martedì 16 giugno 2026

Smiths: "the Queen is Dead" (1986)

Usciva quarant'anni fa oggi "the Queen is Dead", terzo album in studio degli Smiths, una delle massime formazioni britanniche degli anni Ottanta, di cui per molti questo è l'assoluto capolavoro, tra brani come "I know it's over", "The Boy with the Thorn in his Side" e "There is a light that never goes out". A voi, a noi posteri, l'ardua sentenza.



(disco completo qui: "the Queen is Dead")

Non che i tempi che viviamo ora siano particolarmente luminosi, ma l'impressione è anche nell'anno di grazia 1986 ci fossero molti motivi per avere l'animo pieno di grigiore e senso di oppressione.

Basta, per dire, guardare una foto di Margaret Thatcher, con il suo determinato e violento nulla incollato allo sguardo, per capire come alcuni sudditi di sua maestà britannica (ad esempio) avessero dei discreti problemi di umore da affrontare e qualcosina da dire al government (no, they definitly don't speak for us).

I componenti degli Smiths, per dire, all'epoca erano dei giovanotti impegnati ed abbastanza sensibili per giunta. Forgiati nella working class, ma dotati di un'anima ed un sentire che nessun sangue blu potrà mai donare, proprio in quell'anno danno alle stampe un disco ("the Queen is Dead") che alle tenebre (vendute al popolo come luminose sorti e progressive) del riflusso liberista ed edonista oppone la dolce penombra del cuore e dell'animo. Una riflessione sul sè e sul noi, sulla necessità delle luci del tramonto e sul costo della felicità. Una riflessione generale, ma anche molto concreta e privata, dato che uno temi cardini del disco è anche - molto concretamente - il rapporto tra band e sistema, tra Smiths ed industria discografica.

Si inizia con una sequenza eterogenea, da mettere a fuoco: la title track funge da interessante e varia introduzione; "Frankly Mr Shankly" è una bizzarra invettiva; ma le cose cominciano a farsi serie e coinvolgenti davvero con "I Know It's Over" - splendida ballata old style - e l'altrettanto sentita "Never Had No One Ever", con un dolente testo riferito all'esclusione e al sentirsi stranieri in casa propria.

Se la prima parte del disco è di pregio, la seconda parte le è pure superiore ed eleva l'opera a status di capolavoro.
L'energica e strappa-corde-vocali "Cemetery Gates" conquista subito e rapisce ma mai quanto l'instant classic "Bigmouth Strikes Again", sarcastica ed ironica autocritica che Morissey vezzosamente si concede: tutto è perfetto e noi siamo già a tamburellare entusiasti l'incalzante ritmo, da qui all'eternità.
Il livello si alza ancora con "The Boy With The Thorn in His Side": ecco che viene a rapirci quella dolce penombra di cui sopra, ecco che si è chiamati ad un giro di danza con il lato silente e dolente del cuore.
"Vicar In A Tutu" è un divertissment con cui prendere il fiato, dato che - signori miei - non bastano le parole per raccontare la coppia di pezzi scelti per il finale.

"There Is A Light That Never Goes Out" è un miracolo, è tutto quanto si può chiedere ad una canzone che possa cullare nei giorni dell'abbandono e della necessità della fiducia nella luce che riporti a casa. Non si può davvero dire nulla di altro, è un pezzo che va vissuto e inciso sulla pelle.

"Some Girls Are Bigger Than Others" è una meravigliosa epifania, un racconto fulmineo e delicato sulla bellezza e diversità delle persone, sullo stupore che pervade ognuno di noi quando si riconosce la profondità, la ricchezza e la grandezza nascosta nell'altro.

L'86 insomma è anche questo e vorremmo che sia ricordato pricipalmente così: non è solo la Thatcher, non è il buio dell'ognun per sè e del privato ad ogni costo ma è la luce del sentire il proprio spirito e metterlo a disposizione degli altri. Quella luce che mai si spegne: cause we want to see people and we want to see life.

- il Compagno Folagra

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