Usciva il 20 febbraio di trent'anni fa "Murder Ballads", album di Nick Cave & the Bad Seeds.
(qui il disco completo: "Murder Ballads")
La fascinazione dell'australiano Nicola Caverna per la morte è sempre stata evidente nella sua lunga carriera; ma raggiunge il suo culmine in questo disco di country blues moderno che sa di western crepuscolare e di corpi esposti a seccarsi al sole, presto preda di uno stormo di avvoltoi.
La musica di Cave e dei suoi sei ragazzi è essenziale e totalmente focalizzata sul ruolo di atmosfera, un sofisticato contorno alle declamazioni sempre più verbose del cantante, che racconta nove storie di omicidio e morte (due delle quali tratte da ballate tradizionali) e poi chiude l'album con la pensosa cover di una meditazione di Bob Dylan sul tema dell'aldilà.
Il brano che diede l'idea al buon Nick fu l'infinita cavalcata di "O'Malley's Bar". Registrato da una versione ultra-scarna della band (Nick al piano, Mick Harvey al basso, Conway Savage all'organo, Thomas Wydler alla batteria), fu scritta all'epoca di "Henry's Dream" (1992) ma non utilizzato perché estraneo ai temi del disco. La musica si conduce in modo minimalista per quattordici minuti, lasciando che al centro dell'attenzione stia solo Cave. Il protagonismo morboso del leader è insieme il pregio e il limite dell'operazione: con melodie meno immediate e una band meno capace di muoversi in spazi esigui con gusto e precisione, l'architettura crollerebbe su se stessa. Eppure, tutto si sorregge su un equilibrio di cui per una volta ci consentirete di rendere merito più ai suoi compagni di avventura che non al regista del viaggio stesso.
Pezzo forte del disco il singolo "Where the wild roses grow", duetto con Kylie Minogue che spopolò nelle classifiche di mezzo mondo; ma notevole anche un altro duetto, quello di "Henry Lee", con PJ Harvey, all'epoca, secondo il gossip di terza mano che ci passa wikipedia, compagna del cantante.
La musica di Cave & soci guarda alle coordinate usuali: un blues moderno, spesso country-ficato, se non quasi country & western vero e proprio (come nella sguaiata "The Curse of Millhaven", tratta dai racconti di Peter Straub, ambientati nella cittadina ispirata alla Milwaukee di happydaysiana memoria).
Il disco si sorregge alla grande sulla capacità del gruppo e del cantante di variare sensibilità e tipo di emozione in maniera pressoché infinita sul tema dell'omicidio in chiave blues - sanno essere commoventi ("Death is not the end", "Where the wild roses grow"), morbosi ("Song of Joy", forse il capolavoro dell'album), apocalittici ("O'Malley's Bar"), dissacranti ("The Curse of Millhaven"), onirici ("Crow Jane"), solo apparentemente entro coordinate ristrette, che a un ascolto più attento rivelano una gemma dopo l'altra negli arrangiamenti (l'uso del corale in "Death is not the end", l'introduzione alla Angelo Badalamenti di "Crow Jane", la citazione di "Profondo Rosso" in "Song of Joy").
Il disco è un monumento alla capacità di concentrare un tema in un'opera totalmente focalizzata; e ha un inquietante fratello spirituale in un altro disco del 1996, la colonna sonora del film "Dead Man" di Neil Young. Due album che, peraltro, guardano con un approccio incredibilmente sereno e coraggioso, pur nella difficoltà del tema trattato, senza mai paura, al rapporto fra l'uomo e la morte.
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