giovedì 7 maggio 2026

Pantera: "the Great Southern Trendkill" (1996)

Usciva trent'anni fa oggi "the Great Southern Trendkill", album dei Pantera. Il disco segue il trittico di capolavori “Cowboys from Hell”, “Vulgar Display of Power”, “Far Beyond Driven” e, anche se non arriva forse al loro livello, né è altrettanto amato dai fan, rappresenta l'ultimo grandissimo album di una delle più importanti formazioni thrash metal/post-thrash degli anni novanta.



(per ascoltare il disco, clicca qui: "the Great Southern Trendkill")

Pantera: bottiglie di whiskey, lattine di birra, bandiere dei confederati, stage diving e mosh pit selvaggi, “Cowboys from Hell”, “Vulgar Display of Power”, “Far Beyond Driven”. Un trittico di dischi che rappresentano il vessillo del (post) thrash novantiano, dirottando il genere su nuove coordinate, a cui poi si aggiunsero altri lavori seminali quali “Roots” (Sepultura), “Demanufacture” (Fear Factory) o “Burn My Eyes” (Machine Head).

Cosa dunque chiedere di più a un gruppo che ha raggiunto l'apice con tre lavori già entrati di diritto nella hall of fame del genere in nemmeno 5 anni? Obiettivamente nulla, se non confermarsi su questi livelli compositivi. Missione compiuta con questo quarto (ad essere puntigliosi sarebbe l'ottavo, ma i Pantera pre-“Cowboys from Hell” erano un'altra cosa) “The Great Southern Trendkill”? Beh, oddio, fra i quattro è certamente il meno popolare, quello meno adorato dai fan, quello che ha venduto meno copie (fu comunque disco di platino), privo di vere e proprie hit da heavy rotation su mtv. Ma chiariamo subito una cosa: questo “The Great Southern Trendkill” spacca il culo. E di brutto. Ma davvero di brutto.

Facciamo un brevissimo preambolo: l'anno precedente il frontman Anselmo esordisce con i Down, altra band in cui ha militato (e lo fa tutt'ora), dedita ad uno stoner/sludge metal con gustose influenze southern...nel frattempo anche i fratelli Abbott provano a mettere in piedi un loro side project virando su un ibrido di heavy metal, country e southern rock. Ebbene, tutte queste disparate influenze andranno inevitabilmente a contagiare e plasmare il loro songwriting - non gli si può di certo rimproverare di essersi bloccati in uno stallo creativo, o di essersi adagiati sugli allori sfornando un disco clone dei passati.

L'opener, che presta il nome al disco, fin dai primissimi secondi mette subito in chiaro, a scanso di equivoci, che i quattro texani non hanno nessunissima intenzione di ammorbidire il proprio sound: l'attacco comandato dal lancinante di grido di Phil Anselmo si contende (con “Slaughter”) il primato del più furioso della loro discografia, per poi rallentare in un break guidato da un riff 100% made by Dimebag ricolmo di groove, proseguire in un turbine di accellerazioni, rallentamenti, vocalizzi furiosi coadiuvati dalla presenza nelle vesti di ospite di Seth Putnam degli Anal Cunt (eh si,si chiama proprio così il suo gruppo...) e delle sue sguaiate urla a squarciagola. Il pezzo chiude in bellezza con l'immancabile solo, lunghissimo, dal vago sapore blueseggiante, in cui si possono riscontrare tutte le influenze radicate nella tradizione sudista americana di cui accennavamo in precedenza, accorpate alle fondamenta a base di Led Zeppelin e Black Sabbath che hanno forgiato l'inimitabile sound di Dimebag.

“War Nerve” è il brano seguente, altro pezzo da 90 in cui la band sconfina in territori sludge (un po' alla maniera dei Corrosion of Conformity o dei Crowbar, per intenderci) pur mantenedo il loro tipico groove, con un riffing molto più dilatato rispetto alla loro norma, dalle ritmiche opprimenti. Song durissima in cui Anselmo manda letteralmente affanculo la quasi totalità del globo, molto prima di un Montgomery Brogan o di un Corey Taylor (che di distribuzione di raffiche di fuck you/all/off ha fatto il proprio motto), dimostra come le liriche del disco siano molto più che in passato ispirate dalle inquiete esperienze personali del cantante. “Drag the Waters” è un piccolo capolavoro, accattivante, oppressiva, brutale...un pezzo davvero trascinante, forse il migliore del disco, quello che maggiormente si ricollega a ciò che hanno prodotto in passato, che però inspiegabilmente è sempre stato bistrattato nelle esibizioni dal vivo.

In “10's” emergono tutte le similitudini con i Down: lentone doomeggiante con un Anselmo che offre una prova espressiva decisamente riuscita, con un un accavallarsi di doppie linee vocali malate e sofferte, il tutto impreziosito da un formidabile e struggente assolo. “13 Steps to Nowhere” rialza i ritmi, uptempo dalla sezione ritmica guidata da Vinnie Paul e in cui anche Rex finalmente ci mette parecchio del suo. E veniamo a “Suicide Note”, divisa in due parti: la prima decisamente atipica per i Pantera, canzone che ti aspetteresti di trovare in “Jar of Flies” degli Alice in Chains piuttosto che in un loro disco, interamente acustica, dal forte retrogusto southern e dalle atmosfere rilassate ma al contempo inquietanti che ti catapultano all'istante negli aridi deserti texani. Ma è solo la quiete prima della tempesta che fa da apristrada alla seconda parte, che ti colpisce all'improvviso con il suo attacco frontale schizzato in cui esce allo scoperto tutta l'attitudine thrash/hardcore della band.

“Living Through Me” non fa altro che offire ciò che ti aspetti, un groove sprofondato nei paludosi territori sludge. Arriviamo così a “Floods”: altro lowtempo, contraddistinto da un incedere estremamente cadenzato, con cantato quasi narrato da Anselmo (mai così versatile come in questo disco), uniamoci anche un break doomy e due pregevoli e malinconici assoli. Pezzo fin qui discreto, molto lontano dall'essere trascendentale, almeno fino a un minuto dalla fine, quando dopo l'inondazione, il temporale e lo scrosciar della pioggia, torna sugli scudi Dimebag con un assolo che definire meravigliosamente divino è fin troppo riduttivo, il punto più alto non solo del disco ma anche uno dei picchi di quello che il chitarrista ha tirato fuori dalla sua Dean a 6 corde.

Ancora ammaliati da quanto appena sentito, si chiude il disco con “The Underground in America” e “Sandblasted Skin”, canzoni legate una all'altra, che confermano, senza eccellere, quanto già sentito finora, stando con i piedi piantati nei paludosi territori groove/sludge che la band ha più volte attraversato in questo “The Great Southern Trendkill”.

Pochi mesi prima dell'uscita del disco, Phil Anselmo andò in overdose prima di un concerto; durante l'episodio ormai famosissimo, il battito cardiaco del cantante si fermò per 5 minuti. Anselmo venne poi miracolosamente rianimato dai paramedici senza danni cerebrali...o perlomeno, senza ulteriori danni cerebrali oltre a quelli già provocati da alcool e abuso di droghe. Da qui cominciarono anche i dissapori fra Anselmo e il resto del gruppo, sfociati in un periodo di distacco che seguì una crisi d'ispirazione compositiva e poi l'inevitabile split nel 2003, quando ormai erano l'ombra del glorioso gruppo che conoscevamo.

- Supergiovane

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