Dopo molti anni di attività underground in quel di Phoenix, Arizona, con pubblicazione di demo, singoli e split, e uno scioglimento durato quattro anni, al termine dei quali hanno cambiato formazione e si sono spostati a Portland, Oregon, i Graves at Sea giungono al loro vero e proprio debutto discografico con questo "The Curse That Is", all'insegna di un metal le cui coordinate polari sono sludge e doom.
(disco completo qui: )
Dopo molti anni di attività underground in quel di Phoenix, Arizona, con pubblicazione di demo, singoli e split, e uno scioglimento durato quattro anni, al termine dei quali hanno cambiato formazione e si sono spostati a Portland, Oregon, i Graves at Sea giungono al loro vero e proprio debutto discografico con questo "The Curse That Is", all'insegna di un metal le cui coordinate polari sono sludge e doom.
L'album è indubbiamente valido: buone le composizioni, eccellente il cantante Nathan Misterek, buona la ritmica del batterista Bryan Sours, che ha anche un suono poderoso e molto 'organico', che nulla concede a certe produzioni para-elettroniche o eccessivamente compresse.
L'unico problema, come talvolta avviene in questo genere, è la lunghezza eccessiva: non solo i brani sono gargantueschi e pesanti come godzilla, ma durano uno squanterno; e il disco nel suo complesso tocca i 75 minuti di durata.
Allo stesso tempo, però, la compattezza e la potenza della band (e la capacità di variare con intelligenza all'interno di un genere abitualmente ben più statico, per esempio grazie al violino di Alex Carlson) non si confanno a un ascolto spezzettato delle tracce. Quindi?
Beh, a chi adora il genere, ascolto consigliatissimo. Per tutti gli altri forse il suggerimento è partire dall'ottimo quartetto centrale: "Tempest", "The ashes make her beautiful", "This mental sentence", "The Waco 177". Se vi appassionate, allora sentitevi anche tutto il resto.
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