giovedì 21 maggio 2026

Soundgarden: "Down on the Upside" (1996)

Esce trent'anni fa oggi "Down on the Upside", quinto album in studio degli americani Soundgarden. Il disco vede il gruppo sperimentare con nuove sonorità, soprattutto dato l'evidente desiderio di non scrivere 5 copie di "Black Hole Sun", il singolo del precedente "Superunknown" che li ha proiettati nell'empireo mainstream. Il risultato è un grande disco che però non viene apprezzato particolarmente dal pubblico. Tensioni interne alla band e una stanchezza generale portano il gruppo a sciogliersi nell'aprile del 1997.



(disco completo qui: "Down on the Upside")

E' difficile proseguire per la retta via, andare fino in fondo – ed in modo coerente – ad un percorso artistico, evolversi e innovare, restando comunque integralmente se stessi ma mantenendo alta l'asticella della qualità e dell'attenzione.

E' molto difficile e se poi questa innegabile virtù viene ripagata con poca moneta (intendiamoci: relativamente poca moneta) il ripensamento è dietro l'angolo e la pausa di riflessione incombente.

“Down on the Upside” è un esempio da manuale di tutto questo. Chi scrive lo ritiene probabilmente il migliore disco dei Soundgarden, sicuramente non inferiore ai più celebrati predecessori “Badmotorfinger” e “Superunknown”. Perchè “Down on the Upside” è solido, coeso, magmatico ed è un degnissimo capitolo della storia di Cornell e soci.
E' il naturale proseguimento, la naturale maturazione dei temi esplorati in precedenza: l'esplosività degli inizi veicolata verso un potente rock assolutamente non di maniera, confluenza di fiumi in un'oasi del suono in cui alt-country, hard rock e punk convivono e proliferano.
Si ascolti la clamorosa “Dusty” o la rapida fucilata di “Ty Cobb” per rendersi conto di tutto questo.

La traccia di apertura (l'ottima “Pretty noose”), “Blow Up The Outside World” e “Burden in my hand” hanno il compito di rendere accessibile anche al classico airplay il disco e assolvono a dovere alla loro funzione di picchi emozionali e corali.
Il tessuto fitto su cui il disco poggia è ricco di oscure trame intessute nelle melodie di “Zero Chance”, “Switch Opens” e “Tighter & Tighter”, nei rumori di fondo di “Applebite”, nella potenza di “Never The Machine Forever”, nelle profondità heavy di “Overfloater”.
Il ritmo sale con “No Attention”, “An Unkind” e “Never Named”, più canoniche delle altre ma comunque riuscite.
La chiusura è in assoluta bellezza, con il sussurro ed il ruggito di “Boot camp”. Ninna nanna inquieta e foriera di incubi futuri.

Quindi, si direbbe in calce ed in riassunto: disco completo, chiuso, un circolo quasi perfetto.
Ma la storia dice invero altro.
Dice che forse nella faretra delle frecce c'erano fin troppe canzoni e l'attenzione ha divagato sulla circonferenza senza cogliere il centro.
Che forse ci si attendevano semplicemente altre 5 “Black Hole Sun”.
Che forse i tempi cambiano, bellezza, ed i riflettori vanno velocemente altrove.
La conseguenza è che si capisce che la risposta del pubblico pagante è misurata, quasi di circostanza. Un po' deludente, diciamo.
Ci si fermerà e ci si riflettera sopra, allora, un po': forse perdendo l'attimo, forse percorrendo deviazioni non proprio necessarie e forse ritornando a questo bivio un po' in ritardo. Premiati sicuramente nel lungo termine, ma oscurati per un momento magico e (purtroppo) perso da una eclissi del sole nero.

- il Compagno Folagra

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