Trent'anni fa oggi usciva "No code", quarto album dei Pearl Jam. Disco della maturità artistica ed espressiva, compendio del presente e del passato, e forse ultimo disco davvero indispensabile di Eddie Vedder e soci: la strada è stata percorsa per quanto possibile e per quanto desiderabile, con "No code", con ogni probabilità, si conclude il cammino evolutivo della band di Seattle, anche se ci saranno molte, moltissime cose belle e buone negli anni a venire.
(disco completo qui: "No code")
Premessa prolissa e "anche meno" 1: io i Pearl Jam li ho adorati. Ma tanto tanto. Scoperti - ovviamente - con "Ten", visti live con lo stesso spirito di attesa della rivelazione di chi si reca
a Medjugorje. Gli ho sempre dato una possibilità, ho trovato del buono anche nel disco dell'avocado, per dire.
Si ammetto, sugli ultimi ho vacillato: molto, non mi ricordo neppure se ho ascoltato interamente "Lightning bolt".
Premessa prolissa e "anche meno" 2: quando si parla di conservazione e rivoluzione - parlandone in termini generali - tutto sembra molto netto, distinguibile e facilmente classificabile.
Ed in musica le medesime categorie potrebbero benissimo applicarsi, ovviamente con confini più sfumati e sbiaditi. Premesso questo, ecco, i Pearl Jam sono a mio dire dei perfetti
conservatori. Non - figuriamoci - nel loro essere politicamente alla moda e "correct", ma nella cifra completa del loro lavoro.
Cinicamente: una ottima opera di ottimo e sapiente artigianato tradizionale.
Meno cinicamente: prendiamo tutto il buono che c'e' stato nella storia della chitarra amplificata nel mondo dell'adult oriented rock, mettiamoci su una delle migliori
voci di sempre (Eddie ti amiamo), una buona fantasia compositiva, un talento notevole per le ballate ed eccoci qui.
Comunque detto questo e detto che "State of love and trust", "Yellow leadbetter", "Black" e "Jeremy" valgono una carriera per chiunque, veniamo al 1996 e a "No Code".
Cronaca delle puntate precendenti: "Ten" era stato l'esordio fulminante, "Vs" il perfezionamento (invero riuscitissimo) dello schema, "Vitalogy" il primo tentativo (invero riuscito a tratti) di fare i conti con il post Cobain e con quello che sarebbe stata l'età adulta.
"No Code" è il naturale proseguimento del tema e non lascia sicuramente delusi, diciamolo subito. Forse, infatti, si tratta del miglior disco del catalogo dei nostri, quello più equilibrato e con un tasso qualitativo davvero superiore alla media.
Si apre con "Sometimes", splendido e dolente confessionale melodico, per poi aprire le danze toste con "Hail hail", riuscitissimo canone alt-rock.
Le cose si fanno ancora più interessanti e diverse con "Who you Are" e "In my tree", pezzi in un certo gemelli, in cui la veste ritmica ricopre un peso quasi inedito nel loro catalogo:
il richiamo tribale e corale avvicina questa sequenza ad alcune cose dei seminali "Temple of the dog", una sorta di ritorno - rivisto - alle origini.
Più canonico l'incedere di "Smile", doppiato più avanti da "Red Mosquito": poi "Off he goes" ripercorre i cammini emozionali di "Betterman" (perchè se c'e'una cosa che Vedder e soci
sanno fare benissimo è la scrittura di ballate rock da jeans, giacca di pelle e sigaretta mentre si guarda l'orizzonte).
In questo caso il tutto funziona, non siamo ancora con il pilota automatico impostato degli anni che verranno, il cuore c'e', integro, e si vede.
Le fulminee "Habit" e "Lukin" sono furenti e sincere incursioni nel punk lisergico, come più spesso potrebbero e dovrebbero fare le chitarre di Gossard e McCready: davvero degne di nota.
"Present Tense" è senza dubbio il capolavoro del disco, costruita e plasmata su un dipanarsi in più fasi, quasi alla Led Zeppelin nel portarsi verso un chorus memorabile, minimale
ma intenso come pochi. La fine è una progressione aperta, radiosa e potente.
Le braci si raffreddano e "Mankind" arriva per rappresentare uno degli episodi più singolari della discografia dei nostri: una energica cavalcata in stile quasi brit-pop con Gossard
a cantare con un falsetto riuscito e convincente, mentre il riff del brano resta incollato nella testa.
Suggestiva è "I'm open" anche se mostra la corda dell'artificioso e del già sentito, mentre la chiusura è straniante con i Pearl Jam che si tramutano in una tenera orchestrina che
ci accompagna ("Around the bend") verso l'ultima danza della serata.
E quindi, siamo qui. Anzi, lo eravamo nel 96. E lì siamo ancora: abbiamo indegnamente raccontato infatti del disco che, con ogni probabilità, ha concluso il cammino evolutivo della band di Seattle. Sia inteso: ci saranno molte, moltissime cose belle e buone nei successivi 30 anni. Una attitudine torrenziale ai live degna del migliore ecumenismo Springsteeniano, ad esempio (intendendo questo come un aspetto positivo, sia chiaro). Dei gran bei pezzi anche nei dischi successivi, alcuni classici senza dubbio.
Ma la curva qui è stata svoltata: la strada è stata percorsa per quanto possibile e per quanto desiderabile.
Non si può essere sempre rivoluzionari, specie quando non lo si è mai stati particolarmente neppure da giovani: ma anche essere dei meravigliosi conservatori ha il suo indubbio pregio.
Keep rocking, dear Eddie, keep rocking.
- il Compagno Folagra
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