giovedì 5 novembre 2026

Nevermore: "the Politics of Ecstasy" (1996)

Usciva trent'anni fa oggi uno dei più riusciti dischi metal degli anni '90, "the Politics of Ecstasy" dei Nevermore di Warren Dane e Jeff Loomis.



(disco completo qui: "the Politics of Ecstasy")

Anni '90. Seattle. Città in cui vengono geolocallizati gruppi quali Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden, Pearl Jam. Città a cui viene inevitabilmente attribuita la paternità simbolica del movimento grunge. Ma Seattle sarebbe anche la città che ha dato i natali ai Nevermore, uno fra i gruppi metal più straordinari, originali e inimitabili in assoluto. Gruppo però che non è mai stato considerato fra i leader della scena, e che forse non ha nemmeno mai riscontrato il favore di pubblico che avrebbe meritato, mentre la critica specializzata non si è mai astenuta dal tessere lodi su lodi a loro indirizzo.

Il motivo è ipotizzato nella sofisticata ricercatezza delle loro soluzioni compositive e probabilmente anche nell'impossibilità di catalogarli all'interno di un genere ben preciso: la sezione ritmica è prevalentemente di matrice technical (post)thrash, adornata da sfumature prog e heavy classico, mentre la sezione vocale amministrata dal prodigioso cantante Warrel Dane (il quale, fra l'altro,negli acuti raggiunge anche un range vocale di cinque ottave, seppur con i Nevermore si lasci non frequentemente abbandonare a falsetti e acuti) è di una personalità e teatralità da fuori dal comune. Una sorta di metal forbito e introspettivo e al contempo pesante e intricato, non ideato per piacere alla massa e che sicuramente scontenterebbe chi è abituato solo a muovere la testa sulle canoniche composizioni in due o quattro quarti.

La loro storia comincia nel 1992, per mano di Warrel Dane e del bassista Jim Sheppard, ex dei Sanctuary (scoperti e prodotti da Dave Mustaine), scioltisi nel 1991 dopo dissapori (con conseguente perdita del contratto discografico) con la loro etichetta dell'epoca, che li pressò per virare su sonorità molto più grunge per cavalcare l'onda del momento. Dane,leader del gruppo, fanculizzò la casa discografica, e assieme al collega e amico Sheppard gettò le basi per la fondazione di un nuovo gruppo, giustappunto i Nevermore che da qui cominciarono a prendere vita. Successivamente ingaggiarono il giovane e talentuosissimo chitarrista Jeff Loomis (che militò anch'egli nei Sanctuary come turnista nei loro ultimissimi mesi di vita) e il batterista Van Williams, in possesso di un'estrema varietà di soluzioni negli incastri ritmici. Strapparono immediatamente un contratto presso la Century Media, e nel '95 vide la luce il primo (omonimo) full-lenght, il quale, seppur ancora perfezionabile a livello di song writing, esibiva già immense potenzialità nonchè doti tecniche individuali dei 4 membri (beh, diciamo 3, Sheppard per quanto non sia un dilettante è senz'altro il membro meno incisivo, limitandosi a gregario del gruppo, e il suo contributo divenne anche meno rilevante con l'avvicendamento fra Neil Kermon e Andy Sneap come produttore), con cui incisero anche tutte le successive produzioni.

Veniamo al 1996,anno d'uscita del lavoro in questione, "The Politics of Ecstasy", che segue il già citato debutto omonimo e il mini "In Memory", pubblicato nemmeno 6 mesi prima. Il disco prende il nome in prestito da un libro di Timothy Leary (già omaggiato nel disco d'esordio con una composizione ispirata alla sua figura), e il filo conduttore dei testi è tessuto sulla visione cinica e pessimista di Dane riguardo le forme di governo, potere e controllo delle masse, oltre a tematiche riguardanti religione, spiritualità, alienazione nella società, apatia, perdita di identità e dure critiche sociali. Nella band come quinto membro c'è da segnalare l'ingresso di Pat O'Brien (poi passato ai Cannibal Corpse), la seconda chitarra cambierà spesso all'interno del gruppo, il quale si troverà anche per molti anni a tirare avanti con il solo Loomis e con occasionali turnisti nelle date dal vivo.

L'album si apre in modo eccezzionale, con "The Seven Tongues of God", fastosa cavalcata che sfocia in un mezzo tempo magnetico che racchiude l'essenza della band: Dane regala un'enfatica prestazione vocale da togliere il respiro, ritmiche articolate e variegate, evoluzioni chitarristiche e cambi tempo, assoli verticosi e eccellente alchimia fra i poderosi riff chirurgici delle due asce Loomis & O'Brian. Loomis,chitarrista che per il suo apprendistato si ispirò a guitar hero quali Jason Becker e Marty Friedman, è un autentico fenomeno, un asso nello sweep picking, un architetto nella costruzione di riff con plettrate in sedicesimi e trentaduesimi, ma sarebbe estremamente ingeneroso elogiarlo solamente per la tecnica sopraffina, anzi direi vada elogiato soprattutto per lo smisurato estro e sublime gusto melodico, che dimostrerà ampiamente durante l'arco della sua carriera.

