Venerdí 20 marzo vedeva la luce "Movin'", quarto album in studio della belga Selah Sue in collaborazione con il duo dei Galland, formato da padre e figlio jazzisti. Il disco arriva a pochi mesi di distanza dal live "As One", registrato nella natia Leuven. L'uno-due di questi lavori ci racconta di un'artista tanto anticonformista quanto orecchiabile, incredibilmente talentuosa, ancora semisconosciuta al di fuori dei paesi francofoni.
(Per ascoltare il live --> "As One")
(Per ascoltare l'album in studio --> "Movin'")
Giostrarsi con problemi di salute mentale e problemi di cuore allo stesso tempo é giá un casino di ordine superiore in circostanze normali, figuratevi in questi tempi di merda (tempi violenti, direbbe una collega della protagonista di oggi). La depressione, la difficoltá a trovare amore per sé, non puó che essere esacerbata da un mondo (o magari solo un continente, non sono uno storico) che sembra, ormai anche ad osservatori distratti, un po' in difficoltá. La tentazione di chiudersi a riccio, abbandonando il momento presente in favore di fantasie o altre oasi piú o meno artificiali, puó farsi davvero forte. E la sfida, per qualcuno che soffre ma ha anche qualcosa da dire, é rimanere fedele alla propria voce e dirlo, forte e chiaro, con il cuore ancora pulsante, sanguinante, in mano. Signore, signori e altrə, un bell'appluso per Sanne Putseys, in arte Selah Sue.
E chi scrive deve combattere esso stesso con due diversi tipi di imbarazzo: il primo, quello di parlare di un'artista che in Italia é largamente sconosciuta: la pagina wikipedia é striminzita e non viene aggiornata dal 2017, i siti specializzati poco o nulla hanno recensito dei suoi lavori, l'attivitá live nel "bel Paese" é ridotta all'osso. Il secondo, quello di dover ammettere che negli ultimi due mesi, Selah Sue é stata nei miei pensieri piú di qualunque altro artista e, per larghi tratti di Febbraio e Marzo, questa bionda belga é stata un'ossessione totalizzante... e a me la birra nemmeno piace!!!!1!!
(perdonatemi)
I primi tre dischi di Selah Sue sono tre distillati pop di superba eleganza, tre fragranze diverse create da una profumista geniale: immediati e ballabili, immediatamente memorabili pur sfoggiando per larghi tratti un livello di sofisticazione - sonora, compositiva, di arrangiamento - assolutamente non banale. Canzoni splendide che si muovono aggraziate tra reggae e soul, jazz e hip hop alla maniera di Banks, vantando allo stesso tempo un tiro e un'attitudine rock, oltre ad una voce, degna di una Amy Winehouse che sceglie la terapia invece dell'automedicazione. E le tre boccette tutte contengono un profumo profondamente diverso: dal soul-pop fresco e vivace dell'esordio eponimo, alle spezie elettroniche del meraviglioso seguito "Reason", fino allo psicodramma etereo di "Persona", che se ignorare la musica bella fosse un crimine sarebbe la prova regina che ci incrimina tutti, visto lo scarso riscontro commerciale avuto. Dal tour di "Persona", e qui siamo alla cronaca semi-recente, uscirá lo scorso dicembre il doppio album live "As One": epitome di strepitositá, pietra miliare di una carriera, capolavoro, patrimonio intangibile, fonte di luce e calore, di nuovo capolavoro. Di cui adesso vi beccate una recensione cosí, alla chetichella, a tradimento, de botto senza senso vieppiú.
