martedì 28 aprile 2026

Tool: "10,000 Days" (2006)

Esce vent'anni fa oggi "10,000 Days", quarto album in studio dei metallari americani Tool. Il disco debutta al #1 nelle classifiche americane, vendendo mezzo milione di copie durante la prima settimana di uscita, e piazza tre singoli nella top 10 americana ("Vicarious", "The Pot" e "Jambi"). Disco clamoroso, segnerà anche una lunghissima pausa nelle pubblicazioni del quartetto: il loro quinto album, "Fear Inoculum", arriverà solo nel 2019.



(disco completo qui: "10,000 Days)

Laddove l'estetica metal pone croci, pentacoli, simboli marziali i Tool collocano le spire della mente umana, i ventricoli del cuore, le vene dei polsi. La band di sua maestà triste, del pale king Keenan ha esplorato con "Lateralus" la ragione che conduce alla follia, la razionalità numerica e aritmetica che porta all'oblio e al dissolvimento. Ora, con "10000 Days", lo specchio cambia orientamento e dell'uomo si esplora la sfera affettiva, non più solo quella di animale (ahilui) intelligente. 10,000 giorni , va subito detto, di dolore e di lacerazione. Keenan dedica lacrime e sangue al rapporto con la madre, ai suoi 27 anni di malattia e sofferenza: non retoricamente ma con estrema consapevolezza di quanto preso e dato, di quanto perso e guadagnato.

"Vicarious", ennesima meraviglia di geometrica perfezione, squarcia subito il sipario di questa resa dei conti. Un beffardo "lalalala" conduce al climax del brano, un violento e rullante urlo munchiano che mostra di nuovo e senza pudori le ferite dell'animo di JMK. Un passaggio poi nelle tribalità simmetriche di "Jambi", classica suite Tool, e si è nel cuore del disco: la confessione si fa esplicita, le suture saltano. "Didn't have a life. But surely saved one" è il verso che sigilla il senso dell'opera. "Wings for Marie", "10000 Days" e "The Pot", tra temporali e impennate adrenaliche, sono la seduta di autocoscienza necessaria a prendere commiato ("10,000 days in the fire is long enough / You're going home"). Il mantra di "Lipian Conjuring" è il ponte di passaggio alla seconda parte del disco: la minimale ed inquietante "Lost Keys" fa da introduzione a "Rosetta Stoned", pezzo puramente heavy (la transizione richiama i fasti di "Parabol/Parabola").

In "Intension" riappare ancora il tema del rapporto carnale con madri e padri, "Right in two" è una affascinante e preziosa ballad (con classica impennata finale, siamo dalle parti gloriose di "Schism") in cui ancora si parla di divisioni e distanze. Il congedo è in "Viginti tres", mix di suggestioni e citazioni ad uso dei più appassionati esegeti dei nostri.

Il viaggio termina, il sipario cala, si resta (da tempo immemore ormai!) in attesa di sapere quali altri binari del male di vivere saranno percorsi da questi cavalieri della psiche.

- il Compagno Folagra

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