Usciva trent'anni fa oggi uno dei dischi più rappresentativi degli anni novanta, "Mellon Collie and the Infinite Sadness" degli Smashing Pumpkins.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/23hba7s2)
C'è un momento in "Muzzle" - ed è uno dei tanti momenti epici di "Mellon Collie" - in cui William Patrick Corgan prende respiro
dopo una delle ennesime calvalcate emotive ed elenca quello che il suo cuore e la sua mente "sanno".
Billy (noi) sa (sappiamo) esattamente dove siamo, il (non) significato del tutto, la nostra distanza dal sole.
E soprattutto: ci è nota la solitudine del cuore, ci è noto il vuoto della gioventù.
Nichilismo di maniera ed estetizzato?
Certo (e dove sarebbe la novità, poi?).
Ma anche splendida celebrazione del qui e dell'ora. Di quel momento in cui si è belli perchè disperati, fragili e - soprattutto -
giovani.
E chi scrive, infatti, pensa che proprio questa sia - a 30 anni dalla pubblicazione - la struggente cifra di questo mastodontico
e meraviglioso doppio album: un "cahier de doleance" sulla caducità e fragilità della gioventù, un grido di dolore verso
il mondo di vampiri che ci circonda, una goccia di splendore gettata sulla vacuità del tutto.
"Mellon Collie And The Infinite Sadness" è totalizzante nel suo essere pretenzioso, enorme, derivativo, strabordante.
Quello che succede quando partono le prime note del brano introduttivo, una semplice ed apparentemente innocua melodia accennata
al pianoforte, è un tatuaggio che resta sulla pelle, per sempre. E quando poi "Tonight Tonight" fa esattamente capire
a che gioco giochiamo - barocco, magniloquente, irripetibile - non è più possibile scappare dallo spettacolo ed abbandonare
la scena.
Gli Smashing cambiano pelle, ma poi quando appaiono sul palco con la loro potenza insensata ("Jellybelly", "Zero") ecco che
li riconosciamo e capiamo che da questo momento in poi potrebbero fare di noi quello che vogliono.
E lo fanno: "Bullet.." è il pezzo che Billy destina all'epopea, ai manifesti nelle camerette, all'estetica post-grunge.
La macchina gira a pieno ritmo ("the airplane flies high") e sa alternare tutte le marce possibili: dall'industrial di "Love"
al glam/dream di "Cupid" e "Muzzle", fino al quasi prog di "Porcelina".
L'intermezzo di "Take me down" potrebbe già avere saziato il cuore ma Billy e i suoi hanno ancora molte frecce all'arco.
Il primo pezzo del viaggio ci accompagnava dall'alba a tramonto mentre il tratto mancante ci porterà dal crepuscolo alla notte stellata.
E questo secondo nel pieno dei giri del motore: "Where the boys.." e "Bodies" sono un frullatore che senza soluzione di
continuità da prova di quanto granitico sia il muro del suono che la batteria di Chamberlin e il basso della mai troppo rimpianta
D'Arcy tessono e su cui si innestano le chitarre di Iha e Corgan.
La delizia della terna pop "33" e "Arms of Sleep" e "1979" è un preludio alla deflagrazione di "Tales of a Scorched Earth" e soprattutto
a "Thru the Eyes of Ruby", forse il brano più ambizioso e carsimatico dell'opera.
Nella durata dei suoi 7 minuti quello che vedono gli occhi di Ruby è stampato anche nel nostro sguardo: fragilità, tremori,
gioia dell'effimero (una nota, inoltre, sintomo dell'assoluto stato di grazia di Corgan: il bridge quasi buttato lì alla fine del pezzo avrebbe fatto la fortuna di chissà quante altre band...).
Dobbiamo tirare il fiato e la miracolosa "Stumbeline" ci riesce ma è una breve parentesi prima che "XYU" ci ributti - per l'ultima
volta - nel pieno del vortice.
Il secondo atto è quasi finito: i pezzi che ci portano alla fine dell'opera sono affascinanti instanteee glam-rock in cui
specchiarsi un ultima volta prima dei saluti.
"Farewell and goodnigh" ci accompagna alla chiusura del sipario: la scintilla del cuore giovane ("better to burn out") è accesa
per durare. Almeno nella nostra memoria, almeno nella nostra volontà di attaccarsi ad essa e al momento in cui "our lives were forever
changed".
- il Compagno Folagra
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