mercoledì 15 aprile 2026

Van der Graaf Generator: "Still Life" (1976)

Esce cinquant'anni fa oggi "Still Life", sesto album dei prog rocker britannici Van der Graaf Generator, tra i massimi esponenti del genere. Il disco è probabilmente il migliore della loro seconda, prolifica fase (1975-1978).



Disco completo --> https://tinyurl.com/mwd67awb

Riformatisi nel 1975, ma in realtà mai veramente scomparsi (dopo lo sciolgimento nell'agosto del 1972, il gruppo - Jackson - sax e flauto, Banton - organo e basso, Evans - batteria, Hammill - voce e chitarra, in diverse configurazioni aveva registrato tutti e quattro gli album solisti di Hammill, più un album a nome The Long Hello nel 1973), i Van der Graaf Generator, uno dei grandi gruppi del progressive rock classico inglese, incidono con "Still Life" il proprio pinnacolo del secondo periodo, e uno dei dischi di tardo progressive più interessanti dell'era proto-punk.

"Still Life" è aperta e chiusa da due capolavori, "Pilgrims" e "Childlike's Faith in Childhood's End", che rappresentano complemento e specularità asimmetrica all'interno del disco. La parte centrale è tutta di ottimo livello, ed è costituita da tre pezzi: "Still Life", "La Rossa" e "My Room".

Il disco si attesta tutto sulla solita colorazione deprimente, una sorta di fine del mondo artica che si trasforma nello spazio oscuro delle vastità dell'universo; spazio nel quale viene elaborata la traccia lirica del disco, improntato al titanismo nietzschano di Hammill e al tema dell'evoluzione umana nel corso dei millenni, dalla nascita dell'uomo alla conquista delle stelle. Ma lo fa con una convinzione nei propri mezzi e una capacità espressiva che il gruppo (con qualunque nome si firmasse) non toccava dal capolavoro assoluto della sua carriera, "Pawn Hearts" (1971), e che dopo "Still Life" non toccherà mai più.

"Pilgrims" è il solenne inno di apertura: condotto dalla solità verbosità di Hammill, lo vede dipingere il quadro di un singolo uomo incerto sulla direzione da prendere nella sua vita - ma questo uomo è il simbolo dell'uomo archetipico, incerto su una direzione cosmica (e l'equivalenza sarà esplicitata nella seconda metà del pezzo). È l'organo di Banton a portare avanti il brano nella strofa e nel bridge, prima che la strascicata sezione centrale interpreti il ruolo del ritornello, tambureggiato dal marziale incedere del drumming strepitoso di Evans e dagli afflati lancinanti del sax di Jackson: "allow me the dream in my eye, I have been waiting for such a long time!"

"Still Life" è altro brano di filosofia esistenzialista, forse il più desolato e desolante del lotto, riflessivo e potente; "La Rossa" spariglia le carte, e agisce da cesura tra la prima e la seconda parte della meditazione cosmica della band, trattando infatti il tema della donna fatale con energia e un sarcasmo velenoso. L'importanza di Evans nell'economia del suono del gruppo non si può trascurare: è lui la vera colonna portante della band, l'unico con il cantante/chitarrista Hammill ad avere partecipato a ogni incisione della band - il suo drumming personale e preciso è giunto a caratterizzarsi per una gamma timbrica estremamente contenuta, utilizzata però per riempire ogni possibile spazio vuoto, ed è il segno più distintivo e insostituibile della parte musicale dei Van der Graaf. "My Room" è la ballad del disco, e segue i crismi delle principali ballate del gruppo (quali "Refugees" e "House with no door"): tempo moderato, melodia straziante del sax di Jackson, falsetto emotivo e intimista di Hammill, basso spigoloso di Banton.

Dopo un quartetto di brani da brivido si giunge così al secondo capolavoro del disco, forse il pezzo più significativo in assoluto della seconda fase della carriera dei Van der Graaf (quella del 75-78): "Childlike's Faith in Childhood's End", 12 minuti semplicemente perfetti di progressive rock. La disperazione usuale di Hammill qui lascia in realtà il posto a una lettura più ampia della storia umana nel corso delle generazioni, vista come un complesso e ondeggiante tentativo di lasciarsi alle spalle i limiti intrinseci della propria mortalità individuale allo scopo di raggiungere un disegno collettivo, che non è dato né da risultati singoli né da un paradiso promesso da una religione, né dalla reincarnazione o dall'immortalità, ma forse più dall'uso della scienza, della ragione, dell'arte, e di ogni potere della mente umana per migliorare la specie nel suo complesso. Ondeggiante è anche lo svolgimento del pezzo, in cui all'usuale tappeto tessuto da Evans si intersecano sinuosi gli altri tre strumentisti in un intricato arazzo di interventi, tra fasi più lente e riflessive e parti più rabbiose, interpretate con personalità da Hammill; il tutto si sublima poi nei due ritornelli, caratterizzati da una melodia meravigliosa, epica, solenne, celestiale, che si libra nel futuro cosmico immaginato dalla band. Il ritornello finale rimarrà uno dei più elevati testamenti lasciati da Hammill e soci alla musica rock: "believing that what waits for us is the cosmos compared to the dust of the past - in the death of mere humans, life shall start!"

Inutile dire che non potete dire di sapere cosa sia il progressive degli anni '70 senza conoscere a memoria questo disco.

- Prog Fox

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