venerdì 3 luglio 2026

Muse: "Black Holes and Revelations" (2006)

Usciva 20 anni fa oggi "Black Holes and Revelations", quarto album dei Muse. Reduce dal successo indie di "Absolution", il power trio di Teignmouth porta il proprio suono fatto di magniloquenza sinfonica, elettronica affilata, distorsori duri se non pesanti, su un palcoscenico mainstream internazionale, grazie ad un talento melodico ed ad un songwriting semplici ma molto efficaci.



(disco completo qui: )

Nella primavera del 2005, forti di un certo riscontro commerciale e del nuovo contratto con la Warner, i Muse rientrano in studio di registrazione in un luogo sperduto nel sud della Francia. Ad accompagnarli c’è di nuovo Rich Costey, giá in cabina di regia per il precedente "Absolution". Sei mesi dopo, la band (o forse il solo Costey) non sará soddisfatta del risultato: troppo sinfonico, troppo “spaziale”, non abbastanza rock. Il produttore carica perciò tutti su un aereo, direzione New York, in perfetta antitesi all’isolamento vissuto nei mesi precedenti, per snellire le tracce prodotte e poi, a registrazioni quasi ultimate, infine, la band rientra in Europa, direzione Milano, dove finalizzerà il disco alle Officine Meccaniche.

Nel giugno 2006 viene rilasciato il singolo di lancio, che spiazza sia addetti ai lavori che fan: la band di "Newborn" e "Plug in baby", di "Hysteria" e di "Times is Running Out", presentava al mondo il primo album sotto contratto major con un funk-rock pesante ma sensuale, accattivante nonostante la sua strana ambivalenza: "Supermassive Black Hole" é il Bowie di "Earthling", solo estremamente arrapato, sotto l'effetto di eccessiva caffeina, e con Prince alla chitarra. L’elettronica techno e i cori al vocoder fanno da contraltare ai riff affilati della Manson di Bellamy, sostenuta dalle traiettorie eleganti della sezione ritmica. Su tutto il falsetto di Bellamy, tratto distintivo della band, qui peró impiegato per creare uno stupore suadente più che il pathos di "Micro Cuts".

Il resto del disco mette in mostra la grande versatilità sia del chitarrista/pianista/cantante Bellamy, sia dei Muse come performer. L'aspetto piú notevole di "BHaR", peró, é probabilmente il suo anticonformismo rispetto alle tendenze del periodo: nel momento che vedeva emergere la prima ondata di band che si riappropriavano di suoni per cosí dire “veraci”, sporchi, senza traccia di elettronica e di scintillanti produzioni hi-fi come gli Arctic Monkeys, i Franz Ferdinand, e gli Arcade Fire oltreoceano (insieme agli Strokes, arrivati al grande pubblico con "Room on Fire"). Queste nuove leve stanno già riscuotendo ampio successo di critica, dando il via a un movimento fatto di cloni più o meno riusciti di questa formula “root”-rock. In tale contesto, le stratificazioni di sintetizzatori, gli effetti elettronici ricercati, le orchestrazioni sinfoniche e i pianoforti classici sembrano quanto di meno fico esista.

A Bellamy questo non sembra interessare, anzi si diverte a imitare l’Adrian Belew cremisi in "Take a Bow" (a pensarci bene, i due condividono una certa passione per i suoni della chitarra, soprattutto quelli anomali, oltre a una grande fantasia nell’utilizzo di effetti elettronici spesso sorprendenti), gioca agli U2 in "Starlight", crea un intreccio di sint e chitarre che soltanto i Depeche Mode avrebbero potuto immaginare, in "Map of the Problematique"; ad aggiungere varietá, ed abbassare un po' i giri del motore ci pensa la filastrocca antimilitarista di "Soldier’s Poem". "Invincible" è invece un crescendo di rock romantico alla Genesis, denso di sentimentalismo ma con il climax finale affidato ad un assolo in tapping, mentre "Assassin" é il brano piú pesante pubblicato dalla band fino a quel momento.

Dopo la orecchiabile "Exo-Politics", unico riempitivo del disco, arriva la triade finale: in "City of Delusion" le orchestrazione del maestro Mauro Pagani (in realtà poi ripudiate da Bellamy) enfatizzano l’andamento flamenco della chitarra, che da acustica nella strofa diventa elettrica e distorta nel ritornello, grandioso e melodrammatico come da marchio di fabbrica. "City of Delusion" è anche il primo caso in cui Bellamy recupera e riaggiusta una sua vecchia composizione, un modus operandi che diventerá una cattiva abitudine negli anni a venire: la b-side "Nature_1", dalle sessioni di "Origin of Simmetry", è infatti molto simile per struttura e arrangiamento. "Hoodoo" è invece una power ballad per pianoforte e orchestra, il cui testo esistenzialista si interroga sulle conseguenze delle scelte personali. Anch’essa supportata da archi e intrisa di atmosfere alla Morricone, "Hoodoo" è un brano, spesso trascurato dai fan, raro esempio in cui Bellamy è riuscito a coniugare la teatralità della sua interpretazione con una composizione ricca di sfumature. Bellamy si chiede, nel finale, se avrebbe potuto essere un “uomo migliore”.

Quando però si arriva alla traccia finale del disco, possiamo giungere alla conclusione che Bellamy sia sulla strada giusta. "Knights of Cydonia" è una cavalcata che nei suoi sei, deliranti minuti frulla e amalgama di tutto: gli effetti sonori della fantascienza anni ’60 con Morricone, le chitarre dei King Crimson (di nuovo Adrian Belew) con la techno, fino al catartico finale che derapa in un hard rock brutale. Una cavalcata tanto megalomane quanto esaltante, un inno alla battaglia fino alla morte che, gioioso e rabbioso come il vero rock and roll, ci fa venire voglia di vivere e combattere. Ridicola e assurda, paradossale e grottesca, "Knights of Cydonia" é una canzone orgogliosamente anti-commerciale assurta a singolo di una band sotto contratto con la Warner Bros, con l'orgoglio addizionale di un videoclip geniale: un ironico western spaziale, metá Guerre Stellari e metá Quentin Tarantino, con tanto di robot-jukebox, cowboys con pistole laser e maestri di arti marziali(?). Difficile pensare a un’altra band capace di far funzionare una simile miscela fino al punto da farla diventare una delle canzoni simbolo degli anni '00: "Knights of Cydonia" rappresenta l’apogeo della fase imperiale dei Muse.

Il tour seguente porterà i Muse in tutto il mondo, incluso l’ambito (da loro) festival di Reading e Leeds, mentre "Starlight" e "Supermassive Black Hole" diventano hit internazionali (quest'ultima anche grazie alla saga di "Twilight"). Nell’estate del 2007, con uno stage tutto nuovo ispirato all’HAARP (cardine di diverse teorie della cospirazione sul controllo climatico, o mentale, o sui contatti con alieni) i Muse raggiungeranno la dimensione alla quale ambivano, quella dello stadio: due date sold out a Wembley, che li lanciano tra i giganti del rock britannico, nonostante la succitata non-appartenenza ad alcuna "scena" o movimento d'Albione.

A distanza di vent'anni, "Black Holes and Revelations" é considerato, a ragione, il disco definitivo dei Muse, quello che ne cristallizza tanto le qualitá, quanto i difetti e le idiosincrasie. Chi scrive, ormai lo saprete, abbraccia l'assurditá e la pomposa magniloquenza di Bellamy, Wolstenholme e Howard senza alcun problema, perché quando questi tre sono in salute fanno cose che nessun altro sa fare. E quelle cose, incidentalmente, sono tra quelle che piacciono tanto a Spartaco vostro. Se anche i Muse fossero davvero finiti, come ho piú volte creduto e ripetuto, niente mi puó portare via "Knights of Cydonia", "Take a Bow", "Assassin" e "Supermassive Black Hole".

- Spartaco Ughi

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