venerdì 27 febbraio 2026

Neil Young: "Dead Man" (1996)



Di questo film circolare come la vita inizialmente non ci doveva essere una colonna sonora di Neil Young. Jarmusch aveva considerato di rivolgersi ai due restanti Nirvana, Dave Grohl e Krist Novoselic.

Poi capitò un concerto dei Crazy Horse nei pressi della zona delle riprese e Jarmusch e compagnia vi andarono e lì l'idea balenò reale, perché Jim e Neil parlando trovarono un gran bel terreno comune.

Ma pur entusiasta del progetto e tutto, anche secondo Neil non ci sarebbe dovuta essere una sua colonna sonora: "I told Jim Jarmusch 'This is a classic, You don't even need a soundtrack! This could be a silent movie and still be a classic. You can't mess with this movie, it's a great movie' and he said 'I relly want You to play' and so I did".

Sigla: https://www.youtube.com/watch?v=fi-S9lrnLZ8
(tema principale dei credits, assente nell'album; rilasciato come singolo. Chitarra acustica ed elettrica si amalgamano nel loro divergersi a rappresentare crude il quid di Neil che qualcuno ha provato a definire come "The sadness and anger that float eternal")

Jarmusch il film l'aveva scritto traendo ispirazione dagli psichedelici passaggi strumentali del Crazy Horse project, e Neil, in una mossa che sa di elevazione cubica decide che l'unico modo di creare la colonna sonora è lasciarsi a sua volta guidare dall'opera: si piazza in un magazzino di San Francisco con una trentina di televisori ognuno proiettante il film e comincia a improvvisare accordandosi alle immagini, alle atmosfere, a ciò che prova. Ripeterà l'operazione una seconda volta: "We did it twice and I just played all that live. We ended up using the end of the first one and the beginning of the second. And that was the soundtrack of the whole thing".

7 tracce strumentali, 6 di chitarra e una d'organo, intervallate da spezzoni di dialogo del film e poesie dell'omonimo del protagonista recitate da Depp (e sempre musicate sullo sfondo da Young). Neil varia, veleggia, sottolinea, amplia. Riverbera il bianco e nero, il dolore, la semplicità complessa di un road western interiore che si lascia immaginare metafora della vita stessa: William Blake è venuto al mondo (l'apparentemente progredita cittadina di Machine), sicuro di un posto, sicuro con quello di superare i propri mali, i propri problemi; ma il suo posto non c'è, non era poi così garantito e le speranze vanno in fumo; trovato un amore non cercato, verrà trafitto al cuore, letalmente. Una morte che s'instilla, un dolore da portarsi dentro. William dapprima nega la possibilità della sua dipartita eppure comincerà a sentirsi vivo e a rischiare la vita solo una volta accettatane l'idea. Seppur maturato, come nella vita, avanzerà senza sapere verso cosa, se non la fine del suo viaggio. Accompagnato, guidato dal suo amico indiano Nobody.

Certo c'è un'infinità d'altro: risate, malintesi, illuminazione o presunta tale, crudeltà, momenti solenni e tanta ingiustizia e tanta bellezza. Con sempre la musica che monta talvolta violenta, altre volte più tenue e malinconicamente, umanamente epica. Young riesce ad estendersi quanto la vastità del paesaggio, del concetto stesso che abbiamo del west e del suo orizzonte, rendendoci sonoramente tangibile la vita caduca di queste lande; il tutto senza perdere di vista il protagonista, il punto di vista umano (come in un momento, in Guitar solo No. 4, in cui si affianca ad un vento impetuoso e ne sfida la rabbia con la sua sei corde ruggente e dolente). Altre volte ancora ti circonda facendosi più intenso, denso e implacabile come la nebbia a Venezia; e te lo senti addosso e nelle ossa. Il suo stesso trasfigurare il tema principale è viaggio ed esplorazione. Non resta che guardare fuori dal finestrino e

"doesn't this remind you
of when you were in the boat?
And then later that night,
you were lying, looking
up at the ceiling,
and the water
in your head...
was not dissimilar
from the landscape,
and you think to yourself,
"Why is it that the landscape...
is moving,
but... the boat
is still?"

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