mercoledì 15 luglio 2026

Yardbirds: "Roger the Engineer/Yardbirds" (1966)

Il 15 luglio del 1966, gli Yardbirds pubblicano l'album omonimo, complessivamente il loro terzo, che però passerà alla storia come "Roger the Engineer", visto il bizzarro disegno della copertina, in cui la seconda chitarra Chris Dreja raffigura l'ingegnere del suono Roger Cameron. Con il chitarrista Jeff Back saldamente alla guida della band, l'album è uno dei grandi manifesti psichedelici del rock britannico, #20 in classifica in patria e #52 negli Stati Uniti.



(album completo qui: "the Yardbirds")

Con il precedente LP "Having a rave-up with the Yardbirds", il gruppo inglese ha ampiamente superato la perdita del proprio ragazzo d'oro Eric Clapton, che dopo essersi lamentato per il fatto che il gruppo stava abbandonando le proprie matrici blues puriste per accasarsi con John Mayall sta per tradirle anche lui per infilarsi nel progetto Cream.

Ma lasciamo stare Slowhand e pensiamo a questi ragazzi bianchi amanti del blues che lo hanno sostituito con uno dei migliori chitarristi inglesi sulla piazza, un certo Jeff Beck, che non fa rimpiangere affatto Clapton, ma anzi lancia i "gallinacci" (come li chiamò memorabilmente Mike Bongiorno a Sanremo) nell'Olimpo del rock con questo disco.

"Roger the Engineer" è una grandiosa dichiarazione psichedelica in cui, al di là di qualche comprensibile ingenuità, gli Yardbirds uniscono in maniera convincente rock sperimentale, blues e melodie orientaleggianti. Quello che forse manca all'album per assurgere al livello dei capolavori dell'epoca è solo un singolo esplosivo, con un ritornello indimenticabile, che a distanza di anni possa trainarne il ricordo in una qualche radio commerciale; ma l'atmosfera dell'album, allo stesso tempo onirica e selvaggia (dei dodici brani, nessuno supera i 3'30'') ne rende l'ascolto una esperienza fuori dal comune per chiunque ami il rock degli anni sessanta.

Ci accontenteremo quindi del groove acido-orientale dell'LP, incarnato al meglio da un classico della psichedelia come "Over under sideways down", con la chitarra di Beck più acida che mai; delle ballate ("I can't make your way" e la quasi infantile "Farewell"); del riff di basso di Paul Samwell-Smith che domina il blues bianco "Lost Women"; della chitarra lacerante nel blues rock di "The Nazz are Blue", cantata da Beck stesso, che ispirerà un altro chitarrista sensazionale dall'altra parte dell'oceano, un certo Todd Rundgren, per il nome della sua prima band; del trascinante r&b di "What do you want", con un altro assolo incendiario di Beck; e inarcheremo perplessi le sopracciglia davanti all'exotica arabeggiante di "Hot House of Omagararshid" e "Turn into Earth".

In alcune ristampe del disco, è stato aggiunto il singolo "Happenings ten years time ago"/"Psycho Daisies": questi due brani sono entrati nella storia perché testimoniano la brevissima fase della band nella quale convissero come chitarristi Jeff Beck e un certo signor Jimmy Page, che avrebbe preso il controllo della band dopo Beck e l'avrebbe tragettata a trasformarsi in un altro gruppo di cui forse avete sentito parlare: i Led Zeppelin.

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