mercoledì 7 ottobre 2026

Balthvs: "Manifest" (2026)

È uscito il 7 ottobre scorso "Manifest", il quinto album in studio dei BALTHVS, trio neopsichedelico colombiano. Atmosferico senza essere moscio, epico e acido pur mantenendo una sorprendente intimità, "Manifest" è l'ultima, piccola gemma prodotta da un movimento internazionale ancora sotterraneo, ma non più carbonaro.



(disco completo qui: "Manifest")

Il chitarrista Balthazar Aguirre (che nome, ragazzi) aveva la sua band, gli Aguirre Cosmico(!) con Santiago Lizcano (!!) alle pelli, e suonava nella scena locale della sua nativa Colombia. Quando i due incontrano la cantautrice Johanna Mercuriana (!!!), la decisione di mettere su un power trio può accompagnare solo (il progetto nasce con grande spontaneità, vogliamo dire). Spostata Johanna alla bassa, e rodato il progetto, il power trio si imbarca in un'intensa attività live e produzione discografica.

7 anni dopo, i BALTHVS sono una delle realtà più interessanti della scena neo-psichedelica mondiale, che oggi occupa una nicchia certamente piccola nell'immaginario collettivo, ma non trascurabile. Progetti come gli indo-australiani Glass Beams e gli statunitensi Khruangbin (probabilmente la band a cui i BALTHVS sono più debitori) hanno fatto molto per portare la musica psichedelica nel 21esimo secolo, liberandosi da un lato degli eccessi del post-stoner, con la sua ostinata dilatazione e la ricerca di momenti agli antipodi del comfort auditivo, e dall'altro della psichedelia floscia dei mille e ancora mille progetti che credono che basti un po' di wahwah e delay a fare di un lentaccio da cameretta un pezzo dei Pink Floyd.

I brani dei BALTHVS sono congegni piuttosto semplici, basati su pochi elementi: la chitarra di Aguirre, sempre in bella evidenza ma non invadente; una sezione ritmica che macina a volte funk, a volte pop-rock, a volte ritmi latini (milonghe rockeggianti e reggaeton educati), o comunque ballabili pur rimanendo gradevole e rilassata; una produzione pulita, con giusto un filo di riverbero ad esaltare la natura cinematica dei brani, a volte arrostiti dal sole del deserto, a volte baciati dal vento notturno di una foresta.

Il disco è in larga parte strumentale, costituito da una maggioranza di canzoni dai ritmi medi adatte quasi ad ogni occasione: "Liminal Stage", "Flesh and Soul", "Eternal Flow", "The World Is (more than I can handle)"sono, ciascuna a suo modo e con il suo passo, degli esemplari di rock fuori dal tempo, fatti di melodie accattivanti e memorabili nella loro semplicità; "Year of the Snake" la butta quasi sulla techno, con un beat intenso e ballabile su cui basso e batteria si attorcigliano come piante rampicanti (o, magari, serpenti al sole). Alla categoria di canzoni più movimentate ed intense appartengono anche l'opening surf rock di "In-N-Out (Downtown)", il ritmo reggaeton di "Motion" e la discomusic di "Pale Blue Dot", che alzano i giri del motore senza mai diventare abrasive o stonare con il tono dell'album. Quando i tempi rallentano, invece, troviamo un'autentica gemma ambient-pop-rock come "Sunday Forecast", la mistica quasi floydiana di "RARE PSALMS", e la coperta confortevole di "Kilig", che chiude in bellezza un album da 11 tracce per poco più di 40 minuti.

Come diceva una nota showgirl, ci vogliono ore di trucco per apparire acqua e sapone. Deve essere costato una buona dose di fatica e impegno, realizzare un disco senza traccia di indulgenza, ma che suona così spontaneo e intimo.

- Spartaco Ughi

Nessun commento:

Posta un commento

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...