Usciva dieci anni fa oggi "Prey", quarto album dei Planes Mistaken for Stars. Il disco seguiva il precedente "Mercy" a distanza di dieci anni, e sarebbe stato l'ultimo realizzato dal gruppo prima di sciogliersi a causa della morte prima del chitarrista Matt Bellinger, il 19 settembre del 2017 in circostanze poco chiare in una prigione di Douglas County, e poi del cantante O'Donnell il 25 novembre 2021 di tumore all'esofago. Nel 2024 sarebbe stato pubblicato "Do you still love me?", il quinto e ultimo album del gruppo, completato dai membri superstiti su registrazioni iniziate con O'Donnell prima della sua morte.
(disco completo qui: )
I Planes Mistaken for Stars ritornano nel 2016 dopo una attività solo sporadica negli anni precedenti, e a dieci anni di distanza dall'ultimo disco "Mercy". Questo sorprendente "Prey" è pure migliore dell'apprezzato predecessore. Questo perché "Mercy" era ancora ben radicato negli anni zero, e sotto la pelle hard rock/hardcore pulsavano ancora sonorità emo che smorzavano un po' l'impatto sonoro.
"Prey" mostra invece un suono più maturo, a cui sicuramente non è estranea l'amicizia con band quali i Mastodon. La tecnica strumentale si è raffinata e gli aspetti emo sono scomparsi del tutto: le atmosfere sono quindi allo stesso tempo più violente e saturate dalla distorsione, ma più essenziali.
"Dementia Americana" apre il disco con un minuto e mezzo scarsi, giusto a mostrare quanto nulla di vagamente compromissorio sia rimasto nella musica della band e nella voce di Gareth O'Donnell; segue "'Til it clicks", un hard rock disperato e cupo condotto da un muro granitico di chitarre. "Riot Season" è un'altra perla, inizia post hardcore, con il drumming di Mike Ricketts in primo piano, per poi sfociare in una splendida apertura melodica delle chitarre che rende il brano quasi prog.
"Fucking Tenderness" sembra essere ciò che i fan dei Foo Fighters pensano sia la band di Dave Grohl: post-grunge ritmato e melodico senza alcun compromesso - unica concessione, il marpionissimo riff delle twin guitars di Chuck French e Gareth O'Donnell. Ancora una volta sorprende la capacità di stare in equilibrio tra grunge/hardcore e hard rock.
"She who steps" è more of the same, questa volta siamo più dalle parti degli At The Drive-In e del sanza infamia e sanza lode. "Clean up mean" è un altro rocker midtempo corrucciato che evoca molti antecedenti lungo tutto l'arco della musica dura degli anni novanta. I due minuti acustici di "Black Rabbit" sono più dalle parti del grunge degli esordi, quasi da ballatona dei Mother Love Bone: la band non abbandona del tutto queste atmosfere con la successiva "Pan in flames", che si evolve tortuosa e convinta nell'arco dei suoi ottimi quattro minuti, né con "Enemy Blinds", in cui l'emozionante crescendo sembra evocare degli Smashing Pumpkins ipersteroidei.
Conclude il disco quello che forse è il pezzo più riuscito, "Alabaster Cello", un brano in buona parte strumentale, in cui le chitarre mostrano ispirazioni quasi new wave, così come il drumming stentoreo di Ricketts
Insomma, "Prey" è davvero un ottimo disco che mostra quanto l'hard rock degli anni dieci avesse ancora da dare, specialmente quando capace di integrare tante influenze che scorrono forti sotto la superficie da ormai trent'anni, come l'hardcore e il grunge. Se avete interesse in almeno un paio di questi generi, allora dovreste davvero dare una chance a questo album, che sarebbe stato l'ultimo pubblicato dalla band durante la propria esistenza. Le morti dell'ex-chitarrista Matt Bellinger in carcere il 19 settembre del 2017, ma soprattutto del cantante-chitarrista Gareth O'Donnell il 25 novembre 2021 per un tumore all'esofago, chiusero definitivamente la storia dei Planes Mistaken for Stars. Unica appendice, l'elegia funebre di "Do you still love me?", uscito nel 2024 e completato dai compagni di viaggio di O'Donnell dopo la sua scomparsa.
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