blue is the Colour")
Giunti al quinto disco, i Beautiful South non sembrano voler modificare in alcun modo la loro proposta musicale, peraltro già segnata da un chiaro successo commerciale: un leggero pop rock semiacustico dalle lievissime increspature jazz, caratterizzato da testi di un cinismo decisamente superiore alla media, cinismo che ha già messo in fuga la cantante Briana Corrigan, stufa di cantare le perversioni verbali di Paul Heaton, e sostituita un paio di dischi fa da Jacqui Abbott.
Paul Heaton e Dave Hemingway, gli altri due cantanti del gruppo, che fondarono la band dopo la fine degli Housemartins, veleggiano nel solco di questo cinismo fin da subito, con "Don't marry her". Canzone in cui la Abbott canta a un borghesotto in procinto di sposarsi le delusioni e depressioni della vita matrimoniale invitandolo a mandare a quel paese le nozze ("don't marry her, fuck me"), mostra subito quali siano le problematiche liriche e musicali in cui rischia di cadere la band: su un giro di chitarra uptempo già sentito in abbondanza, il cinismo, sottolineato dall'usuale scelta di musica allegra contrapposta a testi sarcastici, appare sprecato e artificiale, peraltro su un tema abusato, che non può in alcun modo irritare o sconvolgere l'ascoltatore come la band vorrebbe.
Molto meglio "Little blue", che tocca corde più capaci nel tratteggiare il ritratto di una ragazza che sembra timida ma è solo accidiosa, su una adeguata musica melanconica che questa volta è perfettamente adeguata al tema senza essere pedante. Molti dei brani del disco mostrano di oscillare fra gli estremi di un popjazz pedante e languido ("Blackbird on the wire", che sembra una outtake di un George Michael fuori forma; l'infinita, ripetitiva "Liars' bar" da falso Tom Waits) e ballate di rock acustico riuscito ("Mirror", "The Sound of North America", "Have fun").
È a quest'ultimo gruppo di brani che si ascrive quello che è certamente il capolavoro dell'album, la potente "One God", inno solo in apparenza anticristiano che rimane una delle composizioni più riuscite firmate da Heaton e dal fido chitarrista Dave Rotheray. Aperto da un discreto piano elettrico, il suo testo magistrale viene condotto dalla voce da brividi della Abbott su un lieve tappeto ritmico di rock minimalista, con una struttura non-lineare che prevede strofe, ritornello ("and the answers fall easier from the barrel of a gun than it does from the lips of the beautiful and the dumb"), bridge ("Your Jesus Christ is hired out, like the slag of Galilee; well if Peter is a prostitute, then what does that make me?"), e un nuovo ritornello finale nella straziante malinconia della coda, in cui Hemingway duetta con la Abbott lungo un impercettibile crescendo ("there's only one god; there should be two or three").
Anche se brani di ottima fattura non mancano, i Beautiful South troppo spesso si lasciano tentare dalla pigra voglia di essere degli Smiths minori in versione popjazz, invece di lavorare sul proprio talento. I loro album alternano brani notevoli ad altri decisamente mediocri, anche se l'impeccabilità dei musicisti e degli arrangiamenti impedisce un tracollo vero e proprio anche nei momenti di minore ispirazione. Questo "Blue is the colour" è disco paradigmatico della loro natura, nel bene e nel male; ma se vi piace certo pop rock sofisticato, ne potrete trarre sicuramente soddisfazione.
- Prog Fox
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