giovedì 3 luglio 2025

Verve: "A Northern Soul" (1995)

Esce il 3 luglio di trent'anni fa "A Northern Soul", secondo album degli inglesi Verve, fra i gruppi più significativi del brit-pop. L'album vende bene (#13 in classifica) ma è lontano dagli esiti commerciali delle band più famose come Oasis, Blur, Pulp e Suede, forse per l'assenza di singoli facili e orecchiabili. Resta un disco coraggioso e iconoclasta, che merita un ascolto attento.



(disco completo qui: https://tinyurl.com/yxxwfpts)

Nella metà degli anni '90 la scena rock britannica era in pieno fermento. Il movimento Britpop dominava classifiche e copertine, trainato dagli eterni rivali Oasis e Blur, mentre la precedente ondata neo-psichedelica stava fortunatamente scemando. In questo eccitante contesto, nel giugno 1995 i Verve pubblicano il loro secondo album “A Northern Soul”. Come spesso succede con i figli, il primo e l’ultimo sono quelli che ricevono le maggiori attenzioni, mentre il figlio di mezzo rischia di essere messo da parte; ma è quello che poi riserva le sorprese migliori. Questo incompreso (all’epoca) secondo disco è destinato a segnare una svolta importante per la band. Più cupo, viscerale e personale rispetto all’esordio, tristemente ignorato dal pubblico, ed infine fagocitato dai giganti del Britpop e dalle vicissitudini interne del gruppo. Nel 1993, quando i Verve debuttarono con “A Storm in Heaven”, il panorama alternativo inglese vedeva convivere il rock psichedelico e il nascente Britpop: una risposta saccente e distaccata al morente grunge americano. “A Storm in Heaven” era un viaggio sonoro etereo, le immancabili chitarre sognanti e i riverberi ipnotici, distante anni luce dai gusti mainstream. Senza alcun dubbio furono i fratelli Gallagher a sparigliare le carte con il loro album di esordio “Definitely Maybe”, alzando nettamente l’asticella per tutte le altre band emergenti. I Verve si erano incrociati con gli Oasis già nel 1993 (invitati dalla giovane band di Manchester ad aprire alcuni loro concerti, pensate che roba) e tra Richard Ashcroft e Noel Gallagher era nata una sintonia particolare, unita ad una sincera rivalità amichevole. Non a caso la title track “A Northern Soul” venne scritta da Ashcroft proprio come omaggio reverenziale all’amico Noel, che rispose dedicando “Cast No Shadow”.

Abbandonate in massima parte le atmosfere soffuse e oniriche, i Nostri imboccano un sentiero più solido e orientato alla forma-canzone, con un taglio rock tradizionale, strutture più compatte e melodie a tratti persino orecchiabili (era ora!). La produzione, affidata sapientemente a Owen Morris (artefice del suono travolgente degli Oasis), risulta più rifinita e potente rispetto al passato, con un sound grandioso ma anche diretto. La band sembra voler allargare la propria tavolozza sonora: oltre a voce, chitarra, basso e batteria compaiono pianoforte, tastiere, sintetizzatori e percussioni suonati dagli stessi membri, segno della volontà di arricchire gli arrangiamenti. Se “A Storm in Heaven” era una sorta di trip escapista fatto di echi fluttuanti, “A Northern Soul” è invece un’opera squisitamente terrena, che offre sentimenti grezzi e autentici. Al centro di “A Northern Soul” spicca la figura carismatica di Richard Ashcroft, con le sue doti di compositore e la sua visione artistica; se nell’esordio la sua voce galleggiava nell’impasto sonoro, ora invece conquista di diritto la scena con emozioni potenti e private. Reduce dalla fine turbolenta di una relazione durata sei anni, Richard porta nei nuovi brani tutta la sua vulnerabilità ed il proprio tormento interiore, cantando di amori perduti, solitudine, ricerca di senso e redenzione personale, con una sincerità inedita. Il disco è di fatto un concept, un viaggio attraverso le varie sfaccettature dell’anima di un ragazzo inglese che vive ai margini: dalla sofferenza all’euforia, dall’arroganza alla speranza.