Passiamo ora a "This Sacrament", altro pezzo eccelso, caratterizzato da un incedere estremamente accattivante...è sbalorditiva la capacità della band di incastrare strofe e ritornelli armonici in un contesto strumentale articolato ma al contempo anche molto groovy. "Next in Line" (da cui venne ricavato un videoclip) è un altro pezzo forte del lotto, ipnotico e misticheggiante con un tiro della madonna. La quarta canzone è "The Passenger", la composizione più inconsueta del disco; stavolta l'atmosfera diventa plumbea e cadenzata, siamo ai confini del doom metal. Dane, ancora una volta interprete sbalorditivo, ci narra del passeggero, un uomo che ha basato la propria intera esistenza su inganni,tradimenti e falsità conducendo un'esistenza artificiosa. Siamo giunti alla title track, mid tempo in cui Dane decanta tutti i peggiori mali e virus della società moderna, e in cui da metà canzone parte un lungo stacco strumentale preannunciato dal giro di basso di Sheppard, dove i tempi vengono accelerati dando vita a un agglomerato di dissonanze metalliche e interpolazioni ritmiche con folli vocalizzi di sottofondo. "La libertà non è mai libera,le politiche dell'estasi sono queste" ripete ostinatamente Dane in alcune delle strofe finali. Ennesimo pezzo stratosferico di un disco stratosferico.

"Lost" è la canzone più diretta dell'album, a elevato dosaggio di groove, nuovamente dal testo di Learyana ispirazione: ormai è diventato superfluo tessere ulteriori lodi alla capacità dei Nevermore di assemblare alla perfezione ingranaggi lirici e metallici. Segue a ruota "The Tiananmen Man", dallo splendido e durissimo riff portante e dal ritornello parecchio catchy, in cui nel testo si rende onore allo studente che sfidò autorità e carri armati nella celebre protesta di piazza di Tiananmen. Passiamo a "Precognition", breve strumentale acustico/elettrico dal sapore western, condotto magistralmente dagli arpeggi di Loomis, che anticipa "42147", pezzo pesantissimo contraddistinto da riff granitici e assoli acuti, non siamo molto lontani da quella che era la concezione compositiva di Chuck Schuldiner dei Death, a voler trovare il pelo nell'uovo possiamo dire che qua le linee vocali non sono efficaci come nel resto del disco.

Con "The Learning" si chiudono i battenti, chiudendo alla grandissima con una delle composizioni più assolutamente memorabili del gruppo. Per cercare un parallelismo,potremmo dire che "The Learning" sta ai Nevermore come "One" sta ai Metallica. E così come "One", la canzone si apre con un lento arpeggio struggente e malinconico dove alla voce Dane dà il meglio di se a livello di emotività interpretativa. E come in "One" arriva anche qui il momento in cui la canzone si incazza, sciorinando il consueto tappeto ritmico fra dissonanze, cambi tempo e linee vocali assassine, marchio di fabbrica del gruppo. Un plauso anche al testo, in questo caso Dane trae ispirazione dalle tematiche già affrontate nelle opere letterarie di Isaac Asimov o Philip K. Dick, ovvero automi e macchine con in dotazione un'intelligenza artificiale tale da simulare perfettamente le reazioni e la condotta umana. Torneranno sull'argomento con una sorta di sequel quasi dieci anni dopo con "Sentient 6", presente nel loro penultimo disco da studio "This Godless Endeavor".

Che altro dire? si tratta di un lavoro che rasenta la perfezione, non un filler, non un calo di tono, non una nota fuori posto, quasi un'ora di indimenticabile musica. Non è una blasfemia asserire che potrebbe tranquillamente venire catalogato come uno dei più riusciti dischi metal degli anni '90. Seguiranno altri lavori, tutti su livelli sideralmente alti (c'è poi chi considererà i successivi "Dreaming Neon Black" e "Dead Heart in a Dead World" pure superiori), eccetto l'ultimo controverso "The Obsidian Conspiracy" del 2010, che mostrava evidenti sintomi di un ensemble ormai non più coeso. Da qui l'inevitabile fuoriuscita di Loomis e Williams durante la primavera dell'anno successivo, sfociato in un ufficioso split del gruppo, ufficialmente tenuto ancora attivo da Dane e Sheppard (poi impegnati nella reunion dei Sanctuary) ma di fatto in fase di stallo permamente, fino all'improvvida morte di Dane il 13 dicembre del 2017. E a dirla tutta preferiamo rimanga così, non potrebbero mai tornare a esistere i Nevermore così come li abbiamo conosciuti senza uno fra Dane e Loomis. Nemmeno in nessun altro ipotetico universo parallelo.

- Supergiovane

Nessun commento:

Posta un commento

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...