mercoledì 29 aprile 2026

Stian Westerhus: "Amputation" (2016)

Norvegese, classe 1979, Stian Westerhus è indubbiamente uno dei nomi di spicco della chitarra sperimentale dell'ultimo decennio. Diplomato in jazz al conservatorio di Trondheim nel 2005, ha iniziato a suonare con i Puma prima di intraprendere una carriera solista che giunge con "Amputation" al suo quarto titolo.



(disco completo qui: "Amputation")

Norvegese, classe 1979, Stian Westerhus è indubbiamente uno dei nomi di spicco della chitarra sperimentale dell'ultimo decennio. Diplomato in jazz al conservatorio di Trondheim nel 2005, ha iniziato a suonare con i Puma prima di intraprendere una carriera solista che giunge con "Amputation" al suo quarto titolo.

L'album, interamente registrato da Westerhus alla chitarra, con l'ausilio solo di una drum machine, ci mostra il musicista norvegese alle prese con suoni alieni, spesso inquietanti lamenti ultraterreni, più raramente cascate di feedback dolorosissimo, ai quali accompagna un falsetto sussurrato ed etereo, per un risultato complessivo di rara efficacia.

"Kings never sleep" apre l'album regalandoci già la traccia di quel che sarà tutto il disco, che prosegue efficacemente sia con la marittima, notturna "Sinking ships", tremenda visualizzazione in note di un naufragio, sia con "How long" (https://www.youtube.com/watch?v=hn5b0DQ-TEI), in cui la chitarra tesse un tema che ricorda certe ordalìe elettroniche dei Depeche Mode, prima che Westerhus passi a una disturbante sezione alla Psycho con i violini emulati dalla sua sei-corde.

Le due parti di "Amputation" abbandonano le atmosfere più eteree per sfruttare al meglio le distorsioni dello strumento, con vere e proprie esplosioni di feedback devastante che sezionano le possibilità più estreme dell'amplificazione in modo talmente doloroso da esplicarne magistralmente il titolo scelto. Convince meno la seconda metà del lunghissimo (9'50'') brano, che riprende in modo meno efficace la scelta di desolazione sonora così magistralmente perseguita nella prima metà del disco; la seconda "Amputation", che si limita a 4' di noise estremo, ci pare più riuscita nonostante l'andamento più granitico e l'estrema difficoltà dell'ascolto.

Le due "Amputation" sono intervallate da una canzone come "Infectious Decay" (con una ospite femminile non accreditata), dal tema talmente brillante che, con un arrangiamento pop, avrebbe potuto essere un successo degli Eurythmics; ma forse PROPRIO la sua astrattezza gli conferisce una carica drammatica tale da renderla una delle perle dell'album.

Nel complesso, sei tracce per 39 minuti che, tolto qualche momento perfettamente perdonabile, si mantengono quasi sempre di altissimo livello. Ancora una volta si dimostra quanto la temperanza sia una dote che molti artisti dovrebbero frequentare abitualmente. Stian Westerhus con "Amputation" ci regala certamente una delle pagine più sublimi della musica di quest'anno.

- Prog Fox

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