sabato 4 aprile 2026

Led Zeppelin: "Presence" (1976)

"Presence", settimo album in studio dei Led Zeppelin, veniva pubblicato il 31 marzo del 1976 in America e il 2 aprile successivo nel Regno Unito. Il disco usciva in un momento di difficoltà del gruppo: Robert Plant incide l'album in sedia a rotelle a causa di un incidente stradale, e l'atmosfera di trionfo dei primi anni sta lasciando il posto a una crisi senza fine.



(disco completo qui: "Presence")

Il 5 agosto del 1975, Robert Plant subisce un terribile incidente automobilistico che impedisce la partenza di un tour mondiale dei Led Zeppelin e costringe il cantante a una lunga degenza. Quando le sue condizioni di salute migliorano, Jimmy Page va a trovarlo e i due scrivono insieme un blocco di canzoni che costituisce l'ossatura di un nuovo album in studio. Il bassista John Paul Jones e il batterista John Bonham arrivano dopo, giusto per completare gli arrangiamenti e incidere; non a caso si tratta del lavoro più monotono e monolitico del quartetto inglese. Non a caso, "Presence" ospita in copertina la foto di un piccolo, inquietante monolite nero.

L'album è cupo, monotono, granitico, in gran parte monocorde. Si tratta del lavoro più anonimo dei Led Zeppelin: si possono ascoltare anche cinquanta volte le tracce dell'album, ma è veramente difficile ricordarsi di "For your love", "Royal Orleans", "Candy Store Rock", "Hot on to nowhere", o di separare le une dalle altre. La conclusiva "Tea for one" è la pallida eco dei blues dei primi tre album. Il disco non ha una tastiera né una chitarra acustica, se non una delle chitarre ritmiche di "Candy Store Rock". L'atmosfera è sofferta, traspaiono una pena e una angoscia quasi à la Munch dalle musiche, ma anche l'angoscia è l'ombra di una angoscia, così come questi brani sono più ombra di canzoni che canzoni vere e proprie. Plant sta male, Bonham e Page stanno male, dopo anni di abusi; il disco deve essere inciso e missato a una velocità folle, con Page e il tecnico del suono Keith Harwood che devono lavorare 18-20 ore al giorno, fino all'esaurimento, per riuscire a finire tutto prima dell'arrivo ai Musicland Studios di Monaco dei Rolling Stones che dovevano occuparli per il loro "Black and Blue". Dopo tutti i trionfi, tutto il malessere sembra quasi segnalare che la maledizione di Robert Johnson, la maledizione del diavolo che regala ai musicisti blues la capacità di suonare in cambio dell'anima e di una vita breve, stia venendo a estorcere il suo tributo.

Due canzoni fanno eccezione, riuscendo ad alzarsi dalla media dimessa e dallo sguardo spento del disco: l'hard rock nevrotico di "Nobody's fault but mine", con un cantato nervoso e asimmetrico di Plant, anche protagonista di una incisiva prova all'armonica, e soprattutto "Achille's Last Stand", dieci minuti di cavalcata epica da far rabbrividire, una delle più grandi interpretazioni vocali di Robert Plant, unita alla mostruosa ritmica di Bonham e di Jones (qui al basso a otto corde) e alle incredibili sovrapposizioni di chitarre elettriche di Page, una delle massime esibizioni della carriera del gruppo stesso, promessa non mantenuta di grandezza posta a inizio di LP.

Le vicende degli anni successivi non faranno che confermare l'atmosfera disperata del disco. Nel 1977, Karac, figlio di cinque anni di Plant, morirà per una infezione allo stomaco. Page scivolerà sempre più nell'eroina, mentre Bonham nella cocaina e nell'alcool. La maledizione del blues sta per colpire ancora.

- Prog Fox


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