"As One" immortala l'esibizione di Selah Sue con la sua band nella natía Leuven, nella parte fiamminga del Belgio. Accompagnata da una band di cavalli di razza (Joachim Saerens, tastierista arrangiatore e compagno di vita, Klaas de Somer alle pelli, Dries Laheye alla bassa, Dries Hendrikx alla chitarra, oltre alla meravigliose coriste Judith Okon, Stefy Rika e Sarah Devos), Selah Sue porta sul palco una selezione delle sue canzoni (con enfasi sulle hit, e non ci si lamenta) eseguite senza fronzoli, senza gli atteggiamenti da diva algida di tante sue colleghe (anche bravissime e molto amate da chi scrive, senza voler fare St VinceVOLEVO DIRE, senza fare nomi). Qui c'é una donna fatta di carne ed ossa, la cui voce, semplicemente speciale, ci grazia cantando con un cuore pulsante in mano, supportata da una band che si fa sentire senza mai prendersi la scena. Si parte a marce basse, con i mid tempo "This World" (bellissima) e "On the Table", poi il motore comincia a ruggire con la splendida "Raggamuffin". Da qui in poi solo cose belle: "I Won't Go For More" e "Twice a Day" (quest'ultima conclusa da uno strepitoso assolo di basso) fanno la rima tra malinconia ed energia, e poi peró "All The Way Down" ci precipita in un blues rock dal pathos drammatico (e da un altro assolo strepitoso, stavolta di chitarra) e subito dopo "Harley Davidson" ci fa transitare per territori industrial/stoner. Ci sará spazio per mini-rave sudatissimi in coda a "Pills" e alla conclusiva "Falling Out", per ballate che fanno piangere tanto come "You (For Luca"), earworm saltellanti e coinvolgenti che quasi non sembrano malinconiche come "Alone" e "Together", canzoni un po' zarre tipo "Kingdom" che peró amiamo lo stesso, canzoni molto drammatiche quasi Muse-esche tipo "Right Where I Want You" che ovvimente amiamo (l'assolo strepitoso qui viene assegnato alle tastiere) e appunto il finale, denso ed energetico fino a sfociare nella techno, di "Falling Out". Spartaco vostro ricorda pochi casi di tale convolgimento in un album live, specie di qualcuno che non fosse giá stabilmente sui suoi radar, specie di una cantante che fa, almeno nominalmente, il pop moderno e non qualche forma di rock piú o meno alternativo. Se grandi canzoni e grandi performance garantissero il successo, Selah Sue avrebbe preso in ostaggio tutti i palazzetti d'Europa da anni. E invece ad oggi rimane un'artista relativamente di nicchia, confinata ai territori francofoni e poco oltre.
E qui torniamo a settimana scorsa, a Selah Sue che per il quarto disco entra in societá con i Gallands, padre e figlio jazzisti (batterista e pianista rispettivamente) e, invece di tentare di arruffianarsi quella foresta di teste di cazzo che noi esperti con il bagaglio tecnico chiamiamo "il pubblico" inseguendo un successo commerciale incerto, ci dona trentasei minuti per undici canzoni di jazz-rock pieno di ritmi sbilenchi, nervosismo progressivo e bile post-grunge. ascoltate "Ready to Play", "Guiding You" o la title track per avere un campione di questo suono rabbioso pur senza distorsori e con una produzione ridotta all'osso in termini di strumenti presenti (al limite qualche suono elettronico aggiunto, e il basso di Federico Pecoraro). Anche quando il brano é piú orientato al pop, tipo "You&Me" o "Guiding You", rimane l'elettricitá di un drumming mai banali e di melodie elaborate e sorprendenti. E quando si vuole aggiungere di piú, ci si mette una sezione d'archi come in "Rise As One". E ció che non vi abbiamo direttamente menzionato non é meno interessante, anzi vogliamo evitare gli spoiler per questa chicca di disco. Dei Gallands conosco poco, ma ai rispettivi strumenti fanno il bello e il cattivo tempo, creando un'atmosfera davvero peculiare.
Un'artista che ha scritto almeno una dozzina di potenziali megahit radiofoniche (e che se fosse americana sarebbe considerata una semidea) decide di mandare al diavolo l'industria discografica nel suo complesso e pubblica un album impossibile da collocare nelle asfittiche categorie di oggi, senza alcun supporto major. Un album bellissimo e difficile, commovente nella sua ambizione, intelligente anche nei testi (non ne abbiamo parlato ma Selah Sue col cuore in mano ci scrive, oltre che cantare). La risposta ai guai, alle difficoltá, allo sconfinato deserto puntellato da cactus di gesucristo della realtá quotidiana di questi anni, per Selah Sue é onestá senza compromessi, libertá di fare un po' quel cazzo che le pare, e un contatto continuo con la propria veritá. Due capolavori nel giro di tre mesi e mezzo chi li aveva pubblicati prima di oggi?
- Spartaco Ughi
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