Fin qui, sulla carta, tutto bene… ma non esiste un album Britpop anni ’90 partorito in epidurale. Le sessioni di registrazione dell’album sono ricordate da tutti i presenti come un turbinio di eccessi, creatività febbrile e conflitti personali. I Verve trasformarono lo studio in una sorta di club notturno perennemente attivo: musica a volume alto 24 ore su 24, luci soffuse, e un flusso costante di ispirazione alimentata da massicce dosi di ecstasy. Si racconta che i primi quindici giorni furono un unico lungo party sotto acido, durante il quale la band incise fino a 15 pezzi in uno slancio di produttività sfrenata. Tuttavia, col passare delle settimane, questa atmosfera fuori controllo iniziò a presentare il conto: le tensioni latenti tra i membri riesplosero, complici anche gli orari folli (McCabe, che teneva famiglia, voleva lavorare di giorno mentre gli altri vivevano di notte) e gli eccessi che logoravano il fisico e la mente. Il produttore Owen Morris dovette faticare non poco per tenere insieme i ragazzi, ma anche lui stremato dalle droghe e dal casino imperante, andò fuori di testa fino a rompere con un pugno una vetrata della sala di regia, dopo aver completato le registrazioni di “History”. Ordinaria amministrazione del Britpop, io la vedo così. Ma ora veniamo ai brani dell’album.

“A New Decade”, posta in apertura, suona come un manifesto: “una nuova era” annuncia Ashcroft. Subito dopo esplode “This Is Music”, brano che trascina l’ascoltatore in un vortice di chitarre euforiche e attitudine ribelle. La traccia è introdotta dal riff graffiante e acidulo di Nick McCabe, a cui fa eco la voce adesso sicura e protagonista di Ashcroft, che fin dal primo verso lancia il guanto di sfida: “I stand accused just like you, for being born without a silver spoon”. Attacco diretto e politico alla società classista. Il ritornello è altrettanto iconoclasta: “If love is a drug, then I don’t need it”. Ciaone proprio a “Love Is the Drug” dei Roxy Music. “This Is Music” è rock allo stato puro: immediato, serrato, intriso di quella spacconeria tipica del Britpop, sempre venata di disillusione. Ancora oggi, il brano conserva tutta la sua carica e suona come un inno alla potenza stessa della musica.

Di tutt’altro registro è “On Your Own”, il secondo singolo estratto dall’album. Dopo le travolgenti scariche elettriche iniziali, la band qui abbassa i toni offrendo uno dei momenti più intimi e toccanti del disco. Una ballata dal sapore agrodolce, costruita su chitarra acustica e arrangiamenti essenziali, e la scena sempre illuminata sulla voce malinconica di Ashcroft.

Il punto nevralgico dell’album arriva con “History”, terzo singolo e vera gemma di “A Northern Soul”; una ballata epica e orchestrale, dal tono elegiaco, che sin dal titolo ambisce a scrivere la Storia personale e musicale dei Verve. Echi in divenire di quello che sarà poi il loro indiscusso capolavoro, “Urban Hymns”.

Tra le altre tracce meritano una menzione “Life’s An Ocean”, con il suo groove ipnotico sorretto da un basso pulsante e da un drumming quasi trip-hop; “Drive You Home”, lenta e avvolgente dedica d’amore dall’atmosfera crepuscolare – che alcuni interpretano come rivolta a Kate Radley (futura moglie di Ashcroft) – e “So It Goes”, il cui titolo prende in prestito la famosa espressione rassegnata di Kurt Vonnegut nel suo capolavoro “Mattatoio n.5”, e che richiama il tema della solitudine già affrontato in “On Your Own”. Chiude il cerchio “Stormy Clouds” seguita dalla brevissima hidden track “(Reprise)”, che riprende motivi iniziali in tono psichedelico, quasi a suggerire che il viaggio non è finito ma continua altrove.

Nel complesso, l’album alterna sapientemente momenti di furia elettrica e di contemplazione non banale, riuscendo a mantenere una buona coerenza di fondo: è come una tempesta nordica, fatta di vento impetuoso e improvvisi squarci di sereno. All’uscita, “A Northern Soul” ricevette buoni riscontri dalla critica musicale britannica e NME lo incluse tra i migliori album del 1995, cogliendo il valore di un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi del Britpop più patinato. Commercialmente, però, il disco non fu un successo: raggiunse il numero 13 nelle classifiche UK – rispettabile ma ben lontano dai primi posti monopolizzati da Oasis, Blur e altri – e ottenne la certificazione “gold” soltanto tre anni dopo, a fine 1998, trainato dal ritrovato interesse verso i Verve. In parte “A Northern Soul” pagò la sua natura poco “catchy”: è un album che richiede un buon coinvolgimento emotivo e non contiene hit di grido. Inoltre, la sua vita promozionale fu bruscamente interrotta dalle vicende della band: nell’agosto 1995, a poche settimane dall’uscita dell’album, Richard Ashcroft annunciò a sorpresa lo scioglimento dei Verve, fermandosi proprio sul più bello, lasciando spiazzati fan e osservatori. Fortunatamente, quella separazione non durò a lungo. Già nell’autunno 1995 Richard tornò sui suoi passi: dopo qualche settimana di distanza, il cantante contattò il bassista Simon Jones e il batterista Peter Salisbury per riprendere in mano il destino della band.

E il resto, ovviamente, è “Storia”.

- Agent Smith

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