giovedì 15 ottobre 2026

Phish: "Billy Breathes" (1996)

A dieci anni dall'uscita del loro primo disco, il 15 ottobre del 1996 arriva "Billy Breathes", il settimo lavoro in studio degli americani Phish. Nonostante l'orripilante copertina, uno scherzo malriuscito che raffigura da vicino il faccione gigante del bassista Mike Gordon, il disco è un altro tassello significativo della carriera della band.



(disco completo qui: )

Formatisi all'Università del Vermont nel 1983, i Phish pubblicano il primo album nel 1986. A dieci anni di distanza arriva il loro settimo lavoro in studio, "Billy Breathes". Nonostante l'orripilante copertina, uno scherzo malriuscito che raffigura da vicino il faccione gigante del bassista Mike Gordon, il disco è un altro tassello significativo della carriera della band.

I Phish si sono a lungo caratterizzati per la loro natura di jam band, figli adottivi di Grateful Dead e (soprattutto) Allman Brothers Band, ma reinterpretati e rivitalizzati per i frequentatori dei college degli anni ottanta e - in misura minore - per la generazione grunge. Con "Billy Breathes", il gruppo compone e incide un album di valore che mostra un aspetto diverso del gruppo. Abbandonati per il momento sia le atmosfere da grandi concerti all'aria aperta che quelle da jam elettriche nei localini per studenti universitari, i Phish sembrano impegnati a riprodurre in un confortevole studio casalingo un mazzetto di canzoni senza pretese composte davanti a un caminetto in un inverno del Vermont.

Quello che davvero viene trasmesso e infuso in questo album è un senso di intimità e di umiltà da parte del quartetto. Il disco scorre serenamente per 47 minuti, a partire da "Free", un pezzo corale che avrebbe fatto la gioia degli Allman Bros, in cui Page McConnell inizia subito a colorare tutto col suo gusto pianistico al di fuori della norma. "Character Zero", che lo segue, è forse la canzone meno riuscita del disco, un pezzerillo sfrontatello che però non convince, essendo troppo ballabile e mid-tempo per rendere appieno il senso di urgenza e di incazzo che traspare dal testo. Molto meglio la successiva "Waste", una canzone d'amore da baita di montagna impregnata dell'umiltà di cui si è detto: canzone di un mediocre totale (o presunto tale) che chiede alla sua bella di condividere lo spreco di tempo rappresentato dalla sua vita (ma forse dalla vita stessa; "Come waste your time with me"), in un inno nichilista capace di stravolgere il nichilismo stesso abolendone il carattere titanico che spesso lo definisce.

L'ottima "Taste", condotta da un bellissimo pattern percussivo di Jon Fishman, è un'altra landa dedicata alle scorribande fantasiose di Page McConnell, il cui piano qui segue fantasie vagamente latinoamericane, mentre la band si scambia ritornelli con gusto. Lo strumentale "Cars Trucks Buses" non aggiunge niente di particolare al disco, rappresenta un semplice interludio alla Allman Bros, ancora una volta guidato da McConnell, che fa da passaggio per un altro brano minimalistico ma debolino, "Talk". Il disco si risolleva però in fretta grazie al country rock di "Theme from the bottom", con eccezionale riff di basso di Gordon e bellissimi fill-in di Anastasio alla chitarra nel finale; e grazie alla "Train Song" di Gordon stesso, un delicato filo di note acustiche che rappresentano la versione perfettamente riuscita della deludente "Talk" ascoltata poco prima, e che ricorda certe ballad dei Grateful Dead (non a caso viene in mente tra le altre la "Unbroken Chain" del bassista dei Dead Phil Lesh).

Si giunge così alle due mini-suite che portano a termine il disco: "Bliss/Billy Breathes" e "Swept away/Steep/Prince Caspian". La prima, introdotta da un giro di chitarra acustica degno di Jimmy Page, si trasforma in un'altra delicata ballata elettroacustica impreziosita dalle armonie vocali dei quattro e dallo splendido, misurato solo di Anastasio; la seconda si apre con un breve scorcio acustico, per poi interrompersi con un interludio vocale soffuso ma oscuro, esplodere in un'altra escursione nelle tonalità delicate del disco, quasi una lieve cavalcata nell'alba che sorge su una valle in primavera, e infine chiudere tutto l'album con un crescendo commovente ed epico.

Che dire quindi del disco, in conclusione? Fondamentalmente quanto detto in apertura: il disco non è perfetto, e ad alcuni non è proprio piaciuto alla luce della natura molto più modesta, umile, contenuta e meno incline alla divagazione strumentale. Per i detrattori, si tratta di un album 'commerciale'; ma in realtà non c'è nulla di commerciale nel disco - non ci sono brani 'semplici' con ritornelli accattivanti, ma solo un riflusso nell'intimità e nel domestico che funziona quasi sempre ottimamente (e sarebbe funzionato ancora meglio se questa opera di contrazione e riduzione fosse stata ancora più radicale, eliminando un paio di tracce fuori fuoco).

Consigliatissimo agli amanti degli Allman Brothers Band da studio e agli amanti dei Grateful Dead dell'era country rock.

- Prog Fox

Nessun commento:

Posta un commento

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...