Il 6 giugno di vent'anni fa usciva "Tigermilk" di Belle and Sebastian. La band scozzese era al debutto, pubblicato in sole 1000 copie da una piccola etichetta. Avrebbero avuto un successo travolgente. Andiamo a riscoprire l'album, che aprì loro la strada per unirsi al gotha del brit pop anni novanta.
(disco completo qui: "Tigermilk")
Nel 1996 mentre usciva questo disco, con altri Europei alle porte cominciò un'estate di pioggia, con l'aria fresca e la terra fangosa; se ripenso a quei giorni mi immagino con una maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse ed una palla e la mia voglia di giocare, sottobraccio: in un'attesa inquieta, un po' affranta, del sole.
I Belle and Sebastian trovo siano un po' così: estate e pioggia, ricordi vivi e tempi andati; quel che è stato e sarebbe potuto/potrebbe essere: immagini fortemente presenti eppure intangibili.
Il nome, la storia, non sono da epica del rock, ma da epica della vita sì: Stuart Murdoch, disoccupato, stufo di andare sui bus di Glasgow per hobby, accetta l'idea di un corso di qualifica professionale – si narra - come ingegnere del suono. Nei meandri del welfare assistenziale incontra Stuart David; i due se la intendono e registrano dei demo. Demo che arrivati ad un talent scout fan sì che quest'ultimo spinga i due a partecipare ad un concorso musicale di un college. Vincono; e messo assieme l'ensemble storico della band sfruttano i 5 giorni di premio nello studio di registrazione dell'etichetta del college, la Electric Honey, non per un singolo ma per il loro intero primo album.
Che sa di cartoni animati (specie nei refrain), dell'innocenza dell'età e della serietà con cui li può guardare un bambino.
Pregno di citazioni e rimandi, a volte esplicitamente e surrealmente autoreferenziali come quello circolare di "Mary Jo", l'ultima traccia, in cui la protagonista legge il libro che "The priest in the booth" con "a photographic memory" avrebbe scritto su tutti i peccati di Murdoch, intitolato proprio come la prima canzone "The State I am In". Tanto che in "My Wandering Days Are Over" è forte la tentazione di leggere nella strofa
"Six months on, the winter's gone
The disenchanted pony
Left the town with the circus boy
The circus boy got lonely
It's summer, and it's sister song's
Been written for the lonely
The circus boy is feeling melancholy"
un ciclo semplificato di quel che il turbinio pacato di una loro canzone ti fa provare.
Spesso i testi paiono stesure di sogni ricordati al mattino, con parti che non sai/puoi spiegare a parole (se non con lunghi giri di frasi piene di sfumature per ogni nodo onirico) ma che senti tue e maledettamente vere e vive. Perché ci sono passaggi che colpiscono con precisione chirurgica che ti fan pensare 'sta parlando a me', 'questa è per la mia solitudine' o 'ecco in tre parole la mia idiosincrasia'; come "You go disco and I'll go my way" di quell'Electronic Renaissance che gioca col genere, facendolo suo (ed è questa un'altra loro caratteristica: un marasma di influenze che spazia dagli Smiths a Morricone ai Beatles, da Dylan ai Love; il tutto restando immensamente se stessi).
Nelle immagini e nelle atmosfere evocate dal connubio di musica e parole, tra ironia e solenne candore (con la voce di Murdoch a stemperare per ricordarci di non prenderlo poi troppo sul serio come nel picco sbilenco del ritornello di Expectations), la sensazione è che i suoi occhi siano i nostri occhi: noi stessi almeno una volta (magari su un treno, in quella non dimensione di un regionale pigro) ci siamo chiesti o potremmo tranquillamente chiederci la storia dietro una ragazza e il tizio che le sta vicino ("Is he your husband? Or just your boyfriend? Is he the moron who's been beating you and keeping you inside?") o dietro una scritta (sia essa incisa sulla corteccia di un faggio o messa a bella posta a pennarello ad una fermata d'autobus).
Nostro è quel pensiero obliquo che talvolta sposta la normalità delle cose trasformandole in favole di quotidianità.
In un album che è uno scrigno in cui ognuno sceglierebbe una traccia diversa in base alla propria camicia interiore, io vorrei dare particolare menzione a "We rule the school" (malinconica e tenue ballata generazionale, simultaneamente adolescenziale e senza tempo, che sospinta delicatamente dal piano e dal canone di violoncello si fa piccolo inno interiore), e "Mary Jo", dapprima beatlesiana poi veleggiante sulle ali dei toni alla Nick Drake, sino infine a divampare in un quadro fitto fitto di storia, immagini e suoni - ovviamente - à la Belle And Sebastian.
Se il mondo è fatto per gli uomini e not us, queste musiche e parole son decisamente per noi. Qualunque cosa questo "noi" sia, giacché poi
I don't love anyone [...]
I don't love anything
Not even Christmas
Especially not that.
Hugs di distillata misantropia.
- siddivicious
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