sabato 11 luglio 2026

Brian Jonestown Massacre: "Thank God for mental illness" (1996)

Viene inciso l'11 luglio di trent'anni fa "Thank God for mental illness" dei Brian Jonestown Massacre, gruppo rock dedito a un misto di avanguardia, retro e psichedelia, con le due componenti particolarmente enfatizzate in quanto l'ispirazione del gruppo è quella del rock inglese degli anni sessanta. L'album è uno dei tre pubblicati dal gruppo nel solo 1996, a riprova di una ispirazione e una logorrea piuttosto prominenti.



(disco completo qui: "Thank God for mental illness")

Nel 1996 i Brian Jonestown Massacre pubblicano ben tre album. La band di Anthony Newcombe, che prende il nome da Brian Jones dei Rolling Stones e dal massacro di Jonestown (durante il quale una setta di fanatici religiosi pseudocomunisti statunitensi si suicidò in massa in Guyana), dopo due album essenzialmente di rock psichedelico inglese produce un terzo disco fortemente ispirato alla musica degli anni sessanta. Questa volta però l'indirizzo di partenza è quello acustico, rivoltato nella salsa low-fi dei Beck e dei Low. "Thank God for mental illness" infatti viene tutto registrato in presa diretta con un vecchio stereo costato 17 dollari e rotti, senza alcun lavoro successivo in studio o in fase di missaggio.

Nelle primissime tracce emerge l'influenza degli Stones acustici dell'era psichedelica, come è evidente da "Spanish Bee" (si veda alla voce "Paint it, black") e "It Girl". "13" si sposta invece sul primissimo Dylan elettrico (chitarra acustica, bottleneck e arpeggio elettrico), mentre "Ballad of Jim Jones" è una perla tra Dylan, Donovan e Fugs di sublime bellezza. "Those memories" è una ballatona country di 2 minuti; "Stars" - sesta canzone del disco - è il primo pezzo che dà l'idea di essere stato composto dopo il 1969: potrebbe essere un demo acustico dei Killing Joke o dei Church. "Free and easy, take 2" sembra una parodia country dei Lovin' Spoonful, con tanto di voce femminile country-gospel e armonica alla John Sebastian. "Down" è un altro tema semimoderno, ispirato a certo raga folk psichedelico tipo quello della Incredible String Band, ma con una nervosa sensibilità nineties sottotraccia, con un senso di oppressione e urgenza che ha chiara derivazione grunge. Nella stessa vena "True Love", un deprimente inno d'amore che ricorda le cose più struggenti di Nick Drake e di Skip Spence (il cui folle "Oar", 1969, è sicuramente fra le ispirazioni del disco tutto).

La prima metà del disco scorre così, per la bellezza di dodici tracce nell'arco di 30 minuti e rotti, e mi chiedo quale pubblico potesse esserci per questa roba: poi mi rispondo che era la magia degli anni novanta, quando gente come Newcombe poteva fare il cazzo che le pareva senza diventare hipster. E a testimonianza di questa possibilità, arriva la mezzora successiva del disco.

I successivi 33 minuti dell'album sono interamente occupati dalla suite "Sound of Confusion", divisa in cinque parti piuttosto lunghe e che c'entrano solo vagamente con il sound della prima parte. "Fire Song", di undici minuti, è in gran parte occupata da rumori di strada: ci vogliono quasi quattro minuti di suoni del traffico prima che succeda qualcosa - un predicatore cristiano folle inizia a urlare alle macchine che passano per pochi secondi, prima di lasciarci di nuovo al rombo dei motori e allo stridio dei freni delle automobili di passaggio. La musica vera e propria, introdotta dallo schiamazzare di un gruppo di ragazzini, arriva solo dopo quasi 7 minuti di questa roba, e si tratta di un folk pop psichedelico che ricorda un po' i dischi solisti di Syd Barrett o i Pink Floyd di "More", ma senza la stessa ispirazione.

Dopo un altro po' di rumori di strada, il disco ha una chiara accelerazione con due dei brani migliori dell'album: "Fuck you for fucking me", un rocker nervoso che non avrebbe sfigurato nei migliori dischi degli Smashing Pumpkins (basta provare a immaginarsela cantata da Billy Corgan, davvero), e la brit-pop-iana "Spun". "Kid's garden" ripiomba un po' tutto verso il mezzo soporifero per 7 maledetti minuti, poi ci si riprende con la finale di "Wasted", un altro mid tempo grunge-psichedelico che porta il disco a chiusura con classe.

Che dire quindi di "Thank God for mental illness"? Un disco complesso, intelligente e pazzerello, diviso in due parti solo superficialmente simili (entrambe si caratterizzano per la natura immediata e spontanea e per il suono low-fi). Infatti, mentre la suite "Sound of Confusion" ricorda Cezanne, e va studiata a distanza, perché avvicinarsi per osservare le singole pennellate ve ne farà perdere la comprensione e la magia, sarà nella prima metà del disco che potrete trovare i singoli pezzi da aggiungere alla vostra playlist del telefono. Disco certamente derivativo, composto e registrato da un gruppo di musicisti che presumibilmente ritiene che il rock and roll sia finito al più tardi nel 1969. Se la pensate così anche voi, questa perla di retro rock farà di certo al caso vostro.

- Prog Fox

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