martedì 19 maggio 2026

Billy Joel: "Turnstiles" (1976)

Usciva il 19 maggio di cinquant'anni fa "Turnstiles", quarto album del cantautore e pianista americano Billy Joel. Ancora pressoché sconosciuto, Joel decide di abbandonare la California, dove si era trasferito per cercare il successo, e torna a New York, dove decide di non affidarsi più a musicisti di studio ma alla sua band. Il risultato è uno dei suoi album migliori, che prelude al trionfo commerciale dei successivi (non necessariamente più riusciti) dischi.



(disco completo qui: "Turnstiles")

Trasferitosi a Los Angeles nel 1972, Billy Joel firma un contratto con la Columbia, lavora in un piano bar, incide il suo secondo album "Piano Man" (1973) e il successivo "Streetlife Serenades" (1974), un notevole flop di critica e pubblico. Per il suo quarto album inizia a incidere con vari sessionmen fra cui la band di Elton John nel Caribou Ranch del produttore James William Guercio (patrono dei Chicago, tra gli altri), in Colorado, ma poi capisce di trovarsi in un vicolo cieco e rivoluziona tutto: lascia la California, torna a vivere a New York, e decide di produrre lui stesso il nuovo disco, utilizzando i musicisti della sua band e non dei sessionmen e men che meno la band di un musicista a cui già è stato troppe volte accostato. Troviamo così al suo fianco i chitarristi Howie Emerson e Russell Javors, il bassista Doug Stegmeyer, e il batterista Liberty de Vitto; in particolare un ruolo centrale nel colorare i brani lo riveste il sassofonista e clarinettista Richie Cannata.

Il risultato di tutto questo è "Turnstiles", sicuramente il disco migliore realizzato da Billy fino ad allora, e probabilmente uno dei migliori in assoluto della sua lunga carriera.

"Say goodbye to Hollywood", posta in apertura di disco, e "New York State of Mind" sono il fulcro concettuale del disco, le canzoni che raccontano il suo abbandono di Los Angeles in favore della propria città di origine, oltre che due dei momenti più alti dell'album. "Say goodbye to Hollywood" è un brillante pop rock che ricorda il doo woop (anticipando il tema del suo disco "An Innocent Man" del 1983, quello di "Uptown Girl") e le canzoni del Brill Building, mentre "New York State of Mind" è un fumoso jazz blues che diventerà uno standard suonato da moltissimi artisti. "I've loved these days" si accompagna liricamente a questi brani, raccontando sarcasticamente la gioia nell'andarsene da una California che non lo ha mai accolto e mai convinto.

Gli altri due capolavoretti dell'album sono la romantica, delicata, malinconica, dolcissima, straziante "Summer, Highland Falls" e la conclusiva, solenne "Miami 2017 (Seen the lights go down on Broadway)". "Prelude/Angry Young Man" si caratterizza per una introduzione pianistica dalla ritmica martellante. Completano l'album il reggae "All you wanna do is dance", che testimonia della crescente influenza di Bob Marley e dei suoi sodali ed epigoni sul pop angloamericano, e la dimessa "James", un po' letargica e che ricorda troppo certi brani coevi di Elton John, peraltro non i suoi più riusciti.

Rientrato a New York, Billy Joel realizza con "Turnstiles" il disco della maturità compositiva. I frutti del rientro saranno colti a partire dal successivo "the Stranger" (1977), l'album della consacrazione commerciale.

- Prog Fox


#billyjoel (voce, pianoforte, piano elettrico, sintetizzatore, clavinet & organo)

#howieemerson (chitarre acustiche & elettriche)
#russelljavors (chitarre acustiche & elettriche)
#dougstegmeyer (basso elettrico)
#libertydevitto (batteria)
#richiecannata (sax & clarinetto)

ospiti:
#jamessmith (chitarra acustica)
#mingolewis (percussioni)

arrangiamenti orchestrali: #kenascher

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