Usciva il 2 luglio di trent'anni fa "Play Games", secondo album dei Dog Eat Dog, sorta di versione cazzona e sguaiata della East Coast dei più seriosi e politicizzati Rage against the Machine della West Coast. Il disco è il loro maggiore successo commerciale, successo che arride loro soprattutto in Europa, dove piazzano l'album al #40 nelle classifiche britanniche e nella top 30 in Austria, Belgio, Finlandia, Germania, Paesi Bassi e Svizzera.
(disco completo qui: "Play Games")
Misconosciuti negli Stati Uniti, i Dog Eat Dog giunsero nel panorama hardcore/crossover con l'EP "Warrant" (1993) e l'album "All boro kings" (1994), in cui questa band del New Jersey rispondeva al suono dei Rage against the Machine da un lato con l'anomalo uso del sax come strumento solista e dall'altro con un atteggiamento strafottente, in cui il sarcasmo e l'ironia prendevano il posto della seriosità e dell'impegno politico dei più tenebrosi colleghi di Los Angeles.
Con "Play Games" i Dog Eat Dog fecero il botto soprattutto in Europa, che sarebbe stata la loro base principale di attività per tutti gli anni successivi. Il disco sviluppa in maniera originale le intuizioni del disco precedente, perfezionando la cura del suono per composizioni sempre intelligenti e viscerali, fin da "Bulletproof" e "ISMS", brani di apertura prodotti dai leggendari Butcher Brothers, mentre le connessioni con la scena rap sono rafforzate con la collaborazione col Wu-Tang Clan in "Step right in", con The RZA stesso che la produce e vi compare in un cameo.
Il disco non manca di ospitare brani più tipicamente punk come "Rocky", ma si fa più duro soprattutto nella seconda parte, prodotta perlopiù da Robert Musso, in cui troviamo perfino un brano come "Games", in cui compare nientemeno che sua maestà Ronnie James Dio a supportare le corde vocali del leader John Connor, che come per tutto l'album guida un perfetto call-and-response col bassista Dave Neabore e col sassofonista Scott Mueller.
Il disco è esilarante, ironico e dissacrante, una grande prova d'autore; all'epoca fu inspiegabilmente visto come una 'commercializzazione' da alcuni dei fan più intransigenti - ma è ridicolo cercare 'purezza' in un genere come il crossover che nasce come ibrido e meticcio e trova proprio in queste caratteristiche la sua forza, come in questo eccellente album.
- Supergiovane
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