Esce cinquant'anni fa oggi "Wish you were here", album dei Pink Floyd e secondo disco di quella che potremmo chiamare trilogia dell'alienazione (formata da "the Dark Side of the Moon", "Wish you were here" e "Animals"). Disco della consacrazione dopo l'enorme successo di "the Dark Side of the Moon", conferma il gruppo come una delle realtà del rock più importanti e note del secondo Novecento. Il valore artistico dell'opera, poi, non si può mettere in discussione.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/5ahfutbb)
Questo disco è il simbolo della fine di un'era, quella del progressive rock. Per quanto anche dopo ci siano stati dischi meravigliosi del genere, questo è il canto del cigno del progressive classico, dell'era 1969-1975 aperta da "In the court of the crimson king". "Wish you were here", dedicato al loro ex-compagno Syd Barrett, è infatti un canto di addio dei Pink Floyd all'innocenza, ma anche l'ultimo vero disco dei Floyd come gruppo - dopo, Wright sprofonderà nell'abuso di cocaina e inizierà la lotta fra il bassista-cantante Roger Waters e il chitarrista-cantante David Gilmour per il possesso della band. Dopo, il progressive rock verrà derubricato a musica per dinosauri, e arriveranno il punk e la new wave.
Gabriel ha lasciato i Genesis, tante band dei sessanta si stanno sciogliendo o stanno piombando nella confusione e nella crisi creativa, e presto tanti marchi di primaria grandezza - dagli Emerson Lake & Palmer ai Van der Graaf Generator, dai Caravan ai Gentle Giant, chiuderanno i battenti. La capacità visionaria dei Pink Floyd sta anche in questo - nel cogliere l'alienazione e la fine di un'epoca - la Summer of Love, gli hippie, la controcultura - che si è involuta tra crisi economica, cocaina ed eroina, fino a diventare una distopia cupa e desolata, mentre austerity, terrorismo, disoccupazione e scioperi lacerano l'Europa. Quando si chiudono le note dell'ultima parte di "Shine on you crazy diamond" nell'ultima facciata, l'unica cosa che resta agli ascoltatori è chiudersi nei condominii-tomba immaginati nella letteratura distopica di JG Ballard, oppure la rivoluzione punk. I testi, a tratti terribili nella loro lacerante visione della società, sono di Roger Waters, ormai anima ideologica del complesso, ma le musiche firmate e arrangiate dal complesso mostrano ancora un gruppo coeso dietro all'idea ispiratrice, con Wright e Gilmour nella parte dei leoni nel tratteggiarle e arrangiarle, in una singolare e perfetta compenetrazione tra parole e suoni.
La genesi dell'album non è affatto facile. Il gruppo, da sempre interessato alla sperimentazione, non vuole semplicemente ripetersi e fornire agli ascoltatori un "the Dark Side of the Moon parte seconda". Così nasce l'idea di realizzare un disco di musica concreta usando solo strumenti improvvisati come bicchieri, un basso ricavato da un manico di scopa, e così via. La cosa risulta però ostica e non sembra produrre risultati apprezzabili. Pertanto si decide di tornare ai vecchi modi di scrivere canzoni, asciugando ancora di più il suono rispetto all'album precedente e creandone una versione algida e tecnocratica, in cui gli unici elementi di conforto e umanità sono le voci umane e la chitarra calda ed espressiva di David Gilmour.
In un certo senso, l'album prosegue lì dove si era interrotta "Time" (canzone tratta da "the Dark Side of the Moon") con la sua 'quiet desperation'. Il disco, pur non mancando di momenti di rabbia pura e intensa, come "Welcome to the Machine" e "Have a cigar", è certamente dominato da un senso profondo di sconforto, che occasionalmente riesce a trasformarsi in una malinconia senza speranza, come nelle parti cantate di "Shine on you crazy diamond", suite in due parti che apre e chiude l'ellepì ed è un tributo all'amico Syd Barrett, un tempo leader del gruppo e ormai perduto da anni tra LSD e malattia mentale. Appare come un contrappasso tragico, oppure una coincidenza beffarda, che Syd stesso, ingrassato, rasato completamente a zero, si presenti negli studi di registrazione di Abbey Road mentre il gruppo sta lavorando proprio all'opera dedicata a lui. Ci vorranno parecchi minuti prima che i suoi vecchi compagni di viaggio lo riconoscano, rimanendone sconvolti. L'assolo di chitarra di David Gilmour all'inizio della prima parte, e in particolare le quattro note di apertura della chitarra, resteranno uno dei momenti più luminosi e memorabili della carriera dei Pink Floyd. E non va trascurato l'eccellente contributo al sax dell'amico Dick Parry, che era già apparso con gran merito su varie tracce dell'album precedente.
"Welcome to the Machine" è il culmine invece della parabola tecnocratica dei Pink Floyd e uno dei momenti più sublimi della capacità di arrangiatore di Richard Wright, tastierista il cui contributo compositivo si svolge soprattutto nella suite sopracitata, ma che lungo tutto l'album da prova di un buon gusto e di una abilità nel tessere suoni e connettere sezioni musicali davvero straordinaria. Si tratta dell'ultimo disco in cui Wright avrà un ruolo rilevante, oltre che il primo in cui non canta una traccia da solista - durante le registrazioni del successivo "Animals", tra divorzio, abuso di sostanze e intimidazioni di Waters, Wright inizierà una profonda crisi artistica.
La sarcastica "Have a Cigar" contiene in nuce tematiche che saranno poi sviluppate in "The Wall", come il rapporto distorto dell'artista con il mondo discografico, con un testo che rievoca esperienze dirette della band ("by the way, which one is Pink?") e frasi stereotipate dell'industria ("we're gonna make it... if we all pull together as a team"). Il pezzo è cantato in modo incisivo dall'amico cantautore folk-prog Roy Harper, e ospita la tagliente chitarra di Gilmour e una grande prova del sempre sottovalutato Mason alla batteria.
La ballata "Wish you were here", forse la canzone più famosa dei Pink Floyd assieme a "Another Brick in the Wall, part II" (1979), offre forse l'unica chiave di speranza e di umanità dell'album, una speranza da ricercarsi in un passato più semplice e felice, prima che il bassista Roger Waters (autore delle liriche) e Syd Barrett scoprissero di essere solo 'fish in a bowl', pesci in una vasca. Ironicamente, Waters mostra una via d'uscita dall'alienazione e dallo sconforto nell'amicizia e negli affetti, proprio mentre il gruppo inizia una parabola di decadenza e dissoluzione dei legami umani fra loro stessi da cui non si riprenderà mai.
"Wish you were here" è uno dei migliori album dei Pink Floyd e del rock progressivo britannico, della cui fase tradizionale rappresenta probabilmente l'ultimo capolavoro. Il disco sarà incredibilmente influente, soprattutto per le sue aperture melodiche e per la sua produzione, sulle sonorità di gran parte del rock progressivo della seconda metà degli anni settanta, tanto in patria, dall'Alan Parsons Project ai Camel, quanto nel resto d'Europa, dagli Asia Minor agli Eloy.
- Prog Fox